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Il covid e la crisi

Relativamente alla lettera da voi pubblicata il 28 di maggio e del dibattito, che, se non ho inteso male, essa vuole sortire sulle pagine del giornale (contributo del compagno “Baldanzoso”) ho pensato di inviarvi le classiche due righe.
La premessa, d’obbligo, è che in linea generale sono d’accordo con quanto scritto, ma mi premeva sottolinearne alcuni punti.

Il covid come acceleratore della crisi.

Che l’emergenza sanitaria abbia messo in evidenza e accentuato una tendenza storica è fuori di dubbio.
Di quale sarà l’esito di questa crisi già abbiamo i primi segnali:
La crisi sarà devastante per tutti, ma in particolare per la piccola borghesia bottegaia del nostro paese. Questo, come viene scritto, altro non è che una tendenza storica a cui prima o poi saremo comunque arrivati.
Nei paesi economicamente avanzati la scomparsa delle piccole botteghe a favore, ad esempio, della grande distribuzione è un dato ormai acquisito da anni. Da noi era una tendenza che non aveva ancora raggiunto il suo culmine.
Ciò porterà a un generale impoverimento della popolazione, alla scomparsa di questa classe, peraltro, di evasori fiscali, a un aumento generalizzato della disoccupazione e, con molto probabilità, alla comparsa di movimenti di destra anche estrema (almeno così ci insegna la storia). Con le conseguenze evidenti che ciò comporterà.

Aumento dei prezzi, e in generale, dell’inflazione. Basta andare a fare la spesa che già si possono percepire gli aumenti del costo al dettaglio dei beni di consumo.
Aumento delle tasse. Il debito che lo Stato sta accumulando con l’Europa, i provvedimenti a sostegno dell’economia e della sanità qualcuno li dovrà ripagare. I soldi non sono certo gratis e saranno i cittadini a doversene far carico con l’aumento delle tasse.

Se Atene piange Sparta non ride o della crisi delle dirigenze politiche.

Sulla inadeguatezza della dirigenza politica della sinistra anche extraparlamentare non ho nulla da aggiungere rispetto a quanto scritto, ma, appunto, se Atene piange… certamente il “nemico di classe” non è messo meglio.
La gestione fantozziana e criminale della crisi ha messo ancora più in evidenza, ma non ce n’era bisogno, l’assoluta inconsistenza della classe politica di questo paese (ma vale a livello planetario, vedi i vari Trump e Bolsonaro).
La classe dirigente, quella che dovrebbe prendere le decisioni strategiche, è formata da una casta di mantenuti assolutamente inadeguati frutto di una selezione politica inesistente.
I “nostri” politici di professione sono tutto fuorchè, appunto, professionisti.
Non esiste una selezione, questi, al massimo, prima di entrare in politica hanno diretto la sfida al palo della cuccagna del loro oratorio (e si sono pure fottuti il premio). Quali battaglie politiche (che dovrebbe essere la loro palestra) hanno sostenuto prima di essere infilati a forza in liste precostituite?  L’elezione, o la sconfitta,  è semplicemente il frutto del piazzamento all’interno di un elenco di eleggibili dove non c’è la possibilità di esprimere, in scheda, la preferenza e l’ordine è stabilito in base a chi meglio  lecca il culo al dirigente di turno o, molto statunitense, a chi ha i soldi per pagarsi un posto.
Certo è probabile che si andrà verso un sistema totalitario 2.0 (come si dice) dove il controllo avviene attraverso la tecnologia, ma la domanda è: hanno le competenze per gestirlo?
Quello che accade ora negli Stati Uniti ci dice di no!
Ed è corretto il paragone, umiliante per quanto riguarda la società dei gringos, che si faceva con Cuba
Bè, insomma, o socialismo o barbarie, ormai barbarie?
Non sono così ottimista come veniva scritto nella seconda lettera pubblicata, “l’alternativa l’abbiamo”, suona più come uno slogan (che ripetiamo da sempre, certo) più che come certezza e programma politico.
E non posso dichiararmi pessimista come nella prima pubblicazione (barbarie).
Forse una nota di ottimismo c’è, sulla base di quanto accade negli USA in questi giorni, certo si tratta di rivolte spontanee sul modello delle rivolte contadine del 1500.
Magari qualcosa ne viene fuori.
Credo che questa sia la prospettiva futura con cui misurarsi.

Lettera firmata