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Luci ed ombre latinoamericane

La notizia avrà fatto sobbalzare coloro che si ostinano a credere nell’esistenza di una “via istituzionale al socialismo”, che poi altro non è che la versione moderna del vecchio riformismo pacifista tanto (giustamente) disprezzato dai “classici del marxismo”.
Riprendendo l’esempio del proprio modello personale che séguita ad illudere gli “anti-imperialisti” sparsi ai quattro angoli del mondo come in epoca antidiluviana i trotzkisti dal palazzo di governo della Colombia “bolivariana”, l’attuale presidente della  Bolivia “socialista”, il “compagno” Evo Morales, un indio che mastica coca come Veltrusconi le encicliche papali,  ha affermato, alla metà dell’agosto scorso, che la più forte, eroica e gloriosa organizzazione rivoluzionaria della Colombia, le FARC, si è “convertita” nel “miglior strumento dell’impero americano per giustificare il proprio insediamento militare nella regione”.
Le fesserie di Morales, preoccupato di tutelare il proprio potere e gli interessi degli strati sociali che rappresenta (e che soltanto un idiota à la Toni Negri potrebbe esaltare e difendere come miglior e più idoneo sostituto di un soggetto rivoluzionario che ha avuto largamente modo di coprirsi di ridicolo fallendo miseramente la propria presunta “missione storica”) non meritano neppure la più elementare delle contestazioni, ad esempio quella di confondere colpevolmente cause reali (il governo filo-imperialista di Uribe in Colombia e le rinnovate mire espansionistiche della “nuova” amministrazione di Obama-la serpe puttana negli USA) con i pretesti propagandistici (l’attività rivoluzionaria del popolo colombiano in armi).
Per fortuna degli uomini onesti, però, dall’America Latina giungono anche messaggi diversi.
Uno fra tutti: Luis Sepùlveda (che non è, lo preciso per i noti pettegoli dei centri sociali, mio parente: purtroppo!) è tornato al romanzo.
Che racconta, a partire dalla vicenda di “un tipo speciale, uno che fu dirigente del Fronte Patriottico Manuel Rodriguez, il movimento armato che non ha dato un giorno di tregua a Pinochet”, “la storia di un gruppo di sconfitti. Perdenti che però hanno saputo conservare l’allegria. Perché sanno per cosa hanno combattuto e perso. La meglio gioventù cilena”.
Un gruppo che è diventato l’ombra di se stesso, di quello che era stato e che aveva rappresentato.
“Ma  per proiettare l’ombra” – precisa Sepùlveda – “è necessaria la luce. E la luce è la determinazione di cambiare quello che non ci sembra giusto. Una luce che non si spegne mai”.
“Che non si spegna mai”, per l’appunto.
Quando, per qualcuno, non si è mai accesa e non si accenderà mai…

Matteo Sepulveda