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I pentiti mentono al quadrato

La questione-pentiti è vecchia almeno quanto la questione della buonafede dei torturatori.
Categorie che hanno in comune, anche in questo caso fin dalla proverbiale notte dei tempi, il fatto indiscusso di essere composte da bestie infami, meritevoli solo dell’attenzione e della cura che si riservano ai “morti che camminano”.
Dallo Stato-canaglia per eccellenza, dagli USA, giunge comunque una notizia interessante.
Uno studio comportamentale condotto da due psicologhe dell’Università dell’Arkansas sembra aver stabilito che quando al potenziale criminale viene chiesta una seconda confessione in cambio di “incentivi” quali la riduzione della pena o un miglioramento delle condizioni di detenzione ci si attende solitamente un ulteriore “contributo di verità”.


In altre termini: quando ad un pentito vengono richiesti ulteriori “contributi”, chi lo fa ritiene che il pentito pronunci senz’altro la verità, “tutta la verità e solo la verità”, per dirla con una citazione dai telefilm di Perry Mason.
A quanto è stato appurato, invece, le cose non stanno affatto così.
Secondo lo studio appena ricordato, il pentito, nel corso della seconda confessione, a séguito degli incentivi che gli sono stati offerti, non è per nulla indotto ad affermare il vero.
Al contrario, l’incentivo suggerisce di “dire altro”, secondo criteri del tutto opportunistici.
La ricerca, pubblicata sul Journal of law and human behavior (edizione del 10 marzo 2009), ha sottoposto un centinaio di partecipanti ad una situazione (il crash di un computer) in cui tutti gli interessati erano a conoscenza dell’identità del responsabile.
E’ stata allora chiesta loro una prima ed una seconda confessione in presenza di incentivi.
Il risultato, inatteso dagli sperimentatori, non sicuramente da chi possiede un minimo di buonsenso e di conoscenza dei meccanismi che reggono la realtà dei cosiddetti “pentiti”, è stato, come già anticipato, la presenza di incentivi ha determinato un sensibile aumento del tasso di false confessioni.
Ad ennesima conferma che le dichiarazioni dei pentiti stanno alla verità come Bossi e Calderoni stanno all’intelligenza.

P.R.