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La miniera degli show

La “liberazione” dei 33 minatori cileni (in realtà, 32, essendo uno di loro boliviano, a riprova che lo sfruttamento non ha nazione) è stato, nelle scorse settimane, l’evento che ha concentrato su di sé l’interesse dei media di tutto il mondo. Con gran soddisfazione del fascista che occupa abusivamente la carica che fu del rimpianto compagno Allende, l’unico legittimo presidente di un Cile democratico e popolare. E uno dei pochissimi socialisti onesti e perbene…
Comunque, se ciò che è successo in una miniera cilena fosse capitato lì da voi, in Italia, come sarebbero andate le cose? Come sarebbe stato gestito l’evento?
Proviamo ad ipotizzarlo.

Primo giorno.
La notizia occupa quasi per intero i telegiornali, costringendo in ultimo piano l’ennesima gaffe del Superviagra Nazionale. Diretta televisiva per 24 ore. Bertolaso, il ghe pensi mì junior, arriva sul posto con la sua corte di trafficanti, traffichini e cretini.

Secondo giorno.
Bruno Vespa, nella sua trasmissione, propone un plastico della miniera e dialoga con Barbara Palombelli, Belen e l’immancabile Lele Mora, che ne approfitta per scattare foto di gruppo (di pressione).

Terzo giorno.
Prime difficoltà e prima ricerca di responsabilità e colpevoli.
Il Superviagra Nazionale, il ghe pensi mì senior, indica i comunisti; Di Pietro il conflitto di interessi, Bersani si chiede, al solito stranito, cosa mai è successo di tanto grave, Bossi accusa i terroni, i rom e gli extracomunitari; Capezzone, l’idiota con la faccia da bambino ritardato, assicura che non si tratta affatto di una tragedia, bensì di una grande opportunità; e – ancora fermo all’epoca del Partito radicale e dell’infatuazione personale per Marco Pannella, il leader del cappuccino senza zucchero e senza panna – che è tutto merito del Governo e dell’attuale premier. Fini, da Montecarlo, nega che c’entri in qualche modo il cognato.

Quarto giorno.
Totti dichiara al Corriere dello sport: dedicherò uno dei miei goal ai minatori, anche se sono laziali.

Quinto giorno.

Il Pa(p)pa, in San Pietro, annuncia che lui “fare prekiera a i minatori ke in qvesti ciorni zono viccini al tiavolo”.

Sesto giorno.

L’audience inizia lentamente a calare. Affronta il tema solo di sfuggita Chi l’ha visto? Barbara D’Urso intervista i figli dei minatori chiedendo loro se “gli manca tanto paparino”.

Dal settimo al trentesimo giorno.
Falliscono tutti i tentativi di ghe pensi mì junior-Bertolaso, che, per questo motivo, viene nominato capo mondiale della protezione (?) civile. E promosso a presidente onorario della squadra di calcio dei minatori imprigionati.

Dopo il trentesimo giorno.
I minatori escono da soli dalla miniera, scavando la via di uscita con le mani. Appena fuori, ringraziano il Superviagra Nazionale, il santo Pa(p)pa, la squadra di calcio per cui fanno il tifo e la mamma, non necessariamente in quest’ordine.

Un anno dopo, i 33 minatori, già licenziati per assenza non dal ma… del posto di lavoro, vengono tutti incriminati per danneggiamento del sito minerario, e per una serie di altri reati secondari (disturbo della quiete pubblica, procurato allarme, manifestazione non autorizzata, ecc.).

L’avvocato Ghedini si rifiuta di assumere la loro difesa, il Superviagra Nazionale evita di incaricare lo scimmione che comanda le scimmie della sua scorta di fare una telefonata alla Questura ed il santo Pa(p)pa non prega più per gli sfortunati minatori perché “afere skoperto che numero 33 portare male, ja”.

Matteo Sepulveda