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Dal Web a Il Buio

Pubblichiamo una ricerca di James Pietras che rievoca e puntualizza i pretesti che gli Stati Uniti hanno utilizzato per giustificare ed organizzare i conflitti che gli hanno visti protagonisti dalla seconda guerra mondiale in poi.
Una ricostruzione puntuale e documentata datata un  paio d’anni, ma sempre attuale. Ne abbiamo stralciate (indicandole) alcune parti che ritenevamo non fondamentali al solo fine di ridurre la lunghezza del testo.
La Red/Azione

Provocazioni e pretesti delle guerre imperiali: da Pearl Harbor all’11 settembre

di James Petras

Le guerre in una democrazia imperialista non possono semplicemente essere decise dal Governo, richiedono il consenso delle masse che devono essere motivate in vista dei sacrifici umani e materiali che dovranno sopportare. I leader imperialisti devono suscitare sentimenti ed emozioni che rinsaldino la coesione nazionale, per superare la naturale avversione per le morti, le distruzioni, lo sconvolgimento della vita civile e la brutale militarizzazione, che ogni guerra porta con sé.
La necessità di inventare un casus belli sussiste soprattutto per i paesi imperialisti, perché il loro territorio nazionale non è minacciato. Non c’è un esercito di occupazione visibile che opprime la gente nella vita quotidiana. Il “nemico” non sconvolge la routine quotidiana – effetto provocato invece dalla coscrizione obbligatoria. In tempo di pace, chi sarebbe disposto a sacrificare i propri diritti costituzionali e la propria partecipazione alla società civile, e sottomettersi alla legge marziale che preclude l’esercizio di tutte le sue libertà civili?
Esigenza dei leader imperialisti è di inventare uno scenario nel quale il nemico da attaccare (un potere imperiale emergente come il Giappone) possa essere rappresentato come un “invasore”, o un “aggressore” nel caso di movimenti rivoluzionari (comunisti coreani e indo-cinesi) impegnati in una guerra civile contro un vassallo dell’impero, o una “cospirazione terroristica” legata a movimenti islamici antimperialisti e anticoloniali o a Stati secolari. In passato le democrazie imperialiste non avevano bisogno di consultare o assicurarsi il sostegno della massa per le loro guerre espansioniste; facevano affidamento su eserciti di mercenari e su milizie coloniali guidate e dirette da ufficiali coloniali. Solo quando si è creato l’effetto convergente di imperialismo, politica elettorale e guerra totale, è emersa la necessità di garantire, non solo il consenso, ma anche l’entusiasmo, per facilitare il reclutamento di massa e giustificare la coscrizione obbligatoria.
Dal momento che tutte le guerre imperiali statunitensi sono combattute “oltreoceano” – lontano da ogni minaccia, attacco o invasione immediata – i leader imperialisti statunitensi hanno la necessità speciale di rendere il “causus belli” immediato, “drammatico” e di presentarlo come “difensivo”.
A tal fine i presidenti degli Stati Uniti hanno creato circostanze, inventato incidenti e agito con la complicità dei loro nemici, per indirizzare il temperamento bellicoso delle masse verso la guerra.
Il pretesto per le guerre si è concretato in atti di provocazione che hanno messo in moto una serie di contromosse da parte del nemico, e tali contromosse sono state poi utilizzate per giustificare una massiccia mobilitazione militare del paese imperialista, provocando e legittimando la guerra.
Le “provocazioni” degli Stati richiedono una unanime complicità da parte dei mass media nel periodo che precede la guerra: i mass media devono dipingere il paese imperialista come vittima della sua troppo fiduciosa innocenza e delle sue buone intenzioni. Tutte e quattro le principali guerre imperiali statunitensi degli ultimi 67 anni hanno utilizzato una provocazione, un pretesto, e sono state accompagnate da una propaganda sistematica ad alta intensità da parte dei mass media, per mobilitare le masse in favore della guerra. Un esercito di accademici, giornalisti, opinionisti ed esperti ha “ammorbidito” il pubblico, preparandolo alla guerra con scritti e commenti demonizzanti: il bersaglio designato è stato descritto come assolutamente malvagio in ogni suo aspetto – quindi “totalitario” – e anche le sue iniziative più benigne sono state ricondotte agli scopi demoniaci del regime.
Dal momento che il “nemico in divenire” non ha alcuna qualità e, peggio ancora, dal momento che lo “Stato totalitario” controlla tutto e tutti, nessun processo di riforma o cambiamento interno è possibile. Quindi la sconfitta del “male totale” può avvenire solo attraverso la “guerra totale”. Lo Stato e il popolo presi di mira devono essere distrutti per poter essere riscattati. In una parola, la democrazia imperiale deve irreggimentarsi e convertirsi in un colosso militare basato sulla complicità di massa coi crimini di guerra imperiali. La guerra contro il “totalitarismo” diventa il veicolo per affermare il controllo totale dello Stato.
Nel caso della guerra USA-Giappone, della guerra USA-Corea, della guerra USA-Indocinese e delle guerre post 11 settembre contro un regime nazionalista secolare indipendente (Iraq) e contro la Repubblica Islamica Afgana, il Governo (con l’uniforme complicità dei mass media e del Congresso) ha provocato una risposta ostile del paese preso di mira e ha fabbricato un pretesto per innescare una mobilitazione di massa a favore di guerre prolungate e sanguinarie.

