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Il PCI populista

E’ risaputo che l’interlocutore privilegiato di un Partito che si pretende marxista dovrebbe essere la mitica (non per indiscussi meriti propri ma per altrui investitura) “classe operaia”, più in generale il proletariato.
In realtà, a partire dalla seconda metà degli anni Trenta e ancor più dalla metà del decennio successivo, la dialettica partito-classe operaia nel PCI venne sostituita dalla dialettica partito-popolo. E questo perché il discorso sul “popolo” avrebbe dovuto legittimare la leadership storica del Partito, per intenderci quella di Antonio Gramsci, il preteso “primo bolscevico e figlio del popolo”,  e, come vedremo subito, di Palmiro Togliatti.
Nella produzione teorico-politica di Togliatti, e cioè nei suoi discorsi ed articoli prodotti fra il 1919 ed il 1927, i termini “popolo” o “popolare” compaiono raramente: Invece, fra gli anni Trenta e Quaranta, parole come “classe” diminuiscono progressivamente, mentre inizia ad imporsi la parola “popolo”, connotato nazionalisticamente come “popolo italiano”.
Questo fenomeno era il riflesso di una precisa scelta politica: quella che ha alle spalle la cosiddetta “svolta di Salerno”, città, quest’ultima, in cui si era insediato il nuovo governo (antifascista) di Badoglio.
La “nuova politica” del PCI togliattiano esigeva infatti che i militanti e la base del partito abbandonassero la prospettiva rivoluzionaria e fossero disponibili ad allearsi con le forze politiche borghesi sopravvissute al Ventennio fascista. Così come l’Operaio della Terza Internazionale aveva finito con l’assumere tratti mitici, da “epopea della povera gente”, il “popolo comunista” (!) idealizzato degli anni Quaranta serviva a rifondare su basi rinnovate l’Italia, ora finalmente purificata dalle colpe e dai crimini di cui si era macchiato il regime mussoliniano.
Negli anni Cinquanta, periodo di maggior crescita politico-organizzativa del Partito, il discorso sul “popolo” arriva a svolgere un ruolo di primaria importanza. Il Partito “diede infatti impulso alla politica di ‘popolarizzazione’ e si adoperò per diffondere i propri modelli ideali, popolari, nella vita dei singoli militanti” (cfr.: G. Bassi, “Non è solo questione di classe. Il “popolo” nel discorso del Partito comunista italiano (1921-1991)”, Viella).
Il “popolo” è protagonista anche nella cultura: l’arte, spiegava il “populista” Togliatti, non era arte  se non era “espressione del popolo” e, anticipando i maoisti sessantottini, “al servizio del popolo”.
Più in generale, “popolarizzare” la linea del Partito voleva dire “mobilitare il popolo”, raccoglierlo ed orientarlo verso il socialismo”, ragion per cui occorreva “essere costantemente in mezzo al popolo con la parola, con l’esempio, con le azioni” (cfr. Vie nuove del 27 giugno 1948).
A ben vedere, le stesse agitazioni operaie del luglio Sessanta saranno collocate all’interno della narrazione di una Resistenza fondata sull’”unità popolare”.
Esigenze di spazio ci consentono solo un rapido volo storico-teorico agli anni (berlingueriani) del “compromesso storico”, dell’”abbraccio contro-natura” fra i delinquenti democristiani e la feccia picista.
Negli anni Sessanta, don Enrico Berlinguer, il prete laico catapultato alla direzione del partito, recupera il discorso sul “popolo” per “lanciare” il progetto del “compromesso storico”, inserendolo nella narrazione populista che lega idealmente Gramsci a Togliatti.
Per il santino per eccellenza dei catto-comunisti, il processo di rinnovamento che aveva preso avvio dalla Resistenza, la quale aveva come proprio baricentro il “popolo”, non certo la classe, era stato interrotto nel 1948, per decisione del “gruppo dirigente conservatore” (!) della Democrazia Cristiana. Per riallacciare il filo originario, occorreva dunque ripartire dalla creazione di un “blocco sociale” e creare non un’”alternativa di sinistra”, bensì una “alternativa democratica”, popolare perché interclassista.
In realtà, dagli anni di m….a di Berlinguer il PCI ha smesso di parlare al “popolo”, a maggior ragione di interpretarne e rappresentarne gli interessi, quali che essi possano mai  essere.
Oggi gli “eredi”, gli epigoni del PCI di Gramsci e di Togliatti si accontentano di essere i fantocci, per la verità un po’ rincoglioniti ed incapaci della finanza internazionale e dell’imperialismo USraeliano.
“Chi si contenta gode”, commenterebbe uno del… popolo.

Red4