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I veri virus della sanità

Secondo l’ultimo rapporto Mil€x, lo Stato italiano spende 68 milioni di euro al giorno per le spese militari. Significa 25 miliardi in un anno, ossia il costo della clausola di salvaguardia sull’IVA di quest’anno. Quindi è chiaro che, quando si parla di aumento della spesa pubblica, analizzando i dati settorializzati, capiremmo che l’unica spesa pubblica che aumenta è proprio questa: la corsa agli armamenti.

Da: lordinenuovo.it

Che alla diffusione dell’epidemia di coronavirus abbia contribuito, soprattutto nelle Regioni a guida leghista del nord-Italia, il progressivo smantellamento della Sanità pubblica, è ormai un dato acquisito, incontrovertibile. Non altrettanto scontato, invece, è che solo la Destra italiota e la Lega del buffone-Bossi prima e del pagliaccio-Salvini poi (comunque sia, sempre sotto la tenda del circo dei mostri nordici ci troviamo!) si siano resi responsabili di questo crimine.
Le cose, infatti, non stanno proprio come i luoghi comuni ci indurrebbero a credere.
Nel contesto del servizio sanitario pubblico, infatti, lo scoppio dell’emergenza Covid-19 ha fatto venire allo scoperto numerosi fattori di criticità: il sottodimensionamento degli organici, la mancanza di presidi sanitari adatti, l’elevata dipendenza del sistema sanitario da un numero di centri ospedalieri in continuo calo su tutto il territorio nazionale, il rischio di un contagio diretto degli operatori che ha portato le risorse a disposizione a essere falcidiate.
La causa principale di questa problematica va cercata nell’impatto sulla sanità delle misure di austerità e di taglio alla spesa pubblica che il Paese ha dovuto affrontare negli ultimi anni, principalmente dopo la crisi dei debiti sovrani del 2010-2012.
L’austerità ha affondato la sanità pubblica tagliandone direttamente i fondi o revocando consistenti aumenti di dotazione fondamentali per adeguare, in termini di strutture e personale, il sistema sanitario nazionale alle esigenze dettate dall’aumento dell’utenza potenziale, dell’incremento della speranza di vita, delle necessità di cure per patologie rare o croniche.
Diversamente da altri settori di pari rilevanza cruciale, nella sanità pubblica ogni euro di mancato aumento o adeguamento di spesa è da considerare un taglio tout court.
Per questo motivo, la Fondazione GIMBE (1) ha equiparato tagli e aumenti “falliti” alla dotazione economica del Sistema Sanitario Nazionale avvenuti negli ultimi anni, calcolando in 37 miliardi di euro le risorse complessivamente sottratte alla sanità pubblica tra il 2010 e il 2019.
Questi fondi sono stati tagliati in maniera lineare dai governi Monti (8 miliardi tra la finanziaria 2012 e quella 2013), Letta (8,4 miliardi di tagli nella finanziaria 2014) e Renzi (meno 8 miliardi nel 2015), mentre tra le leggi di bilancio 2015 e 2017 il governo dell’attuale leader di Italia Viva si è reso responsabile di 8,4 miliardi di euro di mancati aumenti della dotazione del Servizio Sanitario Nazionale (SSN).
Analogamente, l’esecutivo guidato da Paolo Gentiloni (con la finanziaria 2018) e il primo governo di Giuseppe Conte (M5S-Lega) hanno bloccato degli aumenti programmati per complessivi 3,7 miliardi di euro (3,1 il primo, 0,6 il secondo) prima che nell’ultima legge di bilancio un aumento di risorse di 2 miliardi di euro trovasse finalmente il modo di concretizzarsi.
Nonostante il governo di Mario Monti sia l’esecutivo maggiormente associato al tema dell’austerità in Italia, è notevole ricordare come 28,1 miliardi tra tagli e mancati aumenti siano da imputare ai governi della XVII Legislatura (2013-2018), esecutivi politici dominati dalla centralità del Partito Democratico. Al momento del suo apogeo, prima del referendum costituzionale del 2016, il PD controllava, oltre al governo nazionale, anche 17 delle 20 Regioni depositarie di notevoli poteri di spesa e nomina per la gestione dei singoli sistemi sanitari locali. In generale, dal 2010 a oggi la spesa sanitaria pubblica pro capite è diminuita dell’8,8%, in linea con le nazioni che hanno sofferto di più la crisi economica, ovvero Grecia (-38%), Portogallo (-11%) e Spagna (- 3,8%) (cfr. Quotidianosanità.it).
In compenso, come ricordato dal brano in esergo, la spesa militare non ha subìto alcun genere di riduzione (2).
Ci fermiamo qui. Essendoci materia sufficiente per dare alla Lega quello che è della Lega (un’inondazione di sputazzate) e al PD quello che è del PD (una camionata di materia fecale).

