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Di ritorno da Asmara

Riceviamo e volentieri pubblichiamo certi di rendere un buon servizio ai nostri lettori.

Tornato a Milano da Asmara leggo sui giornali italiani gli articoli sull’Eritrea apparsi in seguito alla nuova tragedia del mare ma concentrati non sulle politiche dell’immigrazione ma su una demonizzazione che  appare sospetta.
Trovo descritto il paese che ho appena lasciato  come un inferno, un paese dove si muore di fame e dove i negozi sono vuoti (1), una gigantesca prigione, un fattore costante d’instabilità del corno d’Africa (2),  un paese dove è in atto una persecuzione anticristana ad opera di un tiranno marxista e islamico (3) allora mi costringo a scrivere qualche riga citando solo quello che ho visto in poco più di un mese, periodo in cui Eritrea ed eritrei mi hanno ospitato.

Asmara: una città africana
Non so esattamente cosa intendesse dire Berlusconi quando in campagna elettorale definì Roma e Milano come città africane, certo mi stupì allora non sentire risposte sdegnate per l’affermazione evidentemente razzista ma solo basse polemiche sulle responsabilità degli amministratori locali del Pdl.
Asmara è una città africana: è pulita – a differenza delle nostre – e  si può dire lo stesso degli altri paesi e città che ho visto; anche le strade sterrate più periferiche sono mantenute in uno stato più che dignitoso e se ci puoi trovare qualche pozzanghera dopo un temporale è difficile trovare un mozzicone di sigaretta e impossibile trovare sacchi di immondizia o oggetti abbandonati.
Le città eritree sono luoghi sicuri, non esiste in sostanza il rischio di furti o aggressioni e ho visto  moltissime ragazze camminare per la città anche di notte da sole. Ma Asmara non è affatto una città militarizzata anzi si vedono pochissimi poliziotti e ancor meno armi, i militari armati in pratica li ho visti solo fermi di fronte a ministeri, ambasciate ed a qualche banca (normalmente un solo soldato in ogni luogo): se conto  poliziotti, carabinieri,  guardie giurate e militari che incontro in un’ora a piedi girando per il quartiere dove abito a Milano vedo certamente più uomini armati di quanti ne abbia visti girando per un mese l’Eritrea.

Il festival dell’Eritrea: l’identità plurale di un popolo
Ho avuto la fortuna di visitare nei primi giorni di agosto ad Asmara il Festival dell’Eritrea, una manifestazione che si tiene tutti gli anni presso l’area EXPO a cui partecipano decine di migliaia di eritrei provenienti da tutto il paese e dall’estero.
Vale la pena di parlarne perché si tratta di una fedele rappresentazione dell’identità nazionale di questo stato: qualcosa di straordinario ed estremamente originale.
Nel festival sono rappresentate e valorizzate le antiche tradizioni culturali delle nove etnie presenti nel paese: le loro musiche e danze, le case, gli oggetti d’artigianato, i vestiti e naturalmente i piatti tipici che si possono assaggiare in decine di piccoli ristoranti.
Nello stesso tempo i padiglioni dell’EXPO ospitano le mostre d’arte,  i plastici dei vari progetti di modernizzazione in corso di realizzazione e le scuole hanno il loro spazio per far presentare direttamente dagli studenti  il loro lavoro.
Anche se evidentemente la popolazione non è distribuita in modo uniforme (circa il 50% degli eritrei sono tigrini ed il 31% tigre) quello che  emerge è un paese fondato sulla parità tra le culture presenti (come pure si può dedurre dalla televisione di stato che oltre a fornire programmi in 4 lingue diverse è molto attenta a mostrare  tutte le etnie)  e che nel rispetto di queste antiche tradizioni trova una fortissima unità nazionale basata su un grande grande orgoglio per la propria indipendenza e sul rifiuto di ogni intromissione da parte di qualsivoglia potenza internazionale.
La musica avvolge tutto questo, i concerti  – da quelli dei cantanti più apprezzati a quelli dei bambini delle scuole elementari fino alle danze dei diversi gruppi etnici – si alternano dalla mattina fino a tarda notte. Ammetterò che ascoltare un bambino cantare una vecchia canzone struggente dedicata al proprio paese e scritta negli anni in cui per non incorrere in persecuzioni il nome dell’Eritrea era sostituito da quello di una ragazza mi ha commosso e forse mi ha insegnato cosa può significare l’amore per la propria Patria.