Guerra USA-Giappone: provocazione e pretesto per la guerra

Il presidente Franklin Delano Roosevelt ha seguito un percorso preciso per provocare e creare un pretesto che affievolisse il sentimento contrario alla guerra che era maggioritario nel paese, riuscendo a unificare e mobilitare il paese a favore della guerra. Robert Stinnett, nel suo studio brillantemente documentato, “Day of Deceit: The Truth About FDR and Pearl Harbor”, dimostra che Roosevelt ha provocato la guerra con il Giappone seguendo deliberatamente un programma in otto fasi di provocazioni ed embargo contro il Giappone, sviluppato dal tenente comandante Arthur H McCollum, capo dell’Ufficio per l’Estremo Oriente della Naval Intelligence. Stinnett fornisce una documentazione completa dei cablogrammi statunitensi che tracciavano gli spostamenti della flotta giapponese verso Pearl Harbor, dimostrando chiaramente che FDR sapeva in anticipo dell’attacco giapponese a Pearl Harbor, seguendo la flotta giapponese praticamente ad ogni passo. Ancor peggio, Stinnett rivela che l’ammiraglio HE Kimmel, responsabile della difesa di Pearl Harbor, venne sistematicamente tenuto all’oscuro dei rapporti dei servizi di informazione sugli imminenti movimenti della flotta giapponese, e dunque messo deliberatamente in condizione di non poter organizzare la difesa della base USA. (…)
Per superare la massiccia opposizione della sua opinione pubblica alla guerra, Roosevelt aveva bisogno di un drammatico, distruttivo atto immorale commesso dal Giappone contro una base statunitense che avesse funzioni “difensive”, così da trasformare il pacifista pubblico statunitense in una coesa, oltraggiata e virtuosa macchina da guerra. Di qui la decisione presidenziale di compromettere la difesa di Pearl Harbor negando al comandante della Marina responsabile della sua difesa, l’ammiraglio Kimmel, le informazioni di intelligence sull’attacco previsto per il 7 dicembre 1941. Gli Stati Uniti “pagarono un prezzo”, con 2.923 statunitensi uccisi e 879 feriti, l’ammiraglio Kimmel fu incolpato e processato per non avere onorato i propri doveri, ma FDR ottenne la sua guerra. Il risultato positivo della strategia di FDR ha dato il via a mezzo secolo di supremazia imperiale degli Stati Uniti nella regione Asia-Pacifico. Un risultato imprevisto, tuttavia, sono state le sconfitte imperiali statunitensi e giapponesi nel continente cinese e in Corea del Nord, per mano dei vittorioso eserciti comunisti di liberazione nazionale.

Provocazione e pretesto per la guerra degli Stati Uniti contro la Corea

La conquista incompleta dell’Asia dopo la disfatta inferta dagli USA all’imperialismo giapponese, in particolare i rivolgimenti rivoluzionari in Cina, Corea e Indocina, costituirono una sfida strategica per i costruttori dell’impero statunitense. Il massiccio aiuto finanziario e militare fornito all’alleato cinese vassallo degli USA non riuscì a evitare la vittoria degli eserciti rossi antimperialisti. Il presidente Truman si trovò a dover risolvere un profondo dilemma: come consolidare la supremazia imperiale degli Stati Uniti nel Pacifico in un momento di crescenti sconvolgimenti nazionalisti e comunisti, e in un momento, però, nel quale la stragrande maggioranza dei soldati e dei civili, stanchi di guerra, chiedevano la smobilitazione e il ritorno alla vita e all’economia civili. Come Roosevelt nel 1941, la “soluzione”, per Truman, era quella di provocare uno scontro, che avrebbe potuto essere presentato come un attacco offensivo contro gli Stati Uniti (e i suoi «alleati»), e che sarebbe servito da pretesto per superare la generalizzata opposizione ad un’altra guerra imperiale.
Truman e il comando militare del Pacifico, guidato dal generale Douglas Mac Arthur, scelsero la penisola coreana come luogo per far esplodere la guerra. (…)
Mentre gli eserciti rossi avanzavano rapidamente dalle loro roccaforti nel nord e si univano ai movimenti sociali rivoluzionari di massa nel sud, vi furono feroci repressioni e massacri di civili, operai e contadini antimperialisti da parte dei collaborazionisti armati dagli Statunitensi. Di fronte alla sconfitta, Truman dichiarò che la guerra civile era in realtà una “invasione” dei coreani del nord contro la Corea del sud. Truman, come Roosevelt, era disposto a sacrificare le truppe statunitensi esponendole al fuoco diretto degli eserciti rivoluzionari, al fine di militarizzare e mobilitare il pubblico statunitense a difesa degli avamposti imperiali nella penisola sudcoreana. (…)
La propaganda e le epurazioni diffusero il timore di una possibile nuova guerra mondiale, nella quale la democrazia sarebbe stata minacciata dall’espansionismo del totalitarismo comunista. In realtà, la democrazia era stata già compromessa da queste manovre tendenti a preparare una guerra imperiale di sostegno ad un regime vassallo, e finalizzata ad istituire una testa di ponte militare nel continente asiatico.
L’invasione USA della Corea a sostegno del loro tirannico vassallo venne presentata come una risposta alla “Corea del Nord” che invadeva la “Corea del Sud”, e che minacciava i “nostri” soldati che difendevano la democrazia. Le pesanti perdite subite fino al ritiro delle truppe statunitensi hanno smentito l’affermazione del presidente Truman secondo cui la guerra imperiale era semplicemente un’azione di polizia. (…)

