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All'urbe e agli orbi

Come consuetudine, anche il 25 dicembre dell’anno che se n’è appena andato, dal balcone della basilica di San Pietro Francesco I ha pronunciato l’abituale discorso “Urbi et orbi”, cioè alla Città (di Roma) e… agli orbi che, in ogni parte del mondo, si ostinano a non vedere chi è, in realtà, lo Stregone vaticano.
Francesco ha parlato di Latino-America, dei Paesi che versano in drammatiche crisi politico-sociali, ma senza nominare mai i governi e gli Stati responsabili dei crimini e delle persecuzioni in essi perpetrati impunemente o quasi.
Di tutto ciò, com’è suo costume, l’icona delle maestrine dalla penna rossa e della peggior canaglia catto-comunista, non ha fatto parola.
Non ha fatto parola, ad esempio, della Bolivia, e del ruolo che la Chiesa cattolica ha avuto nella realizzazione del colpo di stato contro il legittimo governo di Morales.
Non ha fatto parola neppure del Cile, delle migliaia di vittime dei Carabineros, il braccio armato del presidente Pinera, che non hanno esitato a riesumare le tecniche repressive (pallottole di gomma, idranti, manganelli…) degli anni della bestia Pinochet pur di contenere la ribellione popolare contro un assetto istituzionale che ha, ancora una volta nella locale Chiesa cattolica, una delle sue colonne portanti.
Francesco I non ha denunciato né i crimini delle democradure filo-cattoliche sudamericane né tantomeno chi se n’è reso responsabile: si è limitato a sperare che “nel continente americano” si possa “superare il periodo delle agitazioni sociali e politiche”!
Una formula così generica ed asettica che avrebbe potuto essere pronunciata dall’auto-proclamatasi tale presidente della Bolivia Jeanine Áñez, la quale ha invocato la “pacificazione” benedicendola, com’è costume dei cannibali e dei vampiri della sua setta religiosa, con il sangue delle vittime della Controrivoluzione guidata dagli USA e sostenuta dal Vaticano.
Anche quest’anno, dunque, nulla di  nuovo, sotto i cieli romani: le solite chiacchere insensate, la solita retorica senza capo ma con la coda del diavolo. A difesa dell’imperialismo, dei suoi crimini e dei suoi servi.

Ravachol