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(Finalmente) buone notizie

Il 15 agosto 1972, durante la dittatura militare del “generale” (un grado nella gerarchia militare delle scimmie) Lanusse, 25 prigionieri politici tentarono la fuga dal carcere di Rawson. Erano tutti militanti del PRT-ERP, delle FAR e dei Montoneros.
Sei riuscirono a portare a termine il tentativo e a raggiungere in aereo il Cile di Allende; gli altri 19, dopo aver condotto un negoziato con il nemico che aveva fatto fallire l’evasione, decisero di fidarsi delle promesse ricevute e, quindi, di consegnarsi in cambio della garanzia di incolumità personale.
Le bestie in divisa, in omaggio alla loro tradizione di vili e di carogne, si rimangiarono immediatamente gli impegni assunti e fucilarono, come loro abitudine a tradimento, i diciannove.
La versione ufficiale sarà la solita, ed oscillerà fra la demenza conclamata degli animali in divisa ed il loro ancestrale analfabetismo (l’eccidio sarebbe stato inevitabile, considerato che i prigionieri, una volta consegnatisi, avrebbero nuovamente tentato la fuga!).
Negli anni successivi, le (infami) leggi di Obediencia Debida e del Punto Final provvederanno a far sì che, sulle responsabilità del massacro di Telew, cali un’apparente coltre di oblio.
Nei giorni scorsi, ad oltre 35 anni da quel tragico episodio, uno dei responsabili del massacro, il sedicente “capitano” Luis Emilio Sosa, è stato arrestato a Buenos Aires.
Fin qui, la notizia di cronaca nera dal regno animale.
Il risvolto che ci interessa è infatti un altro.
L’arresto della bestia in divisa è stato reso possibile grazie ad un HIJO, vale a dire al figlio di un desaparecidos: dopo aver acquistato un appartamento, il giovane scopre che il “vecchietto” dell’agenzia immobiliare è un boia, un genocida.
Vendetta (pardon: giustizia) è finalmente fatta, anche se avremmo tutti preferito che l’animale in divisa venisse finito a bastonate, come si è soliti fare con le serpi velenose.
“Nella follia che genera il dolore, tuttavia, un piacere, una speranza, un amore riesce a germinare: la vendetta.
Penso dunque che la vendetta di coloro che hanno il coraggio di incarnarla, deve essere amplificata, nel dispositivo collettivo che chiamo “giustizia di propria mano” (…).
Il nostro mondo è questo, lo stesso che ci dà le spalle, per non dire che ci mostra il culo.
La militanza prevede e comporta dolori che l’accademia non conosce e non comprende.
Dai nostri dolori sopportati, dalle nostre vendette consumate, dai nostri odi manifestati, è possibile che si schiuda un nuovo fiore, un nuovo seme, perché continuiamo a vivere pur essendo morti.
Così che dall’’eroe collettivo’ della guerriglia urbana si possa compiere il passaggio al ‘collettivo di Eroi’.
La vendetta è la nuova dimensione del piacere” (Alfredo Grande).
Dunque, la vendetta come nuova dimensione del piacere rivoluzionario, come nuovo atto di libertà, come dovere ed obbligo nei confronti di chi ha fatto della propria vita una serie ininterrotta di atti di dignità, di onore e di felicità.
Vendetta (rivoluzionaria), non Giustizia (borghese)!

di Matteo Sepulveda