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Il (Contrap)Punto: gli “antisfascitoni”

Mai ascoltare i vicini di casa. L’altra mattina mi hanno informato, mio malgrado, che lo pseudo-giornalista Andrea Scanzi, onnipresente prezzemolo dei salotti televisivi dove interpreta la voce de sinistra inneggiando al Green Pass e al restringimento dei diritti in questo paese, ha scritto un nuovo libro. Ad ulteriore dimostrazione che il vizio di far pubblicare qualunque scorreggia a cialtroni noti solo grazie alle comparsate sullo schermo non è passato di moda.
In ogni caso ho assorbito la notizia come l’immagine della vecchietta che incrociai di sfuggita un mese fa in metropolitana: dimenticandomela subito.
Purtroppo, e al contrario dell’arzilla ottuagenaria che usò i mezzi pubblici, la “legge del mercato” pretende che non si possa ignorare che Scanzi (al pari dei pochi eletti, di norma politici o giornalisti che fanno parte del “circo mediatico”) abbia scritto un libro: l’ho prontamente sperimentato accendendo una sera la TV per cinque minuti.
Ho appreso, con crescente pathos, che il libercolo in questione sarebbe un “manuale di resistenza a tutte le destre” mentre ascoltavo alcune risibili affermazioni dell’autore durante una trasmissione televisiva.
Per ironia della sorte quel dibattito vedeva protagonista un intellettuale come Franco Cardini, autorevole storico contemporaneo, che appariva evidentemente scocciato dal fatto di dover discutere con tale nullità (lo Scanzi medesimo). Non ha avuto (il povero Cardini) nemmeno il tempo di sistemarlo per bene dato che l’hanno censurato abbastanza in fretta con la solita scusa della pubblicità.
Non nominerò il libro (anche se ammetto che il titolo dia un’idea…) e nemmeno la trasmissione televisiva perché non sono abituato a far pubblicità alla spazzatura. E, tanto meno, mi interessa polemizzare, oltretutto a distanza e con mezzi infinitamente inferiori, con gli sterili ragionamenti esposti da Scanzi. Non servirebbe a nessuno, soprattutto a lui che non ha alcun interesse ad uscire dal proprio ruolo.
Più interessante, a mio modo di vedere, prendere la palla al balzo per  proporre un breve ragionamento sul significato del termine ”antifascismo”.
Durante il periodo di Mussolini l’antifascismo è stato il collante di tutte forze che si opposero a quella dittatura che per più di vent’anni ha appestato questo paese.
Le varie forme organizzate di quel movimento (minoritario) di resistenza che in Italia lottava contro il regime, però, nutrivano motivazioni molto diverse sugli obiettivi da perseguire dopo l’abbattimento della dittatura.
L’unione tattica di quegli anni non corrispondeva in alcun modo ad una comune visione strategica. La fine della Seconda guerra mondiale e del fascismo misero in evidenza queste diversità.
Dagli avvenimenti successivi, gli antifascisti vincenti (per vittoriosi intendo sia quelli che divennero subito i gestori degli interessi statunitensi accettando di diventare una colonia yankee ma anche quelli che arrivarono successivamente alle stesse conclusioni in seguito alla divisione in blocchi del mondo e alla successiva caduta del ”socialismo reale”, cioè il PCI e le sue successive divisioni) imposero la visione dell’antifascismo in un unico senso: la configurazione che lo stato assume nell’imperialismo.
In poche parole prevalsero, e prevalgono tuttora non solo in Italia ma nel mondo occidentale, quelli che, dando per scontato il modo di produzione capitalistico, sostennero la forma democratica delle istituzioni contro la forma totalitaria che, tuttavia, tutelava i medesimi interessi.
Oggi, a decenni dal crollo dell’Unione Sovietica e diradatesi le lotte antimperialiste,  l’antifascismo in Italia viene utilizzato ormai come forma di lotta spicciola che si combatte prevalentemente nei salotti televisivi per mettere all’angolo gli ultimi residuati nostalgici avversari dell’agone parlamentare e al solo scopo di governare/far governare la “propria parte politica”.
Un altro elemento, forse il più importante.
L’Antifascismo di quelli che volevano “fare come in Russia nel 1917”, è una concezione diversa e parte da ben altri presupposti: combattere contro un sistema economico, oggi oltretutto in crisi irreversibile, a prescindere che questo assuma forme diverse di governo, le quali non intaccano in alcun modo gli interessi della struttura di dominio.
Chi si definisce “Antimperialista”, in sostanza, non ha il problema di doversi definire ANCHE “Antifascista”. Lo è per definizione, ma al tempo stesso non è SOLAMENTE quello. Combatte qualunque forma di stato generata dall’attuale sistema economico perché qualunque espressione resta, in ogni caso, una diretta emanazione del dominio di classe e dei suoi interessi.


Renato Battaglia
dalla giungla metropolitana

La rubrica ospita contributi che non sempre e non necessariamente esprimono le posizioni della redazione web