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Un popolo di credenti

Madelaine, la figlia di Dale e Leilani Neumann,  una coppia di un paesino del Wisconsin (USA), è morta adagiata sul pavimento della propria abitazione. E circondata dai genitori e da altri amici di famiglia che pregavano per ottenere, dal Grande Medico di una ASL ultraterrena (che ha comunque avuto la fortuna di non dipendere da filibustieri al servizio delle multinazionali farmaceutiche come Veronesi e Sirchia, solo per fare due nomi).
Quando la giovane cessò di respirare, uno dei presenti si spaventò al punto di chiedere finalmente l’intervento dei medici dell’ospedale dela cittadina.
Si scoprì, in tal modo, che Madelaine soffriva di diabete non diagnosticato, una malattia che le impediva sia di parlare che di bere e mangiare. E nel corso del successivo processo si poté stabilire che, qualora la giovane sfortunata fosse stata a suo tempo condotta in ospedale, avrebbe potuto senz’altro salvarsi.
Il genitore di Madelaine, alle prime battute del giudizio a suo carico, cercò di giustificarsi sostenendo che la sfortunata era stata colta da una semplice e banale influenza. Interrogato più a fondo, non poté negare di nutrire una profonda fiducia nella “proprietà curativa della fede”. Dichiarò di avere avuto fiducia in dio, e nel fatto che dio avrebbe curato la propria figlia. Talmente sicuro che, il sospetto dell’inadeguatezza terapeutica di un medico non iscritto all’Albo, non l’aveva mai neppure sfiorato: “Nella Bibbia, dio garantisce la cura di tutti noi”. Ed aggiunse, incurante del ridicolo al pari di Obama quando proclama il proprio pacifismo: “Se mi rivolgo ad un medico, vuol dire che considero il medico superiore a dio”.
L’avvocato difensore di questo demente assassino, da parte sua, dichiarò che “Dale Neumann aveva fatto ciò che giudicava più adatto a sua figlia. La curò con la fede, cosa che credeva più che adeguata e più che sufficiente”.
Fin qui la cronaca di un Paese di ignoranti e di criminali, rincoglioniti dalla fede religiosa, dal dollaro e dalla coca-cola.
A parte ogni altra considerazione, s’impone senz’altro una semplice ma terrificante constatazione.
Gli USA sono un Paese che ha come adagio nazionale la frase In God we trust (In Dio noi crediamo), riprodotto persino sulle banconote e su gran parte dei documenti ufficiali.
Il signor Neumann non ha fatto altro, di conseguenza, che essere coerente con i principi del suo Paese, avendo dato prova di essere “un buon amerikano” in quanto credente in dio. Di esserlo molto più dei dirigenti di questa nazione nata dal genocidio dei nativi, ingrassatasi con le stragi dei popoli di tutto il mondo e destinata ad implodere soffocata dal sangue versato in secoli di sfruttamento, di violenza e di menzogne.
Lui sì, che confidava sinceramente in dio, non la cricca di gangster che regge le sorti della potenza più forte ed aggressiva del pianeta, e che ha ogni volta dato prova di credere molto più nelle “virtù” del Pentagono che nei poteri di un vecchio truffatore domiciliato, al riparo da richieste di estradizione e da confische patrimoniali, in quella Svizzera ultramondana che è il Regno dei Cieli!
Dale Neumann meriterebbe di essere considerato un cittadino esemplare, per aver condotto alle estreme conseguenze quello che gli avevano inculcato fin da piccolo affinché diventasse un “buon patriota”.
Invece, non hanno esitato ad affibbiargli venticinque anni di carcere, naturalmente, con una sentenza emessa “in nome di dio”…

Sara R.