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Francesco e la teologia della liberazione - 1

Le cose sociali che io dico sono le stesse che ha detto Giovanni Paolo II. Io copio da lui
Papa Francesco, in La Stampa dell’11 settembre, pag.8

Anni fa, in Argentina, c’era un gesuita, Jorge Mario Bergoglio, che era schierato contro la Teologia della liberazione, una corrente interna al mondo cattolico vicina ai movimenti rivoluzionari dell’America Latina, guerriglie comprese.
Bergoglio aveva aderito alla Guardia de Hierro, un’organizzazione peronista, di stampo nazionalista, cattolica e ferocemente anti-comunista. In quegli anni, a chi gli faceva notare che l’organizzazione in cui militava si richiamava alla Guardia di Ferro, il movimento romeno del Comandante Corneliu Zelea Codreanu, nazionalista e fascista, Bergoglio replicava: “Meglio così”.(1)
Nel 1974, dopo la morte di Peron, il movimento legionario, un gruppo di 3500 militanti e 15mila attivisti che si opponeva ai guerriglieri di sinistra peronisti “infiltrati dai castristi”e seguaci di Che Guevara, rappresentava l’ala di estrema destra del Giustizialismo peronista.
Successivamente, a Bergoglio venne affidata un’istituzione in difficoltà: l’Università del Salvador. Bergoglio la risanò e la affidò a due ex-camerati della Guardia de Hierro, Francisco José Pinon e Walter Romero.
In quegli anni Bergoglio era avversario dichiarato dei gesuiti di sinistra, essendo schierato su posizioni nazionaliste e populiste. La sua avversione alla Teologia della liberazione gli procurò l’accusa di omertà da parte del premio Nobel Perez Esqivel e poi di collaborazionismo con la dittatura dei generali argentini (dal 1976 al 1983).
Lo storico Osvaldo Bayer, al momento dell’lezione a pontefice dell’ex-arcivescovo di Buenos Aires, dichiarò ai giornali “Per noi è un’amara sconfitta che Bergoglio sia diventato papa”; e Orlando Yorio, uno dei gesuiti filocastristi catturato e torturato dalle squadracce del regime militare, accuserà: “Bergoglio non ci avvisò mai del pericolo che correvamo. Sono sicuro che egli stesso dette ai marinai la lista coi nostri nomi”. (per queste ed altre notizie simili, cfr. Emilio Novi, La riscossa populista, Edizioni Controcorrente)
E’ solo dopo la caduta della dittatura militare che Bergoglio iniziò a prendere le distanze dal peronismo nazionalista.
Date queste premesse storiche, come si configura, oggi, il rapporto di Francesco “il rosso” (di vergogna) con la Teologia della liberazione?
Facciamo di nuovo un salto nel tempo e ritorniamo al 2013.
Tra i pochi dirigenti di Curia confermati da papa Francesco alla testa dei dicasteri vaticani, c’è l’arcivescovo tedesco Gerhard Ludwig Müller, prefetto della congregazione per la dottrina della fede.
Müller è discepolo e amico del peruviano Gustavo Gutiérrez, fondatore della Teologia della liberazione. Ciò ha indotto molti, fra i quali lo stesso Osservatore Romano, a concludere sbrigativamente che, con la Teologia della liberazione, il magistero della Chiesa si è riconciliato; e ad associare papa Francesco a questa “ritrovata pace”.
In realtà, come abbiamo visto, uno dei critici più severi, per usare un eufemismo, di questa corrente teologica è stato proprio l’attuale papa.
Anche in anni recenti, ad esempio nell’interrogatorio cui fu sottoposto dalla magistratura argentina l’8 novembre 2010, integralmente pubblicato nel libro “La lista di Bergoglio”, l’allora arcivescovo di Buenos Aires non ha mancato di criticare nella Teologia della liberazione “l’uso di un’ermeneutica marxista”.
La sua critica, tuttavia, non si limitava a questo, ma andava più a fondo. Riguardava il primato della fede nel giudicare la realtà e nell’ispirare la prassi conseguente.
Nel 2007, in Brasile, nel santuario mariano dell’Aparecida, i vescovi latinoamericani discussero e si scontrarono proprio su questo. E l’arcivescovo Jorge Mario Bergoglio fu decisivo nel far prevalere il primato della fede rispetto a quello assegnato al povero in nome di una lettura “ideologizzata” della realtà.
Da papa, Bergoglio non si è dimenticato di quello scontro. Anzi. Durante il suo viaggio a Rio de Janeiro, nel rivolgersi il 28 luglio ai rappresentanti delle conferenze episcopali latinoamericane, li ha avvertiti che il “riduzionismo socializzante” sconfitto ad Aparecida continua a tentare anche oggi la Chiesa.
Ad Aparecida, nel 2007, Bergoglio fu il presidente della commissione che scrisse le conclusioni della conferenza.
Il ruolo da lui svolto in quell’occasione fu così autorevole e determinante da influire, sei anni dopo, sulla sua elezione a papa di “una Chiesa povera e per i poveri”.
(1) “Per la cronaca, la Guardia di ferro era un movimento di legionari, molto popolare in Romania negli anni Trenta, ritenuto antisemita e filonazista, di cui si innamorarono in molti, non solo in Romania” (M. Veneziani, “Quando Bergoglio era di destra”, in Infosannio.wordpress.com, 31 gennaio 2019.

1. Fine prima parte

Ravachol