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Perplessità boliviane

“Combatti, vinci, cadi, rialzati, combatti, vinci, cadi, rialzati. Finché la vita non sarà finita, questo è il nostro destino.
Garcia Linera, politico ed ex guerrigliero boliviano, vicepresidente della Bolivia dal 2006 al 2019.

Il 20 ottobre scorso, com’è noto, la Bolivia ha visto una vittoria trionfale del partito di Evo Morales, l’indigeno “socialista” che, a dir poco a dispetto del ridicolo, aveva regalato, il 9 luglio 2015, un crocifisso su falce e martello al  Bergoglio complice delle bestie in divisa ed in abito talare responsabili del massacro di un’intera generazione di rivoluzionari argentini e per aver negato l’asilo politico a Cesare Battisti. Il “delfino” di Evo, Luis Arce, infatti, è stato eletto alla Presidenza della Repubblica latino-americana al primo turno, con il 52,4 dei voti e con il 21% di scarto rispetto al rivale-concorrente.
L’avvenimento crediamo necessiti di alcune brevi considerazioni il cui approfondimento è affidato all’interesse ed alla curiosità dei nostri lettori.
La prima è che il trionfo di Arce e del MAS rischia di avallare l’idea, assolutamente suicida e reazionaria, che la Dittatura possa essere abbattuta con la Democrazia. In altre parole, che ai fucili sia possibile sostituire i voti.
La seconda, dalla prima strettamente derivata, è che sia possibile “tornare” dalla Dittatura alla Democrazia parlamentare, peraltro entrambe forme del dominio della Borghesia, senza ricorrere alla più severa e dura epurazione dei felloni che hanno partecipato all’organizzazione del golpe (nel caso della Bolivia, del 2019), al loro imprigionamento e, più in generale, alla loro punizione senza attenuante alcuna (1).
Giova rammentarlo perché, in realtà, le prime parole dei vincitori dopo il successo elettorale, sembrano andare in tutt’altra direzione. Infatti Evo Morales, in una conferenza stampa da Buenos Aires dove ha trascorso parte del suo forzato esilio, ha affermato che il MAS cercherà “un incontro di riconciliazione per la ricostruzione”: “non siamo vendicativi, revanscisti”, ha detto.
Qui ci fermiamo, per limiti di spazio, non per mancanza di argomenti. E neppure di perplessità riguardo ad un’esperienza che, inutile negarlo, presenta numerosi punti “oscuri” tanto relativi ad una borghesia “golpista” che sembra volersi distinguere per la “originalità” della sua interpretazione del classico e tradizionale colpo di stato quanto inerenti a classi sociali, gli indigeni, che né Il CapitaleIl Manifesto dei comunisti avevano previsto.

Luca Ariano

(1) E’ di questo parere anche James Petras: “Spero che Luis Arce inizi a sostituire il comando dei settori militare e di polizia che hanno partecipato al colpo di stato, non dovrebbe permettere loro di rimanere al potere”. Cfr. LaHaine.org del 23 ottobre.