La guerra indocinese degli Stati Uniti: il pretesto del Tonchino di Johnson

L’invasione e la guerra degli Stati Uniti contro il Vietnam hanno avuto una lunga evoluzione, a partire dal 1954 e fino alla sconfitta finale nel 1975. Dal 1954 al 1960 gli Stati Uniti inviarono consiglieri militari per addestrare l’esercito del regime collaborazionista corrotto, impopolare e fallito del presidente Ngo Dinh Diem. Con l’elezione del presidente Kennedy, Washington aumentò il numero di consiglieri militari e di commando (i cosiddetti “berretti verdi”), e intensificò il ricorso agli squadroni della morte (Plan Phoenix). Nonostante l’accresciuto coinvolgimento degli Stati Uniti e il loro ampio ruolo nella direzione delle operazioni militari, l’esercito ausiliario di Washington del “Vietnam del Sud” (ARNV) stava perdendo la guerra contro l’Esercito di liberazione nazionale del Vietnam del Sud (Viet Cong) e il Fronte di liberazione nazionale del Vietnam del Sud (NLF), che godevano chiaramente del sostegno della stragrande maggioranza del popolo vietnamita. (…)
Gli Stati Uniti avevano due obiettivi strategici in Vietnam: Il primo consisteva nel creare un anello di regimi vassalli e basi militari in Corea, Giappone, Filippine, Taiwan, Indocina, Pakistan, Birmania settentrionale (tramite i signori dell’oppio KMT e i secessionisti Shan) e in Tibet, per circondare la Cina, organizzare attacchi di “commando” transfrontalieri da parte di forze militari vassalle e così bloccare l’accesso della Cina ai suoi mercati naturali. Il secondo obiettivo strategico dell’invasione e occupazione statunitense del Vietnam era parte del più ampio programma di distruzione dei potenti movimenti di liberazione nazionale e antimperialisti nel sud-est asiatico, in particolare in Indocina, Indonesia, Filippine. Lo scopo era di consolidare i regimi vassalli, che avrebbero fornito basi militari, de-nazionalizzato e privatizzato i settori delle materie prime, fornendo sostegno politico e militare alla costruzione dell’impero USA. La conquista dell’Indocina doveva essere una tappa essenziale nella costruzione dell’impero USA in Asia. Washington calcolò che, sconfiggendo il più forte movimento e paese antimperialista del sud-est asiatico, i paesi vicini (specialmente Laos e Cambogia) sarebbero caduti facilmente.
Washington fu costretta però ad affrontare numerosi problemi. In primo luogo, il fallimento del regime e dell’esercito fantoccio del “Vietnam del Sud” rendeva necessaria una massiccia presenza militare diretta di Washington, con la sostituzione delle forze di terra USA a quelle dei vassalli falliti e l’intensificazione dei bombardamenti in tutto il Nord Vietnam, in Cambogia e in Laos. In una parola, bisognava convertire una guerra segreta limitata in un’enorme guerra dichiarata pubblicamente.
Il secondo problema era la ostilità di ampi settori dell’opinione pubblica statunitense, in particolare gli studenti universitari (e i loro genitori della classe media e operaia), che erano esposti alla coscrizione obbligatoria e si opponevano alla guerra. L’ampiezza e la portata dell’impegno militare previsto come necessario per vincere la guerra imperiale richiedevano un pretesto, una giustificazione.
Il pretesto doveva essere tale da presentare gli eserciti invasori statunitensi come costretti a rispondere ad un subdolo attacco di un paese aggressore (Vietnam del Nord). Il presidente Johnson, il segretario alla Difesa, il comando navale e aeronautico USA, la National Security Agency, agirono di concerto. Quello che sarà poi definito come l’incidente del Golfo del Tonchino si concreta in due presunti attacchi, il 2 e 4 agosto 1964 al largo delle coste del Vietnam del Nord, da parte delle forze navali della Repubblica Democratica del Vietnam contro due cacciatorpediniere statunitensi, la USS Maddox e la USS Turner Joy. Usando, come pretesto, il resoconto inventato di tali “attacchi” mai avvenuti, il Congresso degli Stati Uniti approvò quasi all’unanimità la Risoluzione del Golfo del Tonchino il 7 agosto 1964, che garantiva al Presidente Johnson il pieno potere di procedere all’invasione e all’occupazione del Vietnam, impegnando fino e oltre 500.000 soldati di fanteria statunitensi entro il 1966. (…)
La menzogna chiave, tuttavia, era l’affermazione secondo cui la USS Maddox avrebbe “risposto” ad una pattuglia vietnamita “attaccante”. Le motovedette vietnamite, secondo i resoconti della NSA pubblicati nel 2005, non si trovavano nemmeno nelle vicinanze del Maddox: erano ad almeno 10.000 metri di distanza e tre colpi furono prima lanciati contro di loro dal Maddox che poi dichiarò falsamente di aver subito dei danni da un singolo proiettile di mitragliatrice da 14,5 mm allo scafo. L’ “attacco vietnamita” del 4 agosto non è mai avvenuto. (…)
Le conseguenze della fabbricazione di questo incidente inventato furono tali da giustificare un’escalation della guerra che ha ucciso 4 milioni di persone in Indocina, mutilato, sfollato e ferito milioni di altri, oltre a uccidere 58.000 militari statunitensi e ferirne un altro mezzo milione. (…)
L’idea di inventare minacce militari (l’incidente del Golfo del Tonchino) e di usarle poi come pretesto per la guerra USA-Vietnam è stata ripetuta in occasione delle invasioni statunitensi di Iraq e Afghanistan. In effetti i responsabili politici dell’Amministrazione Bush, che hanno lanciato le guerre afgane e irachene, hanno cercato di impedire la pubblicazione di un rapporto del comandante della Marina militare in cui si spiegava come l’NSA avesse distorto i rapporti di intelligence sull’incidente del Tonchino per venire incontro all’ardente desiderio dell’amministrazione Johnson di avere un pretesto per la guerra.

