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Coronavirus e Leopardi

Per chi scrive, che, a sua volta riprende e condivide  il pensiero altrui, in particolare quello di Sebastiano Timpanaro (1), il materialismo di Marx non è, ci sia consentito l’uso del termine e l’accusa di eresia, “vero materialismo”. Marx, infatti, considera solo due livelli: la struttura economico-sociale e la sovrastruttura ideologica (culturale, politica ecc.). Benché fra loro ci sia sempre un rapporto dialettico, in ultima istanza il primo livello, sempre secondo Marx ed i materialisti marxiani, condizionerebbe ogni volta il secondo.
In realtà, per un “vero materialista”, per un materialista conseguente (e coerente), i livelli non sono due, bensì tre.
Ai due già citati, infatti, occorre aggiungerne un altro:  il condizionamento esercitato dalla natura, che influisce sia sulla struttura economico-sociale (per esempio, attraverso il clima), sia sulla produzione ideologica e artistica (per esempio, attraverso le sensazioni materiali e corporali prodotte dalle emozioni, dalle malattie, dalla paura della morte, dalla spinta all’eros, ecc)
Durante il periodo del lockdown, cioè della quarantena imposta da un Governo di incompetenti e di criminali ad un popolino-bue di pecoroni senz’arte né parte, a qualcuno sarà forse capitato di leggere (o rileggere) La ginestra di Giacomo Leopardi.
Com’è noto (?), si tratta di un testo che rivendica il valore del “pensiero” (testuale) come fondatore della civiltà. Va da sé che per il Leopardi, il pensiero non è affatto l’”anima” dei cristiani o lo “spirito” degli idealisti, bensì il prodotto materiale di un organo materiale, il cervello (e su questo punto alcuni filosofi contemporanei sono nonostante tutto d’accordo).
La Ginestra chiama a testimonianza del potere della natura e della miserabile debolezza della condizione umana la storia del Vesuvio, l’eruzione che distrusse Pompei ed Ercolano, la lava che ha reso infeconde le pendici del monte. E se di notte, seduti sulle rovine e sulle lande deserte del monte, si guarda la volta stellata, appare chiara la piccolezza della creatura umana e della terra stessa: “questo oscuro/ granel di sabbia, il qual di terra ha nome” niente altro è che un minuscolo pulviscolo di una delle infinite galassie dell’universo, così piccolo e marginale che dalla sua prospettiva è assolutamente impossibile dare un qualche significato alla stessa vita umana. La quale, d’altra parte, sul pianeta Terra, ha una analoga posizione di trascurabilità e marginalità: basta un maremoto, un terremoto, un’eruzione vulcanica, un’epidemia (“un fiato/d’aura maligna”) per rendersi conto che l’uomo può sì violentare e sfruttare la natura, ma a questa basta poco per prendersi irreparabili rivincite.
D’altronde, si sa, la razza umana, come tutte le altre razze animali, è destinata all’estinzione. Insomma l’uomo dipende dalla natura, ne è gravemente condizionato, e la sua stessa possibilità di libera scelta è molto limitata: non può decidere né il tempo né il luogo della nascita e della morte, non può evitare le malattie né controllare lo scorrere del tempo né vincere la vecchiaia e la morte né determinare sempre in modo razionale le proprie scelte spesso condizionate da motivi inconsci, da traumi connessi alla nascita e all’infanzia, ecc. Inoltre contribuisce alla propria rovina (come mostra oggi la questione climatica) alterando la natura stessa e favorendone la tendenza distruttiva. In questo caso lo stesso livello economico appare volto a trasformare la natura, alterandola in senso negativo (lo stesso virus che oggi ci sta attaccando è nato e si sviluppa soprattutto nelle zone, dalla Cina alla Lombardia agli Stati Uniti, dove l’inquinamento atmosferico ha già logorato l’apparato respiratorio). Gli uomini hanno una sola arma a disposizione: la solidarietà, la fratellanza, una organizzazione sociale (una “social catena”) che li “confederi” e permetta loro di combattere uniti contro i limiti imposti dalla natura. E invece i vari popoli e gli stessi singoli individui non si aiutano fra loro e anzi rivolgono “odii” e”ire” (“ancor più gravi/ d’ogni altro danno”) gli uni contro gli altri. (2)
Tutt’altro, dunque, che la vuota e fastidiosa retorica dell’“usciremo migliori”, del “tutto andrà a finire bene”.
Per i Leopardi, occorre (ri)partire dalla considerazione, affatto materialista, che la tendenza all’egoismo e alla violenza fa parte della natura animale dell’uomo e che, nello stesso tempo, occorre impegnarsi perché quella alla solidarietà (insita, insieme alla spinta alla sopraffazione, in alcune specie animali, compresa quella umana) prevalga sulle pulsioni di morte.
E, ça va sans dire, su un modo di produzione, quello capitalista ormai in agonia.

(1) Sebastiano Timpanaro (Parma, 5 settembre 1923 – Firenze, 26 novembre 2000) è stato un filologo classico, saggista e critico letterario italiano.
(2) Cfr. Romano Luperini, in La letteraturaenoi.it dell’11 aprile 2020

Red5