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Bufale che imbufaliscono

“Ogni giornale, dalla prima all’ultima riga, non è che un tessuto di orrori. (…) Non capisco come una mano pura possa toccare un giornale senza una convulsione di disgusto”
Charles Baudelaire

Abbiamo sperato fino all’ultimo di non doverci occupare del “caso Sakineh”, ossia del caso della donna iraniana che sarebbe stata condannata alla lapidazione in un primo tempo (solo) per adulterio, in un secondo momento “per omicidio”.
La faccenda, però, lungi dall’esaurirsi dopo pochi giorni, ha finito per tenere banco il tempo necessario per indurci ad esprimere anche il nostro punto di vista sull’avvenimento.
In fondo, ci siamo detti, se può sparare le sue fregnacce uno come Frattini, che fa il ministro degli Esteri solo perché conosce un’altra lingua, oltre al dialetto, e cioè quella salmistrata che consuma abitualmente al ristorante di Montecitorio, perché non possiamo dire la nostra pure noi?
Il “caso Sakineh”, a questo punto è evidente anche ai filosionisti alla De Bortoli, fa parte di una manovra mirante a mettere per l’ennesima volta in cattiva luce l’Iran. E per giustificare, in via preventiva, un attacco militare contro il regime di quel Paese di “barbari”, irrispettosi del diritto e dello stesso “senso di umanità”. Un po’ com’era accaduto per i Talebani rei di aver abbattuto la statua del Budda, rispetto all’Afganistan.
Non è questo, comunque, l’aspetto che ci preme sottolineare.
Ci sta a cuore, piuttosto, ribadire che l’informazione borghese, quella dei pennivendoli che si autoproclamano difensori della libertà di informazione (e dunque di formazione, di manipolazione delle coscienze), è sempre un cumulo di falsità, di bufale, per dirla con un allevatore campano.
I mass-media ufficiali, quelli più autorevoli e prestigiosi, infatti, hanno artificiosamente creato un “caso Sakineh”, con grande entusiasmo delle femministe alla Santanché e dei democratici-sinceri alla LaRussa, omettendo colpevolmente che:
1) Sakineh non è mai stata processata per adulterio: è stata giudicata per omicidio. Fra l’altro, particolare peraltro tutt’altro che secondario o irrilevante, in Iran non si emette una condanna per il reato di adulterio.
2) La Repubblica Islamica iraniana non ha adottato la Sharia, ma soltanto il diritto civile emanato dai rappresentanti del popolo regolarmente eletti in Parlamento.
3) La pena di morte è suscettibile di essere attuata mediante impiccagione. La lapidazione, che era in vigore durante il regime filo-amerikano e filo-sionista dello Sha Reza Palavi, messo in fuga dalla Rivoluzione dei pasdaran, è stata abolita poco dopo la cacciata del regal Infame.
4) Sakineh non ha solo “messo le corna al marito” – reato di uso e consumo affatto corrente in Italia, Paese il cui presidente del Consiglio ha acquisito i titoli per passare alla Storia non come “statista”  bensì, più prosaicamente, come “Gran Cornificatore” della legittima (?) consorte, con grande entusiasmo del popolino bue notoriamente ultrarepresso ed ultrafrustrato – ma, stavamo dicendo, ha prima drogato il marito e, successivamente, lo ha fatto uccidere nel sonno dall’amante-complice.
5) I due “amanti diabolici”, per rifare il verso ad un celebre film, sono stati condannati a morte sia in primo che in secondo grado.
Da parte sua, la Corte non ha fatto (ed abitualmente non fa) discriminazione sul sesso degli accusati: nella requisitoria dell’accusa, oltretutto, le relazioni intime degli assassini non sono state menzionate, in quanto non dimostrabili in virtù della condizione posta dal codice in vigore in Iran, e cioè che sono necessarie almeno quattro persone che siano state testimoni del reato, e che lo siano state contemporaneamente.

Avete trovato traccia di qualcuno di questi argomenti (non di tutti: sarebbe chiedere troppo!) nei commenti, nelle notizie o nelle dichiarazioni riportate dai mass-media scopertisi all’improvviso “femministi”, civili e democratici del nostro cattolicissimo Paese?
Un Paese che, proprio in quanto a stragrande maggioranza cattolico, dovrebbe conoscere che cosa dice La Bibbia, il libro sacro per eccellenza, della lapidazione.
La legge biblica, dunque la legge di dio, non dell’ultimo bifolco iraniano ignaro di diritti, civiltà e cultura, punisce con la lapidazione alcune trasgressioni, fra cui:
a) il culto di altre divinità (Deuteronomio 17:2-7);
b) l’incitamento all’idolatria (Deuteronomio 13:7-11);
c) la bestemmia (Levitico 24: 15,16);
d) l’insubordinazione ai genitori (Deuteronomio 21: 18-21);
e via elencando.
Inoltre, essendo all’epoca, prima cioè che venisse diffusa la bufala pazzesca dell’avvento del sionismo che avrebbe trasformato “un deserto in una florida e rigogliosa terra del latte e del miele” (!!!), la Palestina una terra sassosa, il linciaggio tramite lapidazione era espressione comune della rabbia popolare.
Al punto di apparire diverse volte nello stesso Nuovo Testamento, in particolare nei Vangeli di Matteo (21:35; 23:37) e Giovanni (10:31).
Nessun accenno a questo tipo di pratica rituale, nei mass-media che hanno sollevato il “caso Sakineh”, naturalmente.
E nemmeno ad un episodio pressoché concomitante.
Che, in compenso e per vostra fortuna, vi raccontiamo noi.
Erez Yechiel è un cantante ebreo ortodosso con un repertorio di musica religiosa (i gusti son gusti, come ha commentato il ministro della cultura italiano quando gli è stato chiesto perché avesse dedicato l’ennesima poesia d’amore al Superviagra Nazionale).
Un tribunale rabbinico, nell’agosto scorso, lo ha giudicato colpevole di aver cantato di fronte… ad un pubblico misto, composto cioè sia da uomini che da donne.
Per questa ragione, e solo per questa ragione, è stato condannato a ricevere trentanove, diconsi 39, frustate!
Fate un po’ voi…

Luca Ariano