L’Eritrea è uno stato multireligioso ed è uno stato  laico
Il centro di Asmara è delimitato dalle più grandi strutture religiose del paese: la Cattedrale Cattolica la Grande Moschea e la Chiesa Ortodossa di Nda Mariam, sono presenti inoltre diverse chiese protestanti ed una Sinagoga; la libertà di culto è garantita ed il governo non interferisce nelle questioni religiose.
Il carattere laico dello stato è ciò che consente ad un popolo che professa diverse religioni (ed è così in tutti le città ed i villaggi e anche all’interno delle stesse etnie) di vivere nel reciproco rispetto e a quello che ho visto l’identità nazionale non ne risulta minimamente scalfita.
E’ normale vedere  passeggiare, scherzare, studiare, lavorare e ballare insieme ragazze e ragazzi mussulmani con cristiani delle diverse confessioni.
Va fatto un altro discorso – tutto diverso – per quanto riguarda i beni materiali della Chiesa Cattolica (in Eritrea ingenti e di derivazione diretta dalla dominazione coloniale italiana): il Governo nel tentativo di garantire un’istruzione ed una cultura a tutti ha trasformato diverse scuole private (prima a beneficio di pochi privilegiati) in scuole pubbliche, gli stessi cattolici eritrei sono in grado di distinguere questa questione da quella della libertà religiosa.
Faccio solo un esempio dell’approccio laico del governo: l’unica pubblicità che ho visto uniformemente diffusa sul territorio nazionale e con uno spot (il solo trasmesso dalla televisione) è quella che propaganda l’utilizzo del preservativo per la protezione dall’HIV.

Negozi eritrei
I negozi in Eritrea sono molto diffusi (almeno uno in ogni piccolo quartiere o villaggio) non essendo intervenuta la desertificazione successiva all’apertura dei grandi supermercati (questi, in effetti qui non esistono); nei negozi di solito si trova di tutto (frutta e verdura, farina, pasta, carne, zucchero, caffè oltre agli articoli non alimentari di uso comune) e non sono affatto vuoti. Nel centro delle città e nei villaggi più grandi si trovano poi negozi più differenziati: sartorie, lavanderie, negozi di vestiti, di scarpe,  di elettrodomestici e di CD e musicassette, cartolerie/librerie, fotografi, parrucchieri e moltissime farmacie. Oltre a questi ci sono i mercati di solito distinti per generi venduti, da quello del pesce a quello dei vestiti o dell’artigianato, dei mobili o degli animali.
Ho visto personalmente tutti questi luoghi affollati come pure ho visto affollati i moltissimi caffè delle vie del centro di Asmara dove in alcuni orari è quasi impossibile trovare posto a sedere.

