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In ricordo di Sebastiano Timpanaro (3)

3) La “necessità di materialismo”: polemiche e altro

Per difendere il principio della “necessità del materialismo”, Timpanaro ha messo in campo, oltre alla difesa della filosofia della natura di Engels, le teorie di Darwin e dell’evoluzionismo biologico asserendo che quel materialismo tout court dovrebbe fondarsi oggi “su uno studio del pensiero come funzione degli organi di senso e del cervello: funzione che si sviluppa, certo, nel rapporto con gli altri individui e con tutto l’ambiente, naturale e sociale, che ci circonda”.
Bisogna considerare, inoltre, che il materialismo sul piano della teoria della conoscenza è qualcosa di “ancora incompiuto”. In ogni caso, procede Timpanaro,  è corretto professarsi materialisti perché “ogni posizione diversa porta a retrocedere su posizioni spiritualistiche e fideistiche”.**
In definitiva, il filologo di Parma sostiene che la revisione (in senso leniniano, quindi rivoluzionario e non revisionista) scientifica del marxismo è una necessità visto che un semplice ritorno ai “sacri testi” risulta improponibile con lo sviluppo ulteriore dell’imperialismo. Una questione sollevata alla fine del secolo scorso, ma che appare, ancor oggi, più che necessaria a maggior ragione nei paesi a capitalismo avanzato, preso atto del completo sgretolamento della Sinistra Rivoluzionaria e la conseguente “sottomissione ideologica” all’imperialismo dei residui movimenti organizzati in merito alle battaglie politiche odierne, posizioni che, necessariamente, appaiono ideologiche e futili avendo rinnegato le proprie radici ed essendo fondamentalmente anti-marxiste.
Partendo da questo presupposto Timpanaro ha condotto molte battaglie contro l’idealismo, criticando le posizioni storiche del marxismo occidentale (esplicitate in particolar modo dal giudizio sugli scritti di Althusser e Korsch, si veda in Sul materialismo, il saggio Karl Korsch e la filosofia di Lenin) anche in un periodo in cui non sembravano sussistere precisi segnali di quella crisi teorico-pratica della sinistra militante che, invece, l’ha investita successivamente. Le sue considerazioni, nel senso sopra esplicitato, non sono dunque un esercizio accademico ma, al contrario, si trasformano in un vero e proprio strumento metodologico. Un dispositivo da affinare che possa permettere di lottare al meglio, cioè con mezzi più adeguati, contro gli oppressori. Egli in definitiva ha combattuto, a nostro avviso, contro la liquidazione del marxismo in Italia e in tutto l’Occidente.
Uno degli esempi di questa manovra revisionista, qualche anno più tardi, lo fornirà il dibattito scaturito a margine delle commemorazioni per i centocinquant’anni della morte del Leopardi.
Timpanaro viene citato in un articolo a cura di Adriano Sofri sull’Espresso (Sempre verde mi fu, 12 luglio 1987, pp. 136-141) in cui l’ex leader di Lotta Continua utilizza strumentalmente il Leopardi per farne una sorta di “padre dell’ecologismo” e dà il discutibile merito, allo stesso Timpanaro, di aver dato un colpo definitivo al marxismo, quando aveva messo in evidenza la soluzione del Leopardi, una confederazione di uomini contro la Natura, questione che metterebbe in secondo piano lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e, quindi, tutti i paradigmi marxisti.
È interessante, a tal proposito, la risposta che fornisce Timpanaro che qui proveremo a riassumere avvalendoci di ampi stralci del saggio “Il ‘Leopardi Verde’” perché riteniamo che sia un intervento oltremodo attuale.
Riconsegnando al mittente il proprio presunto merito (la liquidazione del marxismo tramite Leopardi), Timpanaro specifica alcuni punti che chiariscono il suo punto di vista.
“L’attualità del Leopardi pensatore consiste nell’aver visto la fragilità dell’uomo di fronte alla natura senza per ciò cercare rifugio in alcuna forma di fideismo, nell’aver posto le basi di una morale consistente in una fraternità laica, ripudiando con pari forza i miti delle religioni trascendenti e i miti umanistici, il teocentrismo e l’antropocentrismo.”***
