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Morti sul lavoro una strage inarrestabile

Riceviamo e pubblichiamo

Al lavoro peggio che in guerra.
Michele Michelino (*)

Ogni giorno dal nord al sud il bollettino di guerra riporta il numero dei morti e dei feriti operai massacrati per il profitto, fra l’indignazione, la rabbia di alcuni e l’indifferenza di molti. Il potere borghese, i capitalisti, considerano normale che un certo numero di lavoratori ogni giorno muoia per il profitto e ritengono questi omicidi effetti collaterali della guerra di classe che conducono contro gli sfruttati.
La realtà dimostra che la contraddizione fra capitale e lavoro si manifesta in tutta la sua brutalità nello sfruttamento e nell’aumento continuo dei morti sul lavoro e nell’indifferenza delle istituzioni.
Nell’ultimo decennio sono stati registrati più di 17.000 lavoratori morti sul luogo di lavoro. Numeri impressionanti, drammatici; più morti sul lavoro che in una guerra.
Gli incidenti sul lavoro in Italia hanno fatto più morti fra i lavoratori che fra i soldati della coalizione occidentale della 2° guerra del Golfo. L’Eurispes ha calcolato che dall’aprile 2003 all’aprile 2007 i militari della coalizione imperialista che hanno perso la vita sono stati 3.520, mentre dal 2003 al 2006 in Italia i morti sul lavoro sono stati ben 5.252 e l’età media di chi perde la vita è intorno ai 37 anni.
Nella crisi si riducono i posti di lavoro e se i lavoratori occupati diminuiscono, i morti sul lavoro aumentano. I dati INAIL (sottostimati perché non tengono conto dei lavoratori senza contratto, in nero) nel 2018 registrano 1.133 vittime, 104 morti in più del 2017.
Una strage di lavoratori di quasi 100 persone al mese, e sono in aumento anche le patologie di origine professionale denunciate, che sono state 59.585 (+2,5%).
Più delle parole e delle ideologie, i dati dimostrano che la condizione della classe operaia è andata peggiorando sempre più.
Con il cambio dei rapporti di forza, anche le grandi lotte operaie dell’autunno caldo e dei primi anni ‘70 che portarono alle “conquiste” salariali, normative e legislative sono state rimangiate e, grazie ai partiti borghesi e ai sindacati collaborazionisti (CGIL-CILS-UIL), il comando di fabbrica e sociale si è rafforzato sempre più a garanzia del profitto dei padroni. Questo processo, il peggioramento continuo della condizione di lavoro e di vita, ha avuto alcune tappe significative.
Nel 1997 vennero istituiti gli uffici di collocamento di natura privatistica (Bassanini); e successivamente la legge Biagi trasferì le funzioni di collocamento dal pubblico al privato. Molte agenzie di collocamento furono regalate a imprenditori, sindacati e politici. Il lavoratore divenne ostaggio delle imprese, privato di qualunque possibilità di difesa, condannato al precariato perenne senza diritti e senza tutele.
Con il pacchetto Treu del primo Governo Prodi, si intervenne pesantemente per la prima volta a destrutturare il mercato del lavoro, adeguandolo alle esigenze del padronato a scapito dei lavoratori, con introduzione della “flessibilità”,  della “precarietà”, e con nuove forme di contratti precari: interinale, co.co.co., contratto a progetto.
Nel 2003, il Governo Berlusconi continuò l’attacco ancor più pesantemente con nuove forme di contratti precari: i contratti di somministrazione lavoro, lavoro accessorio, lavoro occasionale, ecc. ecc.
Nel 2012 il Governo Monti e il ministro del lavoro e delle politiche sociali, Fornero diedero il primo colpo all’art. 18 della legge 300, lo Statuto dei Lavoratori, provocando il dramma degli esodati e l’aumento dell’età pensionabile.
Nel 2015, il governo Renzi completò l’opera con il contratto a tutela crescente o “Jobs Act”, che abrogava completamente l’art. 18, che garantiva il reintegro del lavoratore in caso di licenziamento senza giusta causa o giustificato motivo.
Il governo gialloverde di Lega e 5stelle  ha confermato la cancellazione dell’art. 18 sancita da accordi fra padroni, governi (di centrosinistra, di centrodestra) e sindacati, dimostrando in tal modo, una volta di più, che tutti i governi non sono altro che comitati d’affari del capitale.
Tutti i governi di qualsiasi colore e i sindacati filo padronali hanno permesso che il capitalismo potesse disporre a suo piacimento della forza lavoro accrescendo i propri profitti. Il risultato è che il lavoro è diventato sempre più precario, senza protezioni e sicurezza; sottoponendo a continuo ricatto la forza-lavoro è aumentato lo sfruttamento e il totale disprezzo per la salute dei lavoratori: il “lavoro” è così  diventato fonte di alienazione, di disperazione, di povertà, di morte per migliaia di lavoratori.
Nel capitalismo la vita degli operai per i padroni non vale niente; per ottenere il massimo profitto risparmiano anche i pochi euro necessari a fornire misure di protezione individuali e collettive, mandandoli consapevolmente a morte certa.
Il peggioramento delle condizioni di lