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In ricordo di Sebastiano Timpanaro (1)

Introduzione

Presentiamo un breve lavoro sul pensiero di Sebastiano Timpanaro, nell’anniversario della sua morte, che noi riteniamo essere un’originale fonte di ispirazione.
La sua riflessione, apertamente schierata in difesa del materialismo marxista, ed in particolar modo a sostegno di Friedrich Engels contro chi, al suo tempo, ma anche successivamente, lo ha attaccato a causa di un malinteso “materialismo volgare”.
Timpanaro sviluppa una critica costruttiva nei confronti dei suoi stessi ispiratori, fossero Leopardi oppure gli stessi Marx ed Engels. Un esempio raro di onestà intellettuale unita alla capacità certosina di studio ed approfondimento.
Parlare di materialismo non è un atto meramente “culturalistico”, ma riguarda la visione d’insieme delle cose e permette di ricollocare l’essere umano nel proprio giusto contesto (la Natura). A nostro avviso è l’unico modo convincente di analizzare gli avvenimenti e la storia rimanendo ancorati al concreto.
Affronteremo tre punti che riteniamo siano stati i contributi più significativi di Timpanaro, concetti che difese attivamente (e molto polemicamente) nel dibattito politico a lui contemporaneo.
Una battaglia che condusse contro l’idealismo che permeava la maggior parte delle versioni occidentali del marxismo del Novecento e che ancora oggi non è risolta.

Red/Azione de Il Buio

1) Sul “pessimismo” di Giacomo Leopardi

Nel 1947 lo studioso marxista Cesare Luporini presenta un saggio (Leopardi progressivo) in cui espone una rilettura integralmente differente da quelle apparse fino a quel momento sul pensiero del poeta. Un’esposizione che designa Leopardi come erede dei grandi illuministi francesi, esaltandone sia il progressivismo politico-sociale che l’importanza della componente laica e razionalista.
Negli anni successivi, nel dibattito che prende spunto da questa differente prospettiva, spicca un saggio di Timpanaro (Il pensiero del Leopardi, 1965) nel quale il filologo di Parma, oltre a confermare la visione d’insieme di Luporini, chiarisce altre peculiarità del pensiero di Giacomo Leopardi che per lui risultano addirittura più dirimenti. In questo senso opera una distinzione tra il principio di progressismo politico-sociale e quello di progressismo scientifico: il primo consiste nella “lotta contro ogni sorta di oppressione politico-sociale”, mentre il secondo consiste nella “lotta per la liberazione dell’uomo dai pregiudizi religiosi e metafisici e per la conquista di una visione del mondo integralmente laica”.
Timpanaro afferma che Leopardi è certamente un progressista nel secondo senso, ma non lo è del tutto nel primo dato che nel suo pensiero non vi è alcun accenno a una lotta contro l’oppressione politico-sociale come condizione preliminare per raggiungere la “confederazione” dell’intera umanità.
Leopardi, che fu il più implacabile avversario della cultura della Restaurazione, occupa una posizione particolare nella cultura italiana del periodo post-napoleonico: contro il modello dominante del Romanticismo, infatti, rivendica la riscoperta della tradizione classicista.
La riflessione che lo porta ad un inesorabile pessimismo sull’infelicità umana anche nella migliore società pensabile, però, lo differenzia dall’età della ragione: nell’argomentazione di Leopardi la Natura diventa la crudele matrigna che distribuisce la malattia, la morte e che condannava tutti gli esseri umani alla sofferenza. Ma il carattere del pessimismo di Leopardi non è stoico: egli non incita alla rinuncia delle passioni ma, anzi, richiede la solidarietà universale nella lotta contro quella stessa natura.
Leopardi unisce, dunque, la ricerca del piacere (infinita) nell’uomo al bisogno di felicità (finita) che gli è connaturato, un bisogno a sua volta legato alla produzione di illusioni, come un’unica teoria della necessità umana-naturale. La natura umana mescola passioni ed illusioni; queste sostanziano l’agire e fondano la grandezza e insieme la debolezza dell’uomo.
Per Timpanaro, al contrario di chi considera l’opera di Leopardi unicamente in base all’ostilità al clericalismo e al repubblicanesimo egualitario, è la chiave pessimistica, intesa come sopra argomentato, il più importante lascito del poeta-filosofo di Recanati.
Una posizione che lo porta a sostenere che la cultura marxista avrebbe dovuto abbandonare i residui dello storicismo e di vitalismo per arricchirsi col pensiero materialistico e anti-antropocentrico di Leopardi, integrando la visione dell’uomo come essere storico-sociale con quella leopardiana dell’uomo come essere naturale.
La critica spietata di tutti i miti dell’immortalità delle opere umane da parte del Leopardi, sia detto per inciso, era condivisa dallo stesso Engels che, infatti, sostenne che: “Potranno trascorrere milioni di anni, potranno nascere e morire migliaia di generazioni; ma si avvicina inesorabile l’epoca in cui il calore esausto del sole  non riuscirà più a sciogliere i ghiacci che avanzano dai poli: nella quale gli uomini, addensatisi sempre più intorno all’equatore, non troveranno alla fine neppur il calore sufficiente per vivere; scompare via via fin l’ultima traccia di vita organica: la terra – un corpo morto e freddo come al luna – ruota in orbite sempre più strette intorno al sole ugualmente estinto ed infine precipita su di esso”.*
La visione materialista, ed in particolar modo quel pessimismo sulle sorti dell’uomo e il suo giudizio sulla natura, porta dunque a pensare Leopardi che solo la solidarietà tra gli uomini possa far progredire il genere umano; questo svela il suo reale pensiero contrario all’etichetta di conservatore e reazionario che gli era stata sbrigativamente affibbiata in precedenza.
In sostanza, l’invito alla riscoperta del materialismo tout court, base delle critiche indirizzate al marxismo occidentale da Timpanaro, sono sostanziate da una precisa visione del mondo: ogni vero materialismo deve riconoscere l’ineliminabile elemento di passività nell’esperienza umana.
“La polemica leopardiana contro gli apologeti della divinità o della natura presenta una reale analogia con la polemica marxista contro la pretesa degli hegeliani (e di tutta una millenaria tradizione filosofica) di sopprimere l’alienazione umana «nel pensiero» e non, prima di tutto, «nella realtà»: di giustificare il mondo e non di cambiarlo. Soltanto, per il pensiero marxista la realtà che è causa dell’infelicità umana è essenzialmente una realtà economico-sociale; per il Leopardi, è essenzialmente una realtà fisico-biologica.”**
Il punto di contatto importante che Timpanaro individua tra il marxismo e Leopardi è esattamente il rifiuto della filosofia come consolazione dell’infelicità.

*      F. Engels, Dialettica della natura, 1971, Editori Riuniti

**  Sebastiano Timpanaro, Sul materialismo, terza edizione riveduta ed ampliata,  1997, Ed. Unicopli

fine prima parte