Provocazioni e pretesti: l’11 settembre e le invasioni Afghanistan-Iraq

Nel 2001, la stragrande maggioranza degli statunitensi era preoccupata per i problemi interni (…)
La sfida principale per i militaristi dell’amministrazione Bush era di trovare il modo di convincere l’opinione pubblica a sostenere la nuova agenda di guerra in Medio Oriente, pur in assenza di qualsiasi minaccia visibile, credibile e immediata da parte di qualsiasi paese sovrano del Medio Oriente.
I sionisti si erano ben posizionati in tutti posti chiave del governo per lanciare una guerra offensiva mondiale. Avevano le idee chiare sui paesi da colpire (gli avversari mediorientali di Israele). Avevano definito l’ideologia (“la guerra al terrorismo”, “difesa preventiva”). Avevano progettato una sequenza di guerre. Avevano collegato la loro strategia di guerra in Medio Oriente a un’offensiva militare globale contro tutti i governi, i movimenti e i leader che si opponevano alla costruzione di un impero anglo-sionista. Mancava solo un “incidente terroristico catastrofico”, che potesse far detonare la loro nuova guerra mondiale.
La chiave del successo dell’operazione fu quella di incoraggiare i terroristi e favorire una “negligenza” calcolata e sistematica – emarginare deliberatamente gli agenti della intelligence e le relazioni delle agenzie che avevano identificato i terroristi, i loro piani e metodi. Nelle inchieste che sono state in seguito avviate, è stato necessario enfatizzare una immagine di “negligenza”, inettitudine burocratica ed errori del sistema di sicurezza, per coprire quella che era stata più propriamente una complicità dell’amministrazione nel successo dei terroristi. Un elemento assolutamente essenziale per ottenere un massiccio e indiscusso appoggio ad una guerra mondiale di conquista e distruzione contro i paesi e i popoli arabi e musulmani doveva essere un “evento catastrofico” che potesse essere attribuito alla responsabilità di questi ultimi. (…)
Lungo tutto il corso degli anni ‘90, la costruzione dell’impero anglo-sionista aveva assunto caratteri vieppiù virulenti: Israele aveva cacciato i Palestinesi e ampliato i suoi insediamenti coloniali. Bush Senior aveva invaso l’Iraq e distrutto sistematicamente le infrastrutture economiche civili e militari irachene, e aveva creato uno Stato vassallo curdo etnicamente purificato nel nord. Come il suo predecessore Ronald Reagan, il presidente George HW Bush Senior aveva dato appoggio alle milizie islamiche irregolari anticomuniste nella loro conquista dell’Afghanistan attraverso una “guerra santa” contro un regime nazionalista secolare di sinistra. Ciononostante, Bush Senior tentò di “equilibrare” la costruzione di un impero militare con l’espansione dell’impero economico statunitense, evitando di occupare l’Iraq e tentando senza successo di frenare gli insediamenti coloniali israeliani in Cisgiordania.
Con l’elezione di Clinton, ogni limite alla costruzione di un impero anglo-sionista venne superato: Clinton provocò un’importante guerra nei Balcani, bombardando e smembrando brutalmente la Jugoslavia, bombardando periodicamente l’Iraq e ampliando ed espandendo le basi militari statunitensi negli Stati del Golfo. Bombardò la più grande fabbrica farmaceutica del Sudan, invase la Somalia e intensificò un boicottaggio economico criminale dell’Iraq che ha portato alla morte di circa 500.000 bambini. All’interno dell’amministrazione di Clinton, diversi sionisti filo-israeliani liberal si erano alleati ai fautori di imperi militari, occupando le posizioni strategiche chiave. (…)
La costruzione di un impero militare contro gli Stati-nazione esistenti non è stata facile da vendere all’opinione pubblica statunitense, o ai costruttori di imperi orientati al mercato dell’Europa occidentale e del Giappone, e nemmeno ai costruttori di imperi di nuova generazione guidati dal mercato di Cina e Russia. Washington doveva creare le condizioni per un’importante provocazione, che avrebbe superato o indebolito la resistenza e l’opposizione dei costruttori di imperi economici rivali. Più in particolare, Washington aveva bisogno di un “evento catastrofico” per “modificare” l’opinione pubblica interna, che si era opposta alla prima guerra del Golfo e, successivamente, aveva sostenuto il rapido ritiro delle truppe statunitensi dall’Iraq nel 1990.
Gli eventi, che si svolsero l’11 settembre 2001, servirono agli scopi dei costruttori di imperi militari statunitensi e israeliani. La distruzione degli edifici del World Trade Center, e la morte di quasi 3.000 civili, servirono da pretesto per una serie di guerre coloniali, occupazioni coloniali e attività terroristiche globali e assicurarono il sostegno unanime del Congresso degli Stati Uniti e innescarono un’intensa campagna globale di propaganda mediatica per la guerra.

