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Dal web a Il Buio

Di nuovo la notte scorsa aerei israeliani hanno bombardato Gaza. Stanotte torneranno? Può darsi, in fondo è routine. Improvvisamente la notte scorsa il cielo si è illuminato, prima a ovest di Khan Younis, poi a Rafah, poi verso Gaza city. Perché? Perché da Gaza è partito un razzo, forse due. Ma perché sono partiti quei razzi, peraltro con effetto più simile agli spaventapasseri che ad armi da guerra?

C’è sempre un rapporto causa-effetto quando i razzi partono da Gaza, chiunque li lanci, ma siccome i media, quando ne parlano, saltano la causa, il fatto finisce sempre nella cornice data che porta scritto su ogni lato “Israele ha diritto a difendersi”.

In realtà i razzi sono partiti come manifestazione di rabbia, come risposta a un ennesimo crimine catalogabile come crimine contro l’umanità, non solo in termini strettamente giuridici, ma in senso proprio. Un crimine contro un giovane uomo, noi diremmo un ragazzo di 36 anni, SAMI ABU DIYAK, un prigioniero condannato a morte da un cancro mal curato. Sami è il 222° prigioniero palestinese lasciato morire nelle carceri israeliane dal 1967. Questo significa che in media, nelle carceri israeliane, si registrano 4 morti palestinesi ogni anno. Per fame, per malattie non curate, per torture.

Quattro prigionieri l’anno è un primato per uno Stato considerato democratico. Un primato che va ad aggiungersi al numero di bimbi e ragazzini uccisi in diciannove anni, per l’esattezza 2094 fino ad oggi. Ma può darsi che domani il numero vada aggiornato. Un primato che va ad aggiungersi anche al numero impressionante degli arrestati, compresi bimbi di 6 o 7 anni.

Per questo da Gaza sono partiti quei due razzi, a causa della morte in condizioni disumane di SAMI, arrestato diciassette anni fa e malato terminale, curato in ritardo e mal curato secondo fonti palestinesi.
La giornata della rabbia era già stata dichiarata in tutta la Palestina contro gli abusi illegali di Trump che intenderebbe regalare i territori palestinesi ai coloni ebrei fuorilegge. Poi la notizia della morte in condizioni disumane di Sami ha aggiunto rabbia alla rabbia. In Cisgiordania ci sono state manifestazioni contro l’occupante con altri arresti e ferimenti. Mentre la risposta di Gaza è stata quella di lanciare un paio di razzi oltre la linea dell’assedio.

Israele uccide palestinesi senza soluzione di continuità e qualcuno si è chiesto perché questo nuovo martire ha creato tanto “rumore”. Ci sembra possibile rispondere che forse è perché la disumanità non ha ancora avuto il sopravvento sul sentire umano, a parte in figure quali Netanyahu, Gantz, Lieberman, Bennet, o le signore Haley e Hotovely vere fabbriche d’odio capaci di ordinare o eseguire stermini o, nel caso delle due signore, l’una non impedita dalla sua veste di ambasciatrice all’Onu e l’altra quale vice premier, si sono espresse sia in passato che recentemente – addirittura contro i bambini palestinesi – come neanche Erode avrebbe fatto.

Ciò che ha ferito i palestinesi e ha aumentato il dolore di questa morte è stata proprio la crudele disumanità delle autorità occupanti che non solo hanno lasciato in solitudine e con cure inadeguate questo malato terminale, ma gli hanno anche impedito l’unica cosa che chiedeva prima di morire, quando i medici gli hanno comunicato che aveva ormai pochi giorni o forse poche ore di vita.

Ogni Stato definito democratico, compresi quelli che hanno la pena capitale nella propria costituzione, concede al condannato a morte di esprimere un ultimo desiderio. Ma Israele fa eccezione anche in questo.

Sami Abu Diyak aveva solo chiesto di poter morire tra le braccia di sua madre, anzi, nella traduzione più precisa delle sue parole aveva chiesto di poter morire in grembo a sua madre.

