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Un ricordo di Piero Bassi

L’irresoluzione è peggio della disperazione
Giacomo Leopardi

Abbiamo deciso di ricordare Piero ad un anno dalla scomparsa. È uno “strappo alla regola” che speriamo ci perdonerà.
Abbiamo imparato, soprattutto da lui, che sia la rivoluzione che la storia delle organizzazioni e delle vicende umane si presentano come una questione collettiva e, in quanto tale, anonima. Ma questo principio non toglie nulla a coloro i quali, come Piero, hanno sempre dimostrato in prima persona ed in ogni momento della propria vita una coerenza che, a denti stretti, gli hanno sovente riconosciuto perfino i nemici.
Non c’è nulla di più insopportabile, come diceva Lenin, della trasformazione in “santino” dei morti con lo svolazzo di artifici retorici come purtroppo è d’uso comune in questo sventurato paese, un segno tangibile della nefasta influenza cattolica dominante.
Ci siano concesse, però, poche parole per esprimere la nostra sincera gratitudine a Piero.
Lo conoscemmo all’inizio degli anni novanta, eravamo poco più che ventenni e ci trovammo al cospetto di un compagno con una storia importante che non ci fornì il minimo pretesto per rimanere in qualche modo intimoriti.  L’umanità di Piero (e Graziella, dobbiamo aggiungere) era naturale e coinvolgente, d’altri tempi si potrebbe dire.
Eravamo curiosi di sapere tutto della sua storia, le sue valutazioni sul presente tanto quanto lo era lui di conoscere la nostra. Piero era una persona colta, ma ciò che lo distingueva era il fatto di rendere questa dimensione “disponibile”.
La sua non era bontà: Piero non faceva sconti a nessuno, a maggior ragione con chi gli stava più vicino. Pretendeva che la propria parte  fosse sempre la più coerente, la più preparata, la migliore.
Di conseguenza sosteneva che ogni errore della propria parte era il più grave: una lezione che, forse, stupisce chi concepisce la politica come un fatto di mera tifoseria. E, altra lezione preziosa, sapeva da coerente materialista che le analisi non possono fossilizzarsi.
Non per niente a chi lo definiva “comunista” opponeva uno sguardo tra l’ironico e l’indignato perché sapeva che anche la terminologia è un prodotto dello sviluppo storico e, quindi, in continua evoluzione. Forse il termine che non ha mai ritenuto di discutere fino alla fine è stato “rivoluzionario”.
E da coerente rivoluzionario in pubblico, davanti ai nemici, rivendicava tutto, anche quello che (solo in privato) aveva da criticare rispetto alla storia dei movimenti e della lotta di classe.
Aveva la capacità rara di opporre a modelli stereotipati un processo di continua ed instancabile verifica.
Non ha mai avuto paura di scontrarsi con tesi che “andavano per la maggiore” anche all’interno del nostro stesso ambiente e, fatecelo dire, ci azzeccava quasi sempre.
Aveva, in sostanza, una forza fuori dal comune e la esercitava di continuo. Se una questione diventava sapere condiviso, sia nel grande che nel piccolo, succedeva perché Piero riusciva ad argomentare con maestria e senza lasciarti scampo, ma lo stesso succedeva anche quando (di rado a dire il vero) qualcuno riusciva a sostenere la propria tesi allo stesso modo nei suoi confronti.
In questa società vengono sovente ricordati gli smidollati che hanno avuto l’unico pregio, per il potere, di esercitare un ruolo utile alla prosecuzione delle ingiustizie di questo sistema sociale.
Nel nostro piccolo, invece, vogliamo ricordare Piero. Un gigante tra i nani odierni, un rivoluzionario che ha avuto sempre il coraggio di stare dalla parte giusta della barricata senza meschine oscillazioni basate su calcoli personali.
Sono pochi quelli che lo fanno.
Caro Piero, sappiamo che questa volta non ti è permessa alcuna replica, né di utilizzare le tue capacità dialettiche.
Oltre a tanto altro, questo ci mancherà di te (e cercheremo di migliorarlo): il sano esercizio della critica che ogni rivoluzionario deve saper affinare.
Onore a Piero Bassi!

La Red/Azione