La politica delle provocazioni militari

Dieci anni di fame per 23 milioni di arabi iracheni sottoposti al boicottaggio economico del regime di Clinton, intervallati da intensi bombardamenti, sono stati una grande provocazione per le comunità arabe e i cittadini di tutto il mondo. Sostenere la sistematica espropriazione israeliana delle terre palestinesi, intervallata da invasioni nei luoghi santi islamici di Gerusalemme, è stata una grande provocazione, che ha fatto esplodere decine di attacchi suicidi con bombe. La costruzione e l’utilizzazione delle basi militari statunitensi in Arabia Saudita, terra dove si trova la città santa islamica della Mecca, è stata una provocazione per milioni di credenti e praticanti musulmani. L’attacco e l’occupazione israeliana e statunitense del Libano meridionale e l’uccisione di 17.000 libanesi e palestinesi furono una provocazione per gli arabi.
Governati da pusillanimi regimi arabi, servili verso gli interessi degli Stati Uniti, impotenti a rispondere alla brutalità israeliana contro i Palestinesi, gli arabi e i devoti cittadini musulmani sono stati costantemente spinti da Bush, e soprattutto dal regime di Clinton, a rispondere alle loro continue provocazioni. Contro l’enorme sproporzione di potenza di fuoco a disposizione delle forze di occupazione statunitensi e israeliane (navi, elicotteri Apache, bombe da 5.000 libbre, droni assassini, mezzi corazzati, bombe a grappolo, Napalm e missili), gli arabi e la resistenza islamica disponevano però solo di armi leggere costituite da fucili automatici, granate a propulsione, missili e mitragliatrici Katusha, a corto raggio e imprecisi. L’unica arma che possedevano in abbondanza per vendicarsi erano le “bombe umane” suicide.
Fino all’11 settembre, le guerre imperiali statunitensi contro le popolazioni arabe e islamiche sono state realizzate nelle terre colpite e occupate, dove la grande massa di arabi vive e lavora in comunità. In altre parole, tutti (soprattutto per quanto riguarda Israele) gli effetti distruttivi delle loro guerre (omicidi, distruzione di case e quartieri e lutti familiari) erano il risultato di guerre offensive statunitensi e israeliane, apparentemente immuni ad azioni di ritorsione sul proprio territorio.
Il momento preciso dell’11 settembre coincide con la visibilissima presa di controllo della politica di guerra statunitense in Medio Oriente da parte dei sionisti estremisti collocati alle più alte cariche del Pentagono, della Casa Bianca e del Consiglio di sicurezza nazionale, e coincide con la massima influenza sionista sul Congresso. Gli antimperialisti arabi e islamici erano convinti che i costruttori di imperi militari stessero preparando un assalto frontale a tutti i restanti centri di opposizione al sionismo in Medio Oriente, cioè Iraq, Iran, Siria, Libano meridionale, Cisgiordania, Gaza, nonché Afghanistan, nell’Asia meridionale, e Sudan e Somalia, nell’Africa nord-orientale.
Questo scenario di guerra offensiva era già stato delineato dall’élite politica sionista statunitense, guidata da Richard Pearl, per l’Israeli Institute for Advanced Strategic and Political Studies in un documento politico, intitolato A Clean Break: A New Strategy for Securing the Realm. Il documento venne preparati nel 1996 per il Primo Ministro israeliano di estrema destra Bibi Netanyahu, prima della sua elezione.
Il 28 settembre 2000, nonostante gli avvertimenti di molti osservatori, il famigerato autore del massacro dei rifugiati palestinesi in Libano, il generale Ariel Sharon profanò la moschea di Al Aqsa, insieme al suo enorme entourage militare – una deliberata provocazione religiosa che guadagnò a Sharon l’elezione come Primo Ministro del partito Likud di estrema destra. Ciò diede il via alla Seconda Intifada e alla conseguente risposta selvaggia degli israeliani. Il sostegno totale di Washington a Sharon non fece che rafforzare la convinzione degli arabi che la “soluzione sionista” di massicce epurazioni etniche fosse all’ordine del giorno di Washington.
Il collegamento dei costruttori di imperi militari statunitensi con le loro controparti in Israele era assicurato dal più influente gruppo sionista, che aveva promosso quello che è conosciuto come il “Progetto per un nuovo secolo americano” (PNAC). Nel 1998 venne delineata una dettagliata road map militare per la dominazione mondiale degli Stati Uniti (il cosiddetto “Progetto per un nuovo secolo americano”), che si occupava del Medio Oriente e rifletteva esattamente la visione sionista di un Medio Oriente dominato da USA-Israele. Nel 2000 gli ideologi sionisti del PNAC pubblicarono un documento di strategia “Ricostruire le difese americane”, che stabiliva le linee guida esatte che i politici sionisti in arrivo nelle più alte sfere del Pentagono e della Casa Bianca avrebbero scrupolosamente seguito. Le direttive PNAC includevano l’istituzione di basi militari avanzate in Medio Oriente, l’aumento della spesa militare dal 3% al 4% del PIL, un attacco militare per rovesciare Saddam Hussein in Iraq e un confronto militare con l’Iran, col pretesto di minacce di «armi di distruzione di massa».
L’agenda del PNAC non avrebbe potuto andare avanti senza un evento catastrofico tipo “Pearl Harbor”, come hanno riconosciuto fin dall’inizio i costruttori di imperi militari statunitensi, gli Israeliani e i politici sionisti statunitensi. Il deliberato rifiuto da parte della Casa Bianca e delle sue 16 agenzie di intelligence e del Dipartimento di Giustizia di dare seguito a precisi rapporti sull’ingresso, l’addestramento, il finanziamento e sull’esistenza di piani d’azione terroristici, è stato un caso di deliberata “negligenza”: lo scopo era di consentire che l’attacco fosse realizzato per poi, immediatamente dopo, lanciare la più grande ondata di invasioni militari e attività terroristiche di Stato, dalla fine della guerra dell’Indocina.
Israele, che aveva identificato e tenuto sotto stretta sorveglianza i terroristi, assicurò che l’azione sarebbe proseguita senza alcuna interruzione. Durante gli attacchi dell’11 settembre, i suoi agenti hanno perfino avuto la sfacciataggine di filmare e fotografare le torri che esplodevano, mentre si abbandonavano a festeggiamenti e danze selvagge, in vista dell’adesione di Washington alla strategia militarista israeliana in Medio Oriente.