Non voleva lasciare la vita di fronte a un soldato che forse avrebbe riso della sua morte e del dolore di quella madre lontana dal suo corpo morente.

Ma Israele non conosce pìetas umana di fronte a un palestinese, e così lo ha lasciato morire solo come un cane. In realtà noi i cani li rispettiamo e il paragone non rende, possiamo meglio dire che lo ha lasciato morire solo, considerandolo non come un cane ma come è considerato un “palestinese negli occhi di un israeliano che lo odia”. Ma niente scalfisce l’immagine dello Stato ebraico che, pur facendosi sempre più disumano e razzista, gode ancora dell’appellativo di “democratico”.

Così, da Gaza sono partiti i due razzi e Israele ha mandato i suoi aerei da guerra a seminare macerie e terrore per alcune ore. Netanyahu, l’indagato per frode e corruzione, non ha ancora ceduto il suo ruolo e ha avuto modo per avere ancora una volta il plauso di quella parte di israeliani che si nutrono d’odio dichiarando che “Gaza sbaglia di grosso se crede di poter alzare la testa” e lanciando il nuovo attacco composto di numerosi raid con i “suoi” aerei da guerra.

Quel che sembra ormai chiaro comunque, è che Israele può seminare tutto il terrore che vuole, può farlo per accrescere le simpatie popolari dei leader che fanno politica con i bombardamenti su Gaza e la repressione feroce in Cisgiordania, può tagliare e far tagliare fondi destinati ai palestinesi e tanto altro, ma ancora dopo 71 anni Israele non ha capito che i palestinesi, soprattutto quelli imprigionati nella Striscia di Gaza, sono esseri strani: può bombardarli, distruggere intere famiglie e seminare terrore, può cercare di succhiargli il midollo spinale servendosi delle sirene del consumismo e dei divulgatori di depressione collettiva, può servirsi di (spesso involontari) facilitatori dell’abbattimento dell’autostima e provare ad annichilirne la capacità di resistere facendo crescere il sogno della fuga verso illusorie libertà, può seguitare a fare cose mostruose e a indebolire il tessuto sociale facilitando le piccole e le grandi corruzioni che 71 anni di occupazione (o 52 se lo preferite) portano con sé, ma troverà sempre uno zoccolo duro che si rinnova di generazione in generazione. Troverà sempre dei “pazzi” gazawi capaci di ballare, saltare e fare musica sulle rovine create dai suoi bombardamenti.

Israele non ce la può fare. Da osservatori esterni, che però conoscono abbastanza e dall’interno la società palestinese, possiamo dire che Israele, se davvero vuole uscire da questo lungo conflitto con i palestinesi ha solo due vie, l’una alternativa all’altra: la prima è quella di lasciarsi condurre verso il rispetto della legalità internazionale per arrivare a una pace in qualche misura giusta. Solo in qualche misura, perché ci vorranno secoli di “buona condotta” per compensare tutti i crimini di questi lunghissimi sanguinosi decenni e far definire giusta, sebbene necessaria, una pace tra occupanti e occupati.

La seconda strada che Israele ha davanti è quella di ammazzarli tutti. Sì, Israele dovrebbe ammazzarli tutti e non avrebbe neanche bisogno di far sparire le tracce del genocidio, perché tanto i suoi complici, sudditi e protettori internazionali non ne chiederebbero conto. Con cinismo chiamato real politik qualcuno potrebbe suggerire proprio questo ai governanti israeliani “dovreste ammazzarli tutti”.

Ma se neanche gli europei, con superiorità tecnologica e bellica impressionante, sono riusciti a sterminare tutti i nativi americani pur avendo commesso il più grosso genocidio della storia umana, dubitiamo che Israele possa farcela con i palestinesi. Certo, dovreste ammazzarli tutti per risolvere il problema e insediarvi pacificamente sulle loro terre. Ma non ce la farete mai.

di Patrizia Cecconi

tratto dal sito lantidiplomatico (i grassetti ed i corsivi sono opera dell’autrice, la foto che accompagna l’articolo non compare nell’originale, ma è stata scelta dalla Redazione de ILBUIO.org)