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Bandiere a lutto

Vanno ancora i ragazzi a giocare nei prati
dove giungono i corsi. E la notte è la stessa.
A passarci si sente l’odore dell’erba.
In prigione ci sono gli stessi. E ci sono le donne
come allora, che fanno bambini e non dicono nulla.

Cesare Pavese, Una generazione, in Lavorare stanca.

Non occorre aver letto la Bibbia per sapere che esistono giorni felici ed altri che felici non sono.
Giovedì 3 febbraio non è stato un giorno felice. Per quelli che non leggono la Bibbia e che forse non l’hanno mai letta.
Ed anche per quelli che, per ragioni di età – o, più probabilmente, perché non esiste più una memoria condivisa a cui i più anziani ed i più giovani, indifferentemente, possano attingere trattandosi della memoria di un’unica esperienza collettiva, fatta, prima ancora che di nomi e di episodi, di ideali e di progetti acquisiti – non hanno mai sentito il nome di Franca Salerno, la militante dei Nuclei Armati Proletari, un’organizzazione combattente successivamente confluita nelle Brigate Rosse, che scontò sedici anni di carcere “duro” (in realtà, un regime di detenzione assolutamente “normale” per i rivoluzionari, in particolare per quelli convinti che “lo Stato borghese si abbatte, non si cambia”, e men che meno si cambia grazie alle elezioni o al compromesso con la peggior canaglia al servizio dell’imperialismo) e che ebbe, poco dopo l’arresto, un figlio nato ed allevato dietro le sbarre.
Franca Salerno è morta sconfitta dal cancro, da una “malattia incurabile”, come dicono eufemisticamente gli ipocriti, quegli stessi che definiscono “disgrazie” i crimini del capitalismo e “scandali” le condotte infami dei rappresentanti di un regime politico che merita soltanto di soffocare sotto una coltre di disprezzo e di materia fecale.
Era l’ormai sideralmente lontano (e sempre rimpianto, insieme con gli altri anni dello stesso periodo storico, per l’onestà, la sagacia, il coraggio, la coerenza dei suoi protagonisti di parte rivoluzionaria) 22 gennaio 1977 quando, grazie all’intervento esterno degli altri militanti dei N.A.P., Franca Salerno e Maria Pia Vianale, un’altra militante dell’Organizzazione nata dal “settore carceri” di Lotta Continua, furono fatte evadere dal carcere femminile di Pozzuoli. Prime donne, nella storia non solo della guerriglia urbana, a compiere un’impresa del genere, e dunque a prendere il proprio futuro nelle proprie mani senza barattare il proprio corpo con la garanzia di una vita da cortigiane “di lusso”, senz’anima, senza dignità, senza nessuna dote diversa da quelle che rendono tali le bestie.
La vita dei rivoluzionari è simile alla vita degli eroi greci, o a quella dei protagonisti delle opere scespiriane; è una vita in cui le tragedie sono frequenti come le nevicate in inverno.
La vita di Franca Salerno non fa eccezione.
Antonio, il figlio nato con lei in carcere, è morto tragicamente nel gennaio 2006, in un incidente stradale avvenuto, a Roma, mentre da lavoratore precario correva in moto a consegnare provette di analisi cliniche per settanta miseri euro giornalieri. Militava in un centro sociale della Capitale, l’Acrobax, non in un’organizzazione combattente. Quelle, da tempo, si erano dissolte, sconfitte dall’alleanza, peraltro tutt’altro che insolita e “contro natura”, fra la canaglia picista e la feccia borghese, in divisa e non, in abito talare e senza…
Immemori della storia di quegli anni, dell’esperienza di una generazione di rivoluzionari che fu protagonista di una tappa decisiva nell’economia del processo storico che, comunque sia, condurrà al superamento del modo di produzione capitalistico, negli stessi giorni in cui Franca Salerno perdeva la sua ultima battaglia, alcuni miserabili, esponenti di una sedicente Sinistra che tale non è più almeno da quando fu invitata a banchettare allo stesso tavolo dei servitori dello Stato, non rinunciavano ad esprimere il loro odio per tutto quello e per tutti coloro la cui semplice esistenza era la prova inconfutabile della loro incapacità, dell’unica forma di “intelligenza” che può essere riconosciuta loro, quella con il Nemico, e della loro frustrazione di dirigenti senza masse da dirigere o di profeti senza gregge di fedeli da cui farsi mantenere, novelle escort senza tette ma anche senza cervello.
Non alludiamo solo a tale Vladimiro Giacché – un “economista” che frequenta ancora gli ambienti di “ Sinistra” da sempre (e per sempre) impegnati in discussioni sotto la cui apparente “profondità teorica” si cela lo stesso vuoto che riempie la scatola cranica di Bertinotti o di Vendola. E per il quale “le Brigate Rosse (…) erano un club di servizi segreti, probabilmente l’unico tavolo attorno a cui Stati Uniti ed Unione Sovietica si siano trovati d’accordo in quegli anni, più un gruppo di personaggi in cerca d’autore” (intervista del 27 febbraio 2010).
Ci riferiamo piuttosto ai miserabili che sulle colonne altrettanto miserabili de Il Manifesto di domenica 30 gennaio, una sottomarca di pannoloni per vecchi incontinenti che si appropria indebitamente della qualifica di “giornale comunista”, si sono lasciati andare, in occasione di un’intervista a Cesare Battisti ripresa e ripubblicata dal fogli(acci)o del Lopez Rega e della Isabelita Peron nostrani, ad una valanga delirante di insulti.
Diretti, in apparenza, all’esule attualmente prigioniero in Brasile; in realtà, a tutti coloro che, a suo tempo, non esitarono ad essere fin da sùbito liberi e felici.
Anche a Franca Salerno, dunque.
Che qui salutiamo per l’ultima volta con un abbraccio nella cui forza è contenuta la massima che ci unì e che seguiterà nonostante tutto ad unire tutti coloro che non hanno rinunciato a camminare con dignità, a guardare senza paura amici e compagni e a lottare perché anche gli idioti e le canaglie possano un giorno vergognarsi della propria ignoranza e della propria viltà.
E’ la massima che dice: quelli come noi non dimenticano, quelli come noi non perdonano.

B.