In concreto, quello di cui gli “ecologisti” non tengono conto  (nella migliore delle ipotesi…) è che “i danni ecologici sono causati da “umani”, che, in linguaggio meno souple, si chiamano fisici nucleari e chimici asserviti al Potere e mossi da tutt’altro che da puro amore per la scienza come conoscenza o come alleviatrice dell’infelicità; Si chiamano grandi industriali uniti in formidabili concentrazioni nazionali e multinazionali (…); si chiamano spesso anche piccoli industriali e produttori agricoli che, quanto a spregiudicatezza inquinante, non sono secondi a nessuno; (…). Non c’è bisogno di continuare l’elenco. Esso, nella sua sommarietà, basta già a mettere in chiaro che una politica ‘verde’ o si riduce a vaghi e innocui appelli  sullo stile della Società per la protezione degli animali o dell’Esercito della Salvezza, e allora, certo non dà fastidio a nessun “umano”, ma è una mistificazione che non salva dall’inquinamento e, se serve a qualcosa, serve a distrarre la gente dalla disumanità e iniquità di questo mondo occidentale; o si propone davvero una lotta efficace contro l’inquinamento, e allora esige la presa di coscienza che il “Verde interclassista” è impossibile, e che l’inquinamento non si sopprime se non si sconfiggono quegli “umani” che hanno tutto l’interesse ad inquinare.”***
Aggiunge altre interessanti e conseguenti considerazioni in merito alla scienza e a ciò che rappresenta nello sviluppo dell’imperialismo, osservazioni che rappresentano il seguito al discorso che già aveva già sostenuto in precedenza  sul fatto che il rapporto tra scienza ed ideologia non sia destinato a rimanere invariato nella cultura borghese.
Nella scienza borghese non tutto è ideologia, ma convivono la “realtà obiettiva”, in un certo senso neutra, anche se non è neutrale il bisogno pratico che dà l’impulso alla ricerca.
Nel suo sviluppo storico, più la borghesia diventa classe conservatrice (o innovatrice solo per meglio sopravvivere), più la sua scienza perde quel respiro umanitario che poteva aver avuto nei tempi migliori, e che anche allora era intrinsecamente contraddittoria, ma non era un banale “imbroglio”. Il progresso scientifico continua, ma diviene sempre più un progresso gestito da élites altamente specializzate, nel migliore dei casi dedite ad un illusorio ideale di “pura ricerca”, nel peggiore totalmente asservite all’industria capitalistica”.
Da questo presupposto Timpanaro propone una visione del progresso ben definita: “Che il progresso tecnico sia, in una società divisa in classi, sempre apportatore di terribili sofferenze per le classi oppresse, lo hanno sempre detto, nel modo più esplicito, Marx ed Engels. Se lo giustificavano (e si trattò di una giustificazione dolorosa, talvolta accentuata con cupezza), è perché ritenevano, anche qui con varie oscillazioni nei vari momenti storici in cui si trovarono a vivere, che la vita del capitalismo stesso avrebbe rapidamente creato i propri affossatori. Oggi da un lato questa ‘speranza di brevità’ è venuta meno, dall’altro il progresso tecnico ha assunto (…) caratteristiche potenzialmente distruttive dell’intera specie umana e, quindi, di ogni possibilità di società socialista. Oggi il comunismo – a chi non si culli nella beata illusione di una vita indefinitamente ‘tranquilla’ della società democratico-liberale, un’illusione, oltretutto, orribilmente ‘occidentalista’ e razzista (…) – appare più che mai necessario in quanto, altrimenti, non avremo soltanto l’ingiustizia sociale e l’alienazione, ma la fine dell’umanità. (…) Di fronte ad un ‘progresso’ distruttore del pianeta e, quindi, annullatore del progresso stesso, non si può accusare di luddismo chi lo rifiuti.”***
Non possiamo che concludere (e chiudendo in questo modo speriamo di lasciare ai lettori una curiosità irrisolta per approfondire ulteriormente vari aspetti che, per questioni di spazio, non abbiamo potuto esaminare) citando il suo strale contro le posizioni idealiste e controrivoluzionarie che, anche nel particolare contesto dibattito ambientalista, ha combattuto:
“Perché affannarsi tanto nelle lotta ecologica, se la vita sul pianeta, un giorno, cesserà comunque per cause “cosmiche”? In definitiva, la constatazione (vera) dell’universale infelicità dei viventi condurrebbe alla giustificazione di ogni iniquità e diseguaglianza. Chi vuole giungere a tali conclusioni, se ne assuma la responsabilità in proprio, o si appoggi a pensatori politici davvero reazionari, e lasci stare Giacomo Leopardi e il Marx vecchio: meglio ignorarli che utilizzarli così.”***

**    Sebastiano Timpanaro, Sul materialismo, terza edizione riveduta ed ampliata,  1997, Ed. Unicopli.
***  Sebastiano Timpanaro, Il “Leopardi verde”, in Belfagor, Anno XLII, 30 novembre 1987.