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Sulla popolarità

Nell’attuale dibattito (?) vengono spesso spacciate per vere alcune vulgate senza che nessuno possa contestare il merito delle scemenze espresse.
Un esempio lampante è quello che descrive la “popolarità”. Lo constatiamo con l’alternarsi di squallidi personaggi senza arte né parte che vivono l’ebbrezza di un periodo di notorietà facendo leva su una massiccia sovraesposizione da mass media col pretesto, appunto, della loro presa popolare. Risulta innegabile che il consenso generosamente offerto di volta in volta a questi presunti “salvatori della patria” da parte del popolino sia reale: è verificabile soprattutto nei quartieri popolari e disagiati, dunque non si può mettere in discussione.
L’equazione sottintesa sarebbe che popolare=giusto.
Invece Popolare NON è giusto e non può essere giusto, per una lunga serie di motivi che dovremmo elencare. A volte, però, per contrastare le bestialità e lo squallore in cui annega questa società di miserabili basta poco: ci limiteremo ad un piccolo brano che i nostri lettori apprezzeranno.

“Per la popolarità Marx nutriva un sovrano disprezzo. (…) Scevro di ogni vanità, Marx non poteva attribuire alcun valore al plauso della folla. La folla era per lui il gregge senza idee, che riceveva pensieri e sentimenti dalla classe dominante. (…) La grande maggioranza degli operai, quelli almeno che si erano destati alla vita politica, erano ancora avvolti nelle nebbie di aspirazioni e di frasi democratico-sentimentali tipiche del movimento quarantottesco, dei suoi prodromi e dei suoi postumi. Il plauso della folla, la popolarità era per Marx la prova che si era sulla falsa via. La sua massima favorita era l’orgoglioso verso di Dante

Segui il tuo corso, e lascia dir le genti!

che egli citava spessissimo e che conclude anche la sua prefazione al Capitale. Nessuno è insensibile ai colpi, agli urti, alle punzecchiature delle pulci e delle zanzare. E mentre seguiva il suo corso – attaccato da tutti i lati, oppresso dall’ansia del pane quotidiano, incompreso dalla massa del popolo lavoratore per la cui liberazione egli forgiava le armi nel silenzio della notte, a volte addirittura respinto in modo sprezzante da chi andava dietro a vuoti parolai, a manifesti traditori o addirittura ad aperti nemici – quante volte Marx, nella solitudine del suo studio povero, veramente proletario, dev’essersi ripetuto per farsi coraggio le parole del grande fiorentino, ricavandone nuova forza! (…)
Se detestava la popolarità, chi ne andava a caccia suscitava in lui un sacro furore. Aborriva i parolai dalle frasi forbite. Guai a chi si perdeva nei vuoti giri di parole: con lui egli era inesorabile. Phraseur era in bocca sua il peggiore degli insulti, e quando aveva capito di aver di fronte un phraseur, con quella persona era finita per sempre. Pensare con rigore logico ed esprimere chiaramente i pensieri: ecco ciò che inculcava in noi giovani a ogni occasione, imponendoci di studiare.”

tratto da: Colloqui con Marx ed Engels: Testimonianze sulla vita di Marx e Engels di Hans Magnus Enzensberger

a cura di Red27