(1) La Fondazione GIMBE è un’organizzazione indipendente che dal 1996 promuove l’integrazione delle migliori evidenze scientifiche in tutte le decisioni politiche.
(2) “Nel 2019 le spese militari sono aumentate come non succedeva da 10 anni”. AGI.it, 27 aprile

Red4

Dal Friuli Venezia-Giulia di Deborah Serracchiani al Lazio presieduto da Nicola Zingaretti la gestione dei massimi esponenti democratici della sanità pubblica è stata aspramente criticata. L’ideologia dominante del vincolo esterno, del mito del pareggio di bilancio e dell’austerità economica come fattore di responsabilità hanno contribuito a un salasso di ampie proporzioni.
Del resto, una recente pubblicazione del centro studi Osservatorio Globalizzazione, corredata da un’ampia e dettagliata appendice di studi econometrici, ha indicato una correlazione diretta di medio-lungo periodo tra il taglio alla spesa pubblica e gli sforbiciamenti del sistema sanitario: basandosi sul rapporto tra entrate e spese dello Stato precedenti il pagamento degli interessi sul debito (il cosiddetto “saldo primario”) e evoluzione della spesa sanitaria per il periodo che va dal 1999 al 2018 lo studio ha dimostrato statisticamente che ogni volta che si è incrementato il saldo primario in relazione al Pil di un punto percentuale, il rapporto spesa sanitaria/Pil si è ridotto, in media, di circa 0,3 punti percentuali. In altre parole per ogni consolidamento fiscale della sopraindicata entità si è assistito ad un taglio della spesa sanitaria per circa 4,6 miliardi. Oggigiorno, l’Ocse segnala che l’Italia per la salute spende tra pubblico e privato l’8,81% del Pil, esattamente come la media dei Paesi Ocse. Ma in un contesto di Pil a potere d’acquisto, come spesa siamo sui 3.428 dollari, contro i 3.992 della media, come riportato da Quotidiano Sanità. In generale, dal 2010 a oggi la spesa sanitaria pubblica pro capite è diminuita dell’8,8%, in linea con le nazioni che hanno sofferto di più la crisi economica, ovvero Grecia (-38%), Portogallo (-11%) e Spagna (- 3,8%)
Tutto questo ha avuto effetti profondi e duraturi anche sul terreno della disponibilità di posti letto negli ospedali. Milena Gabanelli su Dataroom, la sua rubrica settimanale sul Corriere della Sera, ha tracciato una dettagliata panoramica di come il servizio sanitario nazionale si presentava alla vigilia della slavina del coronavirus, evidenziando tagli, disservizi e problematiche legate alla gestione degli ospedali. Spicca con evidenza il tracollo della disponibilità di posti letto nel Paese, passati da 5,8 ogni mille abitanti nel 1998 a 4,3 nel 2007 e 3,6 nel 2017. Per non parlare dei posti per i ricoverati con patologie gravi. Scrive infatti la Gabanelli: “Nel 1980 i posti per malati acuti erano 922 ogni 100mila abitanti. Il 1998 è stato l’anno di svolta, l’ultimo in cui l’Italia si era sopra la media europea, poi il governo D’Alema dà il via ad una discesa costante. Secondo dati dell’Oms in Italia, da allora al 2013 il numero di posti letto per malati acuti, si è quasi dimezzato, passando da 535 a 275 ogni 100.000 abitanti. Oggi siamo sotto Paesi come la Serbia, la Slovacchia, la Slovenia, la Bulgaria, la Grecia”. Nel periodo preso in considerazione il numero di ospedali e case di cura nel Paese è diminuito di circa un sesto, passando da 1.197 a mille.
Il Servizio Sanitario Nazionale, al momento della sua nascita nel 1978, venne alla luce come il coronamento e il completamento della stagione della rinascita post-bellica e, al culmine della crisi degli Anni Settanta, come strumento di pace sociale e unità nazionale in un contesto in cui tra problematiche politiche, scandali e assalto terroristico al cuore dello Stato la sicurezza collettiva della Repubblica era messa a repentaglio. Il 1° luglio si celebrerà il quarantesimo anniversario dell’entrata in vigore del sistema fortemente voluto da Tina Anselmi, ministro del Lavoro prima e della Sanità poi nel governo Andreotti di unità nazionale. Un sistema che ha retto con forza alla prova del Covid-19 ma è stato a lungo depotenziato e messo in crisi dall’interno. Per scelte politiche accecate da un’ideologia economica miope e non attenta alla salute dei suoi cittadini. Bene universale, primario e supremo in cui nome non è saggio sacrificare risorse che si rivelano preziose e competenze indispensabili nel momento del bisogno.
Il rilancio dell’Italia dovrà, nei prossimi anni, passare per un dignitoso e vasto piano di rifinanziamento della sanità troppo spesso lasciata vittima delle logiche dell’austerity.