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Cos’è la libertà?

La libertà è una grande parola, ma sotto la bandiera
della libertà dell’industria si sono fatte
le guerre più brigantesche,
sotto la bandiera della libertà del lavoro
si sono depredati i lavoratori.
Lenin, Che fare?

Quando esiste lo Stato, non vi può essere libertà.
Quando vi è libertà non vi può essere lo Stato.
Lenin, Stato e rivoluzione

La propaganda cerca di imporre dei principi in modo univoco ed arbitrario perché non teme rivali altrettanto potenti che la possano contraddire. Può essere utile, dunque, proporre un altro punto di vista che si opponga alla (dis)informazione a senso unico.
Uno dei termini più adoperati per separare le presupposte società democratiche dalle altre, cioè quelle che in un modo o nell’altro devono piegarsi (anche con l’uso della forza) al paradigma occidentale, è “libertà”. Una parola che viene utilizzata in maniera acritica lasciando intendere a grandi linee che indichi la “libertà di ognuno di fare quello che vuole”.
Per contestualizzare in maniera soddisfacente il concetto di “libertà” bisogna evitare queste banalizzazioni ed andare un po’ a ritroso.
Innanzi tutto l’interpretazione moderna di libertà è ambivalente: per un verso, quest’ultima si è configurata come il superamento dei vincoli feudali, quelli che immobilizzavano l’uomo in una situazione staticamente e gerarchicamente determinata. Per l’altro, il risultato del passaggio dalla stessa società medioevale a quella mercantile e capitalista, ha generato una “libertà individuale” fondata sull’isolamento dell’uomo dall’uomo.
Si è instaura, cioè, l’idea della scissione tra lo Stato politico e la società civile. Da una parte si trova l’uomo della società civile, reale, in quanto portatore di interessi particolari, egoistici, dall’altra resta l’uomo dello Stato, vero nell’essenza, ma astratto, artificiale, come persona meramente figurata. La società civile, dunque,  rappresenta la sfera dell’egoismo in cui il singolo è esposto al dominio “del capriccio privato, dell’arbitrio”.
Altro aspetto fondamentale da tenere in considerazione è la mistificazione che viene spacciata sull’equivalenza tra Stato libero e uomo libero: “Il limite dell’emancipazione politica appare immediatamente nel fatto che lo Stato può liberarsi da un limite senza che l’uomo ne sia realmente libero, che lo Stato può essere un libero Stato senza che l’uomo sia un uomo libero” (1).
Solo chi fa l’apologia dello stato di cose esistente può spacciare che “un libero Stato”, lo Stato contraddistinto dall’emancipazione politica, garantisca la libertà del singolo essere umano: quest’ultimo, al contrario, può essere schiavo anche se il suo Stato è libero.
Nella realtà si sviluppano due processi: da una parte, la divisione della società civile in individui indipendenti, portatori di interessi particolari, dall’altra l’autonomizzazione della sfera politica rispetto alla società civile.
La libertà della società civile-borghese si radica, dunque, nella ricerca del proprio interesse per quanto dissimulato. La libertà di quest’ultimo possiede solo un limite, costituito dalla libertà di ogni altro: è permesso tutto ciò che non danneggia gli altri.
Questo concetto di libertà nasce da una visione atomistica della società civile: ma il diritto dell’uomo alla libertà si basa non sul legame dell’uomo con l’uomo, bensì sull’isolamento dell’uomo dall’uomo.
Non è un caso che fino ai giorni nostri la propaganda innalzi sull’altare l’individuo della società civile, singolo atomo privo di qualunque collegamento con gli altri atomi. Da questo punto di vista la libertà si configura come il diritto all’isolamento e, in particolare, emerge la centralità di una sfera, quella della società civile, in cui la libertà presenta solamente la funzione di permettere ad arbitri diversi di convivere, senza ostacolarsi a vicenda.
L’unica pratica concreta del diritto dell’uomo alla libertà che può partorire da questa prospettiva è il diritto alla proprietà privata e la tutela di quest’ultima costituisce la dovuta conseguenza. La libertà, intesa come arbitrio, trova il suo sbocco naturale nell’istituto della  proprietà privata. L’uguaglianza del cittadino viene concepita, in gran parte, su un piano giuridico e non su uno sociale.
Una visione radicalmente differente, quella sviluppata da Marx ed Engels a partire dalla critica della società capitalistica, è che l’emancipazione umana si possa fondare sull’unione tra l’uomo reale e quello vero di cui dicevamo sopra.
Da questo diverso punto di vista, la questione della libertà parte dalla concretezza della realtà effettiva demistificata dall’ideologia dominante. La libertà propria del modo di produzione capitalistico, infatti, si rivela  apparente dal momento che nella realtà delle cose gli individui sono sottoposti ad un potere oggettivo che ne dirige il movimento.
Altro punto nodale: la società non consiste solo di individui, ma anche di classi. Anzi, l’elemento della classe risulta decisivo perché nella situazione concreta esiste il dominio di una classe sull’altra.
In base a tutto questo, ciò che unisce (e divide) gli individui della società borghese non è il riferimento a un bene comune dotato di una valenza fondante, ma la presenza di un elemento di strutturale conflitto: le classi esistono solo all’interno di esso e quindi acquistano un senso determinato solo all’interno della lotta di classe.
L’alternativa, dunque, a questo sistema (e alla sua concezione di libertà) è la valorizzazione dell’individuo non in contrapposizione alla comunità, ma in relazione con essa, dato che lo sviluppo dei singoli è possibile solo tramite la loro unione, nel contesto delle forze produttive esistenti.
La libertà personale diventa la realizzazione individuale inseparabile dalla presenza di una comunità di individui. La realizzazione degli «individui come individui» è possibile solo in una «comunità reale», in un’associazione che non si configura come mera sommatoria di individui-atomi.
Questa è, in estrema sintesi, una visione diversa della libertà all’interno un contesto che soddisfi i bisogni reali degli esseri umani nel loro complesso.
Un desiderio contrario ed opposto a quello della classe dominante che, invece, schiaccia “liberamente” chiunque ostacoli i suoi obiettivi.

Red18

(1)  Karl Marx, Sulla questione ebraica, 1844