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La giornata del (loro) ricordo

Manipolare i fatti storici si rivela utile alla narrazione dominante, narrazione che spesso chiama tutti all’appello di una presunta “memoria condivisa” che, invece, rappresenta null’altro che il punto di vista del potere.
Questa manovra si manifesta, nella realtà, inventando celebrazioni farlocche oppure attaccando senza ritegno le (ormai) poche voci fuori dal coro che si sforzano di riportare le cose al proprio posto.
La questione delle foibe in questo miserrimo paese vede il tentativo di rovesciare la logica dei fatti indicando come “revisionismo” gli avvenimenti dimostrati storicamente per rivalutare, al contrario, la materia fecale contrabbandata dal fascistume antico e moderno: una montagna di spazzatura rivalutata senza ritegno e senza alcuna distinzione sostanziale dagli attuali difensori dell’ordine costituito a partire dal quasi beatificato Presidente della Repubblica fino ad arrivare alla sinistra capeggiata dagli ineffabili piddini. Prese di posizione che, inevitabilmente, contribuiscono a rendere “ufficiali” quelle menzogne che giacevano nelle fogne insieme ai ratti che le spacciavano.
Partiamo con un piccolo inciso spesso dimenticato: la memoria (e men che mai il ricordo che si può semplicemente definire come la memoria di un singolo) non è la verità e men che meno è Storia.
È una produzione meramente individuale basata su ricordi nel caso specifico lontani nel tempo o tramandati oralmente da parenti e conoscenti e, dunque, non può trasformarsi in un metro di giudizio storico complessivo degli avvenimenti accaduti.
Facciamo un esempio più specifico per chiarire il principio: negli anni trenta del secolo scorso alcuni di quelli che lavoravano nell’OVRA (la polizia segreta fascista che si occupava di reprimere gli oppositori del regime non esitando a torturare ed uccidere) furono successivamente uccisi dai partigiani. Ebbene il figlio di uno di questi sciacalli si ricordava di suo padre che la sera tornava a casa tranquillo e giocava insieme a lui ed al fratellino con estrema dolcezza e gentilezza. Addirittura aiutava la madre a sistemare la cucina dopo cena ed infine, serafico, si sdraiava sul divano di casa a leggere il quotidiano per informarsi sui fatti del principali.
Il pensiero affettuoso che ha conservato il figlio di cotanto padre (quando non il nipote per sentito dire) è Storia? Il torturatore che si comportava affabilmente nel focolare domestico può diventare, a causa di questo ricordo individuale, la vittima innocente che è stata assassinata dai violenti partigiani che l’hanno giustiziato?
È chiaro come non sia in discussione il sentimento umano, ma la trasformazione del ricordo in un giudizio storico e  politico complessivo. Senza calcolare che quella appena raccontata è un’esperienza infinitesimale sullo stesso piano di milioni di altre. Perché questa e quelle affini, dovrebbero valere più delle altre?
La ricorrenza del 10 febbraio (“Giornata del ricordo”, ça va sans dire, che viene non casualmente celebrata da pochi anni) utilizza le singole memorie di parenti ed amici delle vittime italiane in Istria, Dalmazia e a Fiume per rivalutare un’esperienza infame per l’Italia e per l’umanità.
Il tutto condito ad arte da falsità, queste sì storiche, od omissioni che non permettono agli sprovveduti di conoscere i fatti realmente accaduti nel loro complesso e che sono ben assodati ed accertati (ad esempio, una delle patacche più vendute è la foto che pubblichiamo nell’articolo, un’immagine che illustra l’esercito italiano che fucila cinque sloveni e che, invece, è fatta tuttora passare per la fucilazione di italiani in fuga giustiziati sommariamente dai partigiani jugoslavi. Questa foto circola da anni addirittura per pubblicizzare le iniziative per il “giorno del Ricordo”, a dimostrazione della palese malafede di chi la pubblica).
Si “dimenticano” alcuni decenni: quelli del continuo e violento spostamento a est del confine orientale d’Italia e la conseguente “italianizzazione” forzata delle popolazioni slavofone. Un processo cominciato con la prima guerra mondiale, portato avanti con fanatismo dal regime fascista e culminato nel 1941 con l’invasione italotedesca della Jugoslavia. I crimini commessi dalle autorità italiane durante la guerra nei Balcani con stragi, deportazioni, internamenti in campi sparsi anche per la nostra penisola.
Nessuna “giornata del ricordo”, seppur istituzionalizzata ed ufficializzata, potrà mai offuscare i protagonisti della lotta di liberazione dal nazismo e dal fascismo in quelle terre martoriate: quelli che vengono indicati come titini dal nome del loro massimo dirigente, ma che si chiamavano in realtà “Esercito popolare di liberazione e distaccamenti partigiani della Jugoslavia” (formato anche da molti italiani) che resistettero, combatterono e vinsero contro l’occupazione nazista, fascista e contro le forze collaborazioniste croate e le formazioni monarchico-nazionaliste serbe.

Red27