Costruzione di un Impero militare: La connessione sionista

La costruzione di un impero militarista ha preceduto l’ascesa al potere della Zionist Power Configuration (ZPC) nell’amministrazione George W. Bush. La prosecuzione di tale costruzione, dopo l’11 settembre, è stata un impegno congiunto tra la ZPC e militaristi statunitensi di lunga data, come Rumsfeld e Cheney. Le provocazioni contro arabi e musulmani che hanno preceduto gli attacchi sono state poste in essere dagli Stati Uniti e da Israele. L’attuazione odierna della strategia militarista nei confronti dell’Iran è un altro sforzo congiunto di militaristi sionisti e statunitensi.
Ciò che i sionisti hanno fornito, e che mancava ai militaristi statunitensi, era una lobby di massa, organizzata e ben finanziata, di propagandisti della guerra. I principali ideologi del governo, gli “esperti” dei media, i portavoce, gli accademici, gli scrittori e i consiglieri favorevoli alla guerra appartenevano in gran parte ai ranghi del sionismo statunitense. Gli aspetti più dannosi del ruolo svolto dai sionisti sono stati nella pratica realizzazione della politica di guerra, vale a dire la distruzione sistematica e lo smantellamento dello Stato iracheno. I politici sionisti hanno promosso l’occupazione militare degli Stati Uniti e sostenuto una massiccia presenza militare statunitense nella regione, in vista di altre guerre successive contro l’Iran, la Siria e altri avversari dell’espansione israeliana.
Nel perseguimento dell’impegno a costruire un impero militarista, in accordo con la stessa versione di Israele, i militaristi sionisti nel governo degli Stati Uniti sono andati oltre le loro aspettative pre-9/11, aumentando le spese militari dal 3% del PNL nel 2000 al 6% nel 2008, con una crescita del 13% all’anno nel periodo in cui hanno esercitato la loro influenza dal 2001 al 2008. Di conseguenza hanno portato il disavanzo di bilancio degli Stati Uniti a oltre $ 10 trilioni di dollari entro il 2010, raddoppiando il deficit del 1997 e spingendo l’economia statunitense e il suo impero economico verso il fallimento.
I politici sionisti statunitensi erano del tutto indifferenti alle terribili conseguenze economiche per gli interessi economici degli Stati Uniti all’estero, perché la loro principale considerazione strategica era di fare in modo che gli Stati Uniti accrescessero il dominio militare di Israele in Medio Oriente. Il costo (in termini di sangue e finanziario) dell’impegno degli Stati Uniti a distruggere militarmente gli avversari di Israele non li preoccupava minimamente.
Per perseguire il progetto imperiale sionista-statunitense di un Nuovo Ordine in Medio Oriente, Washington doveva mobilitare l’intera popolazione a favore di una serie di guerre contro i paesi antimperialisti, anti-israeliani del Medio Oriente e oltre. Per colpire tutti i tanti avversari di Israele, i sionisti statunitensi hanno inventato l’idea di una “guerra globale al terrorismo”. L’opinione pubblica nazionale e internazionale era decisamente ostile all’idea di combattere guerre una di seguito all’altra, e anche a quella di seguire ciecamente le follie di estremisti sionisti zelanti. Sacrificare le vite statunitensi per consolidare il potere israeliano, inseguendo la fantasia sionista di una “sfera di co-prosperità” tra Stati Uniti e una Israele dominante nel Medio Oriente, non poteva essere vista con favore negli Stati Uniti, figuriamoci nel resto del mondo.
I principali politici, in particolare l’élite sionista, alimentarono l’idea di un pretesto inventato – un evento che avrebbe scioccato l’opinione pubblica e spinto il Congresso degli Stati Uniti in uno stato d’animo pauroso, irrazionale e bellicoso, disposto a sacrificare vite e libertà democratiche. Per unire l’opinione pubblica statunitense dietro un progetto imperiale di invasione e occupazione militare del Medio Oriente, occorreva un’altra “Pearl Harbor”..

