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Il (Contrap)Punto: un piccolo sfogo

Questo è uno sfogo, lo ammetto.
Tra i personaggi politici contemporanei che urtano decisamente la mia sensibilità spicca indubbiamente Enrico Letta.
Un personaggetto, come proferirebbe la caricatura campana di un noto comico televisivo, con una storia personale che rappresenta il peggio ammissibile rispetto alla condotta nobile dell’uomo politico che agisce in base alla propria coscienza. Ad essere del tutto onesti una delle aggravanti, le “coccole” che gli hanno sempre riservato i mass media prezzolati, non è diretta responsabilità personale, pur registrando che  il “nostro” non ha mai fatto niente per sottrarsene.
Inquadro brevemente l’esperienza politica di Enrico Letta. È il nipote del famoso Gianni Letta, uno dei principali collaboratori di Silvio Berlusconi, coinvolto in innumerevoli e gravi processi.
Se da un lato è certo che “i peccati degli zii non ricadono sui nipoti”, è ugualmente vero che dalla bocca di Enrico, che era dalla parte opposta dello zio nell’emiciclo parlamentare durante la sua esperienza politica, non risulta essere mai uscito un fiato di disappunto sui guai dell’illustre parente.
In compenso, tra le poche dichiarazioni che Enrico si è sentito di diffondere su Gianni, quella più significativa riguarda il ringraziamento allo zio per il ruolo che avrebbe svolto nella sua decisione di fare politica.
Riporto il virgolettato mai smentito dal diretto interessato (1):  “Ricorderò? sempre il giorno in cui capii che avrei fatto politica. Ero andato a Roma per trascorrere la Pasqua con lo zio Gianni. Erano i giorni cruciali del rapimento Moro, e lo zio, insieme a mio padre, porto? me e mio cugino in via Fani. Quel giorno capii che per le proprie idee si puo? arrivare a dare la vita. Avevo 12 anni”.
Oppure questo articolo-ricostruzione (taglio delle parti non indispensabili per motivi di spazio) che, a distanza di anni, non risulta essere mai stato smentito dai protagonisti (2):
I due cablo, che permettono di ‘assistere’ al passaggio di consegne dallo zio al nipote, sono del 2006. L’ambasciata di via Veneto racconta a Washington l’incontro tra Gianni Letta e la delegazione Usa per gli affari internazionali della House of Representatives (una delle due camere del Congresso degli Stati Uniti).
(…) Fin dal 2001 Berlusconi e il suo governo sono stati a fianco dell’America di George W. Bush come nessun’altra nazione in Europa (…) Ora, però, l’esecutivo Berlusconi è tramontato, come si metteranno le cose per gli americani?
A rassicurarli è proprio Gianni Letta: «Indipendentemente dalla vittoria del centrosinistra», spiega, «le relazioni Italia-Usa continueranno a essere forti, perché sono basate sulla storia e sulle relazioni personali». (…) Il 24 maggio 2006, esattamente un mese dopo il colloquio di Gianni Letta con la delegazione americana, il governo Prodi è in sella e l’ambasciatore Usa a Roma, Ronald Spogli, incontra un nuovo Letta: Enrico, «sottosegretario del primo ministro (nipote del sottosegretario di Berlusconi, Gianni Letta)», scrive Spogli.
Anche in questo caso, gli Usa vogliono capire cosa li aspetta, come si muoverà l’Italia di Prodi. Enrico Letta spiega di ritenere che l’Italia supporterà le posizioni degli Stati Uniti su Israele e i palestinesi, che lui personalmente vede le basi Usa in Italia come un fattore positivo. Il giovane Letta si descrive come «fortemente pro-americano», spiegando di considerare le relazioni Italia-Usa essenziali.
A quel punto l’ambasciatore fa presente che «nel contesto di mantenere le nostre eccellenti relazioni bilaterali, nulla danneggerebbe quelle relazioni in modo più rapido o grave della decisione del governo italiano di inviare negli Usa i mandati di arresto dei presunti agenti Cia nominati nel caso Abu Omar. Questo è assolutamente essenziale», fa presente Spogli.
Stando a quanto racconta il cablo, Enrico Letta non si mostra minimamente turbato da quell’ingerenza: prende nota della richiesta e «suggerisce all’ambasciatore di discutere personalmente la questione con il ministro della Giustizia Mastella, che – consiglia Letta – dovrebbe essere invitato a Washington quanto prima per un incontro con l’Attorney General
“.
Un passaggio di consegne in piena regola. Altro che…
Ricostruito il piccolo Letta-maio, mi sale la carogna perché Enrico Letta è ricomparso ultimamente in video con delle dichiarazioni che non sono balzate agli onori della cronaca, ma che non hanno mancato di far indignare il sottoscritto: l’enfant prodige della politica progressista, il presidente del consiglio trombato dai suoi stessi compagni di partito, quello che oggi vaticina sui destini d’Italia dall’esilio parigino dove svolge l’umile impiego di barone universitario alla Sciences Po Paris, ha dichiarato in una trasmissione televisiva che “È finito il tempo in cui si andava a scuola, all’università e poi si lavorava. Adesso per tutta la nostra vita dobbiamo adattarci, cambiare ed essere pronti. Il sistema deve aiutare tutto questo“, cioè ha riassunto il pensiero liberal-progressista (se possiamo definire pensiero la pseudo-filosofia propagandistica serva dell’idealismo imperialista più becero) partendo dal bello che questo rappresenta nella sua condizione privilegiata. In parole povere, lui si è adattato andando ad insegnare in una delle più prestigiose università parigine, mentre chi non zii paragonabili si dovrà arrangiare con lavori spezzettati e sottopagati magari all’estero.
Spiccano, dunque, non solo il netto contrasto tra la percezione falsata della vita e del futuro che hanno queste mezze tacche nei confronti la realtà dei più, ma soprattutto il fatto che a personaggi di tal fatta (perché questa estraneità nei confronti del reale è comune alla soldataglia parlamentare) sia affidato il compito di organizzare, per conto dell’ideologia dominante del libero mercato,  il futuro delle prossime generazioni.
Riporto un piccolo brano tratto da “Rivoluzione e controrivoluzione in Germania” di F. Engels per comprovare che non sono novità, ma che nessuno può far finta di non sapere quando si affida, tramite il voto, a personaggi siffatti. Ancor peggiori, come nel caso di Letta, perché avvolti in un’aurea di onestà e buonismo che nascondono il marcio dell’ideologia che supportano.
Cretinismo parlamentare, infermità che riempie gli sfortunati che ne sono vittime della convinzione solenne che tutto il mondo, la sua storia e il suo avvenire, sono retti e determinati dalla maggioranza dei voti di quel particolare consesso rappresentativo che ha l’onore di annoverarli tra i suoi membri, e che qualsiasi cosa accada fuori delle pareti di questo edificio, – guerre, rivoluzioni, costruzioni di ferrovie, colonizzazione di interi nuovi continenti, scoperta dell’oro di California, canali dell’America centrale, eserciti russi, e tutto quanto ancora può in qualsiasi modo pretendere di esercitare un’influenza sui destini dell’umanità,- non conta nulla in confronto con gli eventi incommensurabili legati all’importante questione, qualunque essa sia, che in quel momento occupa l’attenzione dell’onorevole loro assemblea”.

Renato Battaglia

Ciò che è riportato nei virgolettati è consultabile sui siti:

(1)  www.vanityfair.it
(2)  espresso.repubblica.it/