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Dal Web a Il Buio

Rubrica periodica

(…) Oramai vecchio, Yaakov risale ancora più indietro nel tempo, esaminando i problemi del sionismo fin dal suo sorgere.
«Adesso, a 92 anni, mi rendo conto che la storia è cominciata con la stessa idea del sionismo, che era una utopia. Doveva salvare vite ebraiche, ma a spese del popolo che abitava la Palestina in quell’epoca. Il conflitto era inevitabile fin dall’inizio»
Gli chiedo se si consideri un antisionista. «Non sono un antisionista, ma non sono un sionista», dice volgendosi verso Rena, forse per vedere se lo disapprovi – sua moglie ha opinioni meno radicali.
Sul muro, accanto alla foto di suo padre, ci sono le foto dei loro figli e nipoti; due nipoti di Yaakov sono emigrate negli Stati Uniti. «Non ho timore di dire che sono felice che si trovino laggiù e non qui», afferma.
Gli chiedo se abbia «uno zaino e un bastone» pronti per raggiungerle. Dopo tutto, per come la pensa, lo stesso Yaakov fa parte oramai di una minoranza – una piccola minoranza – rispetto alla maggioranza di ebrei di destra qui in Israele.
Ed oltre ad essere «prigioniero» ideologicamente, lo è anche fisicamente. Parla di come può a mala pena spostarsi in Israele. Non vuole andare a Gerusalemme che, secondo lui, è diventata un feudo di ebrei religiosi ultra-ortodossi.
«È una delle catastrofi più terribili. Quando eravamo giovani pensavamo che la religione andava sparendo». Non desidera più tornare nel suo amato Neguev, perché è stato da molto tempo colonizzato da nuove generazioni di ebrei «che non hanno alcuna empatia per gli Arabi».
Riesce ancora a «respirare» a Tel Aviv e gli piace correre sullo scooter a tutta velocità, e dice che anche qui ha l’impressione di vivere in una «bolla». Ridacchia di nuovo.
«La chiamo la bolla Haaretz», spiegando che si riferisce a un gruppo di persone di sinistra che legge il giornale liberal Haaretz. «Ma i componenti di questo clan non hanno alcun legame tra di loro, se non il fatto che il quotidiano esprime più o meno le loro opinioni. È l’ultimo bastione. E questo mi dispiace davvero… È vero che non mi sento a casa mia qui».
Yaakov pensa sempre di andarsene. Se altri membri della famiglia lo seguiranno, lo farà.
«Guardi. Quando lei mi ci fa pensare, mi viene da dire che partirò domani. Migliaia di persone già lo fanno, la maggior parte ha due passaporti. Abbiamo il peggior governo di sempre, quello di Bibi Netanyahu», sostiene.
«Viviamo con la spada, come consigliava Dayan… come se fossimo costretti a fare di Israele una specie di cittadella assediata, ma io non credo sia possibile vivere per sempre con la spada».
Gli chiedo come vede il futuro dei Palestinesi.
«Che posso dire? È qualcosa che mi affligge veramente. E non ho timore di dire che il trattamento oggi riservato ai Palestinesi è degno dei nazisti. Noi non abbiamo camere a gas, ovviamente, ma la mentalità è la stessa. È odio razziale. Sono trattati come subumani», afferma.
Yaakov è consapevole del fatto che, per quanto ebreo, sarà egualmente accusato di «antisemitismo» dicendo cose del genere, ma lui è convinto che Israele sia «uno Stato criminale».
«So che, dicendo queste cose, mi bolleranno come un ebreo antisemita. Ma io non posso sostenere ciecamente il mio paese, che abbia torto o ragione. E Israele non deve essere al riparo delle critiche. È fondamentale tenere distinti l’antisemitismo dalla critica verso Israele. Per essere sinceri, sono sorpreso di come, nel 2019, il mondo esterno accetti acriticamente la propaganda israeliana. Non so davvero perché l’accetti», sostiene.
«E ricordi che l’obiettivo del sionismo era di liberare gli ebrei dalla maledizione dell’antisemitismo, donando loro uno Stato. Ma oggi, lo Stato ebraico, a causa dei suoi comportamenti criminali, è una delle cause più gravi di questa maledizione».
Che cosa prevede per lo Stato ebraico? «Glielo dirò, non ho timore di dirlo. Verrà il momento – e potrebbe essere anche domani – che vi sarà una conflagrazione, forse con Hezbollah… una grande catastrofe in una forma o in un’altra che distruggerà migliaia di case ebraiche.
«E noi bombarderemo Beirut, ma privare i Libanesi delle loro case non aiuterà l’ebreo che perde la sua casa né la sua famiglia, quindi la gente non avrà più alcun motivo di restare qui. Tutti gli Israeliani razionali dovranno allora andarsene.
«Non sarà necessariamente Hezbollah. La catastrofe potrebbe essere il forte predominio della nostra destra. Tutte le leggi varate dalla Knesset attualmente sono leggi fasciste. Non c’è soluzione. Israele diventerà uno Stato paria», dice.
Suggerisco che gli USA e l’Europa certamente non tratteranno mai Israele come uno Stato paria, ma Yaakov non è dello stesso avviso: «Il loro appoggio è dovuto soprattutto alla vergogna dell’olocausto. Ma questi sentimenti di colpa si indeboliranno nelle prossime generazioni», ritiene.
Chiedo a Yaakov cosa avrebbe detto suo padre se lo avesse sentito pronunciare queste parole. Rena riconosce di non avere mai inteso prima Yaakov parlare in questo modo. I suoi occhi guizzano sotto il berretto.
«Penso che mio padre sarebbe costretto ad essere d’accordo con me. E’ rimasto sionista fino alla fine, ma penso si sia reso conto che c’era qualcosa che non andava. Talvolta, mi dico che aveva troppo senso morale per poter accettare tutto quello che succede qui», dice.
«Ma è deludente che non sia arrivato alle conclusioni cui è arrivato il figlio, Non gliene voglio per questo. Lui ha bevuto il sionismo nel latte di sua madre. Se fosse vissuto fino alla mia età – io ho 92 anni, lui è morto a 71 anni –, forse avrebbe visto le cose come le vedo io. Non so».
Mi alzo per andarmene e riprendo il mio computer, che mostra nuovamente la foto del pozzo di Abu Yahiya. Il nostro colloquio è stato ossessionato non solo dalla figura di Moshé Sharett, ma anche dall’immagine di questo «Beduino grande e magro, dal viso simpatico» che Yaakov vide, l’ultima volta, sofferente e solo.
«Devo dirle che l’immagine di questo gentile signore mi torna a volte in mente», confida Yaakov, che mi accompagna fino alla strada. Afferrando il suo scooter, mi saluta allegramente e si lancia nel traffico di Tel Aviv.

Articolo tratto da Ossin.org. L’articolo è un’intervista a Yaakov Sharett, figlio di uno dei fondatori dello Stato di Israele (Moshé Sharett). I corsivi e i boldati sono riportati fedelmente dall’originale. La foto pubblicata è stata scelta dalla Red/Azione.