Conclusione: Provocazioni e guerre imperiali

‘Dietro ogni guerra imperiale c’è una grande menzogna’ Una delle più importanti implicazioni politiche della nostra discussione sul ricorso del governo USA alle provocazioni e all’inganno quando si tratta di cominciare guerre imperiali è che la stragrande maggioranza del popolo statunitense si oppone alle guerre all’estero. Il governo deve prendere delle misure che riescano a ridurre la preferenza degli Statunitensi per una politica estera basata sul rispetto dell’autodeterminazione delle nazioni. La seconda implicazione è che, però, i sentimenti pacifisti della maggioranza possono essere rapidamente condizionati dall’élite politica con inganni e provocazioni, amplificate e drammatizzate attraverso una costante propaganda dei mass media. In altre parole, i cittadini pacifici possono essere trasformati in militaristi sciovinisti irrazionali grazie ad una “propaganda di fatti” coi quali il governo travisa i propri attacchi offensivi come fossero “difensivi”, e le rappresaglie dell’avversario in aggressioni non provocate contro i pacifici Stati Uniti.
Tutte le provocazioni e gli inganni sono formulati da un élite presidenziale ma eseguiti volontariamente da una catena di comando che coinvolge decine o centinaia di agenti, la maggior parte dei quali partecipa consapevolmente all’inganno, ma raramente smaschera il progetto illegale per paura, lealtà o obbedienza cieca.
L’idea, sostenuta dai fautori della “integrità” della politica di guerra, che il coinvolgimento di un numero tanto elevato di persone fa sì che “qualcuno” farebbe certamente “trapelare” l’inganno, si è dimostrata falsa. Nel pieno della “provocazione”, quando vi è la dichiarazione di “guerra”, quando il Congresso autorizza all’unanimità il ricorso alla forza, nessuno o solo pochi giornalisti hanno mai sollevato seri interrogativi: i dirigenti che operano sotto il manto della “difesa di un paese pacifico” “da “nemici insidiosi non provocati” hanno sempre ottenuto la complicità o il silenzio di quei critici in tempo di pace, che decidono di mettere da parte le loro riserve e inchieste quando ci si trovi in una situazione di “minaccia alla sicurezza nazionale”. Pochi accademici, scrittori o giornalisti sono disposti a rischiare la propria posizione professionale, quando tutti i redattori ed editori di mass media, tutti i leader politici e le loro coorti di professionisti dichiarano ecumenicamente il dovere “di unirsi al nostro presidente in questo momento di minaccia mortale senza precedenti per la nazione” – come è avvenuto nel 1941, 1950, 1964 e 2001.
A eccezione della Seconda Guerra mondiale, ogni guerra successiva ha prodotto una profonda disillusione politica e civile, e persino la denuncia delle bugie che la avevano inizialmente giustificata. Il disincanto popolare nei confronti della guerra ha sempre innescato un temporaneo ripudio del militarismo … fino al successivo attacco “non provocato” e alla chiamata alle armi. Anche nel caso della Seconda Guerra mondiale ci fu un enorme indignazione civile nei confronti di un grande esercito permanente, e persino dimostrazioni su larga scala alla fine della guerra, che chiedevano il ritorno dei soldati alla vita civile. La smobilitazione è avvenuta nonostante gli sforzi del governo per consolidare un nuovo impero basato sull’occupazione di molti paesi in Europa e in Asia, a seguito della sconfitta della Germania e del Giappone.
La vera ragione che ha spinto i presidenti USA a fabbricare pretesti per le guerre, sta in una concezione militarista dell’Impero. Perché Roosevelt non ha risposto alla sfida economica imperiale giapponese aumentando la capacità economica degli Stati Uniti di competere e produrre in modo più efficiente, invece di sostenere un boicottaggio provocatorio chiesto dalle decadenti potenze coloniali europee in Asia? Era che, nel capitalismo, un’economia stagnante e depressa e una forza lavoro inattiva possono essere mobilitate dallo Stato solo per uno scontro militare?
Nel caso della guerra di Corea, gli USA che erano la più potente economia del dopoguerra non potevano usare la propria influenza attraverso investimenti in una Corea povera, semi-agraria, devastata, ma unificata, come avevano già fatto in Germania, Giappone e altrove?
Vent’anni dopo aver speso centinaia di miliardi di dollari e con un bilancio di 500.000 morti e feriti per conquistare l’Indocina, i capitali europei, asiatici e statunitensi sono entrati pacificamente in Vietnam su invito del suo governo, accelerando la sua integrazione nel mercato capitalista mondiale attraverso investimenti e scambi.
È chiaro che la non tanto nobile “menzogna” di Platone, come è stata praticata dai presidenti imperiali USA per ingannare i loro cittadini in vista di “obiettivi superiori”, si è tradotta nell’uso di mezzi sanguinari e crudeli per raggiungere fini grotteschi e ignobili.
Il ripetuto ricorso a pretesti inventati per lanciarsi in guerre imperiali è radicato nella duplice struttura del sistema politico statunitense, l’idea di costruire un impero militare e un ampio elettorato. Per realizzare il primo obiettivo, è essenziale ingannare il secondo. L’inganno è facilitato dal controllo dei mass media la cui propaganda di guerra entra in ogni casa, ufficio e classe, con lo stesso messaggio deciso a livello centrale. I mass media mettono a tacere quel che resta delle informazioni alternative che possano venire dagli opinion leader primari e secondari delle comunità, ed erodono i valori e l’etica personali. Mentre la costruzione di un impero ha provocato l’uccisione di milioni di persone e la fuga di decine di milioni, la costruzione di un impero al servizio del mercato impone il proprio tributo in termini di sfruttamento massiccio del lavoro, della terra e dei mezzi di sussistenza.
Come è avvenuto in passato, quando le menzogne dell’impero si esauriscono, si sviluppa nell’opinione pubblica un sentimento di disincanto e l’evocazione di “nuove minacce” non riesce a mobilitare più nessuno. Quando le perdite di vite umane e i costi socioeconomici colpiscono le condizioni di vita quotidiana, la propaganda dei mass media perde di efficacia ed emergono opportunità politiche. Come dopo la seconda guerra mondiale, la Corea, l’Indocina e oggi con Iraq e Afghanistan, si apre una finestra di opportunità politiche. Le maggioranze richiedono cambiamenti nella politica, forse strutturali, ma certo chiedono la fine della guerra. Si apre la possibilità di una pubblica discussione sul sistema imperiale, che ritorna costantemente alle guerre, alle bugie e alle provocazioni che le giustificano.

Epilogo

La nostra telegrafica indagine sulla formazione delle politiche imperiali confuta l’idea convenzionale e banale secondo cui il processo decisionale che porta alla guerra sia aperto, pubblico e condotto secondo le regole costituzionali di una democrazia. Al contrario, come accade ordinariamente in molti ambiti della vita politica, economica, sociale e culturale, ma soprattutto nelle questioni della pace e della guerra, le decisioni chiave vengono prese da una piccola élite presidenziale a porte chiuse, in segreto, senza consultazione e in violazione delle disposizioni costituzionali. L’idea di provocare conflitti nel perseguimento di obiettivi militari non è mai stata sottoposta all’elettorato. Non vi sono mai state indagini da parte di commissioni d’inchiesta indipendenti.
La natura segreta del processo decisionale non toglie che queste decisioni siano state “pubbliche”, nella misura in cui sono state prese da funzionari pubblici, eletti e non eletti, e hanno avuto un impatto diretto sul pubblico. Il problema è che il pubblico era tenuto all’oscuro dei più grandi interessi imperiali in gioco e dell’inganno che li avrebbe indotti a sottomettersi ciecamente alle decisioni di guerra. I difensori del sistema politico non sono disposti a confrontarsi con le procedure autoritarie, le fabbricazioni di élite e gli obiettivi imperiali non dichiarati. Gli apologeti della costruzione di un impero militare definiscono i critici e gli scettici come irrazionali “teorici del complotto”. Per la maggior parte, i prestigiosi accademici si conformano strettamente alla retorica e alle pretese inventate degli esecutori della politica imperiale.
Ovunque e in ogni momento gruppi, organizzazioni e leader si incontrano privatamente per prendere decisioni che saranno poi “pubbliche”. Una minoranza di politici o avvocati si incontra, discute e delinea le procedure e escogita tattiche per precostituire le decisioni che saranno poi assunte in sedi “ufficiali”. La stessa pratica viene adottata per le decisioni dei consigli scolastici locali e anche della Casa Bianca. Etichettare come “teoria del complotto” il resoconto degli incontri riservati di piccoli gruppi (che precedono le procedure formali “aperte” in cui verranno poi assunte le decisioni) significa negare il modo normale in cui opera la politica. In una parola, significa ignorare le prassi politiche più elementari, o essere conniventi con gli abusi di potere dei mercanti del terrore attuali. (…)

L’articolo completo è disponibile su www.ossin.org, la scelta della foto è della Red/Azione