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La Cina è socialista?

Fra gli inguaribili e tetragoni nostalgici del “socialismo reale”, non ci sono soltanto i compagnucci all’eterna ricerca di un papà che li guidi ed in cui possano cercare rimedio alle loro frustrazioni ed alle loro sconfitte che guardano alla Russia di Putin come alla reincarnazione dell’Unione Sovietica di Stalin. In questa categoria finiscono per collocarsi anche gli ex-maoisti (a chiacchere) che si ostinano a considerare la Cin attuale un Paese “socialista”.
Per dimostrare che le cose non stanno affatto così, non c’è bisogno di molto.: è sufficiente contare il numero dei miliardari cinesi!. Sì, avete letto bene: dei miliardari, quelli che siete abituati a considerare propri dei Paesi imperialisti, in primis degli USA.
Nel 2014, la Cina contava 1.020.000 ricchi, ovvero il 6,3% in più dell’ anno precedente. Di questi Paperon de’ Paperoni “compagni”, circa 63.500 avevano un patrimonio pari ad oltre 10 milioni di euro (in realtà, secondo Hurun Wealth Report, l’equivalente locale di Forbes,  per ogni ricco noto ce ne sono due “coperti”). Il 60% di loro è di sesso maschile, ha in media 39 anni, almeno due conti bancari ed ama il lusso. Lo sport più amato dalla categoria è, guarda un po’, il golf, seguito dall’equitazione. Quasi 180mila ricchi e 10.500 super-ricchi vivono a Pechino, mentre a Shanghai ce ne sono 148mila. E’ poi interessante e curioso (?) notare la notevole presenza di milionari nelle province più povere: nel Guizhou, ad esempio, se ne contano 3.480, mentre nello Yunnan ce ne sono 6.540. E trecento sono i cinesi con almeno 1 miliardo di dollari, quando solo nel 2011 Forbes ne contatava 115.
Naturalmente, hanno tutti abitudini da manager occidentale: viaggiano per lavoro otto giorni al mese sul territorio nazionale e tre volte l’anno all’Estero, soprattutto in Usa, Francia ed Australia, rivelando una spiccata tendenza ad integrarsi nella grande borghesia globalizzata. In Cina seguita ad esserci una cospicua classe media (circa il 40% di quella mondiale) che attenua i differenziali sociali rispetto alla media mondiale. Ciò nonostante, la tendenza indica, da un lato, un indebolimento dei ceti medi e, dall’altro, una crescita della fascia di reddito più alta.
Può essere  interessante ed istruttivo notare che il fenomeno si è sviluppato in breve: ci sono circa 4 milioni di ultramilionari (in dollari) cinesi su 6 milioni e mezzo di milionari asiatici, ed il numero è quadruplicato in circa 13 anni, se è vero che, nel 2001, essi non erano neppure un milione. E nonostante che in Cina non ci sia il fenomeno di forti eredità: sono tutti “nuovi ricchi” per cui il “coefficiente Gini” (1) per la Cina oscilla fra lo 0,53 e lo 0.61, mentre negli Usa è dello 0,45.
C’è bisogno d’altro per riconoscere che, in Cina, di socialismo è rimasto ben poco, per non dire, dopo la sconfitta della Rivoluzione Culturale Cinese e della cosiddetta “banda dei quattro”, nulla?

Red9

(1) Il coefficiente di Gini, è una misura della diseguaglianza di una distribuzione. È spesso usato come indice di concentrazione per misurare la diseguaglianza nella distribuzione del reddito o anche della ricchezza. È un numero compreso tra 0 ed 1. Valori bassi del coefficiente indicano una distribuzione abbastanza omogenea, con il valore 0 che corrisponde alla pura equidistribuzione, ad esempio la situazione in cui tutti percepiscono esattamente lo stesso reddito; valori alti del coefficiente indicano una distribuzione più diseguale, con il valore 1 che corrisponde alla massima concentrazione, ovvero la situazione dove una persona percepisca tutto il reddito del paese mentre tutti gli altri hanno un reddito nullo. (da Wikipedia)