Qualche considerazione sulla povertà
Capita di leggere qui in Italia articoli dove si accusa un popolo di essere povero quasi fosse una colpa  diretta del popolo stesso o del suo governo, mi pare però che la questione andrebbe affrontata in modo un po’ più serio ed un po’ meno semplicistico.
Certamente se il parametro di confronto è il livello di vita medio occidentale l’Eritrea è un paese povero e sappiamo che la sproporzione tra quanto si consuma in occidente e  nel resto del mondo è tale (e questo con le precise responsabilità delle politiche di rapina coloniali  e neocoloniali) da indurre tantissimi  a sognare un’altra vita in una metropoli nel nord del mondo (ed i nostri più vigorosi e retorici politici anti-immigrazione schiavi del loro egoismo sociale sarebbero i primi a scappare se qualcuno gli togliesse  anche solo per un mese il loro centro commerciale o la  loro villetta nel varesotto).
Però in una condizione di scarsità di risorse occorre capire che tipo di sviluppo è possibile; l’Eritrea ha scelto di non essere “sviluppata” da altri a spese di tutto il popolo e con l’arricchimento di una ristretta élite.
Ho visto personalmente in tutto il paese la costruzione di nuovi moderni ospedali e scuole e il governo tende a privilegiare nella distribuzione delle risorse le zone più povere del paese.  Anche se ad Asmara qualcuno si lamenta di questo ciò consente di evitare un’incontrollabile emigrazione interna che ridurrebbe questa città ad una bidonville come ce ne sono tante nel mondo purtroppo.
La povertà che pure ho visto è quasi sempre povertà dignitosa di piccoli pastori o venditori ambulanti, di agricoltori con il loro piccolo campo o di famiglie che vivono in case decisamente troppo piccole e non è la disperazione dei bambini costretti a sniffare colla per sopravvivere o lo sfruttamento senza limiti che si può vedere quotidianamente in altri paesi.

Perché tanto accanimento contro questo piccolo paese?
Appare sospetto questo congiunto e trasversale attacco contro l’Eritrea e credo che oltre a qualche utile ed ingenuo sciocco ci sia un preciso disegno teso a demonizzare un paese ed un popolo a cui il governo avrebbe fatto il lavaggio del cervello (4).
C’è  chi sta sfruttando  in modo immorale le tragedie, provocate peraltro dalle stesse politiche  di contrasto feroce all’immigrazione che sostiene, vuole introiettare nell’opinione pubblica italiana l’idea che “l’inferno” vada debellato.
Le vetrine dei negozi di Asmara sono decorate con le colombe della pace:  gli eritrei conoscono bene la guerra e non hanno certo la volontà di affrontarne ora un’altra.
L’ultima sanguinosa aggressione etiopica del 1998 (in cui l’esercito etiopico è penetrato in Eritrea compiendo brutalità e distruzioni assolutamente ingiustificate sui civili)  è una delle cause delle difficoltà del paese anche perché pur essendo concluse dal 2000  le operazioni militari non è stata mai raggiunta una vera pace e sono bloccati  tutti i naturali canali commerciali con il grande stato confinante.
Ma gli eritrei tengono più di ogni altra cosa alla loro indipendenza, non hanno intenzione di lasciare campo libero agli interessi occidentali nel loro territorio, non rinunciano a sostenere che anche il vicino popolo somalo ha diritto alla propria autodeterminazione: questi i veri motivi di una campagna che, a quanto ho avuto modo di vedere, si fonda su vere e proprie menzogne.

Chi vuole la pace lavori per la pace e non si renda complice del linciaggio di un popolo
Quando un paese è descritto in occidente con  toni da giudizio universale definitivo si sente  già risuonare la sentenza ed è quasi sempre di condanna a morte (Jugoslavia, Afganistan, Iraq … e la Somalia è dietro l’angolo…).
Il compito di chi vuole la pace non è certo quello di assecondare la propaganda che dipinge un paese che nella realtà non esiste o di attendere  che sia  una forza “umanitaria” (sempre dotata dei suoi bombardieri) o il fedele regime di Washington che domina l’Etiopia e che che già si è prestato (seppur con poco successo) alla guerra sporca in Somalia ad eseguire  una sentenza già scritta. Oppure, per essere più precisi, a provare ad eseguirla, vista la capacità di resistenza dimostrata dal popolo eritreo nel corso di 30 anni di guerra di Liberazione ed ancora negli ultimi anni.

Mattia Gatti

(1) Massimo Alberizzi, Gli eritrei in fuga dall’inferno, Corriere della Sera on line  21/8/2008
(2) M.M., Quelle migliaia in fuga dalla perla del regime, il manifesto, 26/8/2008
(3) Riccardo Farina, Gli eritrei? Fuggivano da marxismo e islam, il Giornale on line,  24/8/2009
(4) Riccardo Farina, Gli eritrei? Fuggivano da marxismo e islam, il Giornale on line,  24/8/2009