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Il (Contrap)Punto: sommosse... popolari

Qualche notizia ed una riflessione.
Partiamo dalla prima nota di cronaca: il fallimento del progetto di creare una Superlega di calcio europea formata da alcuni tra i più importanti e ricchi club del continente.
Nelle polemiche succedutesi all’annuncio, poi ritirato in tutta fretta, la figura di merda più gustosa, ça va sans dire, l’ha fatta l’ennesimo rampollo sfaccendato della dinastia Agnelli che, per giunta, nelle ore successive non ha compreso di essersi sporcato fino ai capelli ed ha insistito senza sprezzo del ridicolo. Pare sia rimasto stupito che qualcheduno avesse da ridire sul fatto che per “stirpe” (come probabilmente è abituato…) alcune squadre potessero avere più “diritti” di altre (e ad ulteriore dimostrazione che i soldi ed il potere non possono comprare né furbizia né intelligenza).
Non ci piove che il calcio sia “sport popolare”.
Non ci piove, dunque, che il popolo tenga al calcio.
In effetti abbiamo assistito ad una levata di scudi generale, soprattutto in Inghilterra, fino al ritiro dalla nuova lega dei club “ribelli”. Un piano non del tutto fallito, a mio avviso e nonostante le apparenze, perché in tutte le manifestazioni della società la prevalenza del profitto sul sentimento umano resta una costante ineliminabile. Non è difficile prevedere che, magari in una veste rinnovata oppure forzando la mano agli organi calcistici attuali, qualcosa di simile alla fine possa andare in porto.
Piccolo inciso: la visione a pagamento delle partite esiste da circa trent’anni (e nessuno del popolino ci rinuncia, perché “con tutti i problemi che ci sono non vorrai togliermi anche le partite?”) ed ha prodotto esattamente quella logica che ha contribuito a trasformare il gioco del pallone in ciò che è diventato oggi e ad allargare le mire delle società calcistiche, ormai multinazionali a tutti gli effetti, che pretendono sempre di più.
Seconda notizia: il parlamento europeo non ha approvato gli emendamenti per rendere liberi i brevetti dei vaccini anti-Covid.
A più un anno dall’inizio della pandemia e delle restrizioni delle libertà in modo più o meno marcato, con la crisi economica che si è acuita e che si protrarrà per molto tempo e dopo le porcate cui abbiamo assistito in merito alla ricerca, allo sviluppo, alla creazione e alla distribuzione dei vaccini da parte delle industrie farmaceutiche (processo che, ricordiamo la buona Europa certifica che i profitti del vaccino saranno esclusivi e privati, alla faccia della tante parole spese dalla propaganda sul diritto alla salute e alla sua priorità.
I fatti superano sempre le parole…
Ciò che ha provocato una “riposta di popolo” percepibile è stato il tentativo di creazione della Superlega calcistica, mentre la gestione dell’emergenza Covid e tutto quello che ha prosperato intorno alla pandemia è stato pressoché ignorato, quando non direttamente sostenuto.
Non è il caso, dunque, di prendere definitivamente atto che è meglio stare alla larga da tutto ciò che viene definito “popolare”?
L’aggettivo “popolare” si riferisce ad un sentimento collettivo normalmente istintivo e non ragionato, cioè senza particolari argomenti o motivazioni che lo sostengano.
“Popolare” nel passato è stato consapevolmente (e colpevolmente) usato dal grandepartitocomunistaitaliano che lo sovrappose alla definizione di “proletario”, sdoganandolo in modo evidentemente strumentale ai propri fini elettorali.
Gente, popolo, quando non addirittura popolo italiano, ancor oggi sono utilizzati per protrarre la medesima truffa elettorale. Ma è un imbroglio. Quella di popolo, infatti, è definizione interclassista per eccellenza che, oltre ad essere utilizzata nel grande mercato delle vacche elettorale, non può perseguire parole d’ordine precise che non siano alcune boutade che rientrano prontamente nel dimenticatoio l’attimo successivo alla chiusura delle urne, perché normalmente non hanno nulla a che spartire con gli interessi reali di quelli che il potere lo esercitano davvero.
Tutto quello che viene presentato come “popolare” non chiarisce ma, anzi, nasconde le reali contraddizioni presenti nella società favorendo di fatto il più forte.
Gli interessi della classe dominante, quelli che devono perseguire i vincitori della battaglia elettorale, sono precisi e non negoziabili.
Lo intuiamo dall’arricchimento, anche in questa fase di profonda crisi, di pochi e precisi settori economici e lobbies come quella delle armi (altra notizia di cronaca di questi giorni) che ha portato i maggiori stati mondiali, in primis i gringos, ad incrementare le spese militari secondo dati ufficiali del 2020.

Renato Battaglia
dalla giungla metropolitana

La rubrica ospita contributi che non sempre e non necessariamente esprimono le posizioni della redazione web