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Nel nome della madre. In ricordo di Genoeffa

Riceviamo e pubblichiamo

Nel nome della madre. In ricordo di Genoeffa

Sebben che siamo donne
paura non abbiamo

Mi chiamo Genoeffa Cocconi, moglie di Alcide Cervi e madre di Gelindo, Antenore, Aldo, Ferdinando, Agostino, Ovidio ed Ettore e voglio prendere la parola, oggi, nel 2020, in questo fine 2020 faticoso per tutti e tutte.
E voglio innanzitutto ricordare anche le mie due figlie: Rina e Diomira

Dunque sono Genoeffa Cocconi, donna, moglie e madre di nove figli.

Dopo la Liberazione si è molto parlato della famiglia Cervi.

Nel mio cuore, dentro di me, provavo orgoglio, misto a vergogna.
Orgoglio perché certo che era giusto partecipare alla Lotta di Liberazione contro chi occupava la nostra terra, contro nazismo e fascismo:
Vergogna perché pareva che io non esistessi, le mie figlie non esistessero, non avessimo avuto una vita ed un ruolo, mentre la presenza e l’attività delle donne, anche la mia, nella Resistenza è stata senza dubbio determinante.
Ci tengo anche a far conoscere quanto poi ho saputo, ovvero che il mio cognome, Cocconi, ha origine dal greco “kokkos”, che sta a indicare il particolare chicco di melograno. Avete presente un melograno? Avete presente come i chicchi stanno abbracciati ed uniti?
A me pare che guardando all’origine del mio nome, si capisca quanto poi è avvenuto, e che nessuno poteva immaginare anche se sapevamo di dover essere pronti a tutto.
Eravamo davvero uniti come i chicchi di un melograno, nella buona e cattiva sorte.

Mentre parlo non voglio accusare nessuno, ma così è stato, forse anche per mia responsabilità.
Ecco, voglio dire che non si doveva parlare dei Sette Fratelli Cervi, ma della famiglia Cervi.    Eravamo una famiglia unita ed antifascista.
Non c’era nulla di quello che si faceva che non era condiviso da ognuno di noi, e sapevamo bene quali erano i rischi cui andavamo incontro: tutti e tutte.
Avevamo concordato che nella nostra casa chiunque poteva trovare riparo: italiani, russi, alleati, renitenti, disertori, antifascisti e tutti ricordano che in quella nostra grande casa colonica, pure nel trambusto del momento trovarono sempre il senso della famiglia. Proprio perché si era uniti e radicalmente antifascisti.
E soprattutto c’era in noi, ma non solo in noi, la diffusa consapevolezza che bisognava farla finita col fascismo, che in quel “credo” non c’era pace e salvezza per nessuno.
Oltre venti anni di crimini, miseria, nefandezze indicibili non rendevano insensibili nessuno.
La lotta partigiana grazie ai comunisti ha vinto, ha vinto grazie al coraggio non solo di chi ha impugnato le armi, ma grazie al popolo che ha reso possibile la lotta partigiana armata.
Mi riferisco a quel retroterra fatto di lavoratori, contadini, gente “comune” che ha rischiato la morte, deportazione per dire NO al fascismo, No al nazismo.
Immaginate povera gente che viveva sulle montagne, che forse nemmeno sapeva leggere, le mani piene di calli, eppure ha rischiato la vita e molti sono morti per la loro determinazione. Sono stati fucilati senza dire una parola, magari col capo chino senza capire, in fondo avevano fatto quello che era normale e giusto fare.
E le donne, le donne hanno fatto anche esse la loro parte.
Le donne hanno fatto la loro parte anche per costruire una emancipazione culturale, pur se autodidatte, o forse perché tali, provavamo amore per la lettura, apprensione culturale e desiderio di conoscenza. Avevamo capito che l’emancipazione sociale potesse passare solo nel lavoro, l’innovazione, la condivisione. Avevamo intuito e poi compreso che non ci si salva da soli ed ignoranti.
Ed è per questo che nasce l’idea di una Biblioteca Popolare, appropriarsi della cultura per non cedere allo sfruttamento, per sentirsi libere dentro noi stesse.
E poi più conoscenza voleva significare far fruttare meglio la produzione di tutti i prodotti provenienti dalle mucche e dai campi.
Cominciavamo a sentirci e voler essere padroni del proprio lavoro, e così del proprio pensiero.
Fu nel ‘39 che decidemmo di comprare un trattore, dalle nostre parti nessuno lo aveva, noi lo comprammo e lo prestavamo ai nostri vicini (in quella occasione acquistammo anche un mappamondo e lo mettemmo sopra il trattore. Qualcuno si stupì e dovemmo spiegare che volevamo far intendere che appartenevamo al mondo intero, quella era la nostra Patria).
Volevamo dimostrare che, anche se stavamo bene, sapevamo che non si sta mai davvero bene se non stanno bene anche gli altri.

E quella mattina? Quella mattina davvero nessuno s’è accorto di niente?
Quella mattina del 28 dicembre 1943 alle 6.30 ho sentito un tuono provenire dal Poligono di Tiro di Reggio Emilia, quando le vite di Gelindo, Antenore, Aldo, Ferdinando, Agostino, Ovidio ed Ettore si interruppero. E non va meglio all’”italiano rinnegato” Quarto Camurri (disertore della Milizia Volontaria) come scrivono i fascisti.

ma quando in un unico sparo
caddero in sette dinanzi a quel muro
la madre disse
non vi rimprovero o figli
d’avermi dato tanto dolore

Io ho dovuto resistere, far finta di nulla ed ancora negare per Alcide, per le nuore, per i nipoti.
Dovevo mantenere il segreto perché Alcide era ammalato, ho cercato di illuderlo che i figli un giorno sarebbero tornati. Ma anche quella volta invece a tornare non furono loro, bensì i fascisti.
Anche la mattina del 10 ottobre 1944 alle 6.30 ho sentito un tuono che mi ha ricordato quello delle 6,30 del 28 dicembre 1943 proveniente dal Poligono di Tiro di Reggio Emilia e per la seconda volta, incendiarono la nostra casa.

ma che ci faccio qui sulla soglia
se più la sera non tornerete

Fu dopo questa ulteriore aggressione che capii fosse giunta l’ora di chiudere gli occhi.
Geoveffa, la donna, moglie e madre, non ce la faceva più, e dopo 26 giorni trovai la pace.
Era il 15 novembre del 1944.

o figli cari
vengo con voi.

La casa incendiata fu rimessa in piedi e da allora rimase come monumento storico ad onorare la Resistenza partigiana.

Il video con la canzone Sebben che siamo donne: https://www.youtube.com/watch?v=PXOpVWSZ7uA
Albertina Soliani, Presidente dell’Istituto Alcide Cervi presenta un video dedicato alla figura di Genoevffa Coccone:  https://youtu.be/E–89wayvwU
I versi sono tratti dalla poesia “La madre” di Piero Calamandrei

P.S.: Erano nove i figli, sette i fratelli.

Francesco Giordano
Milano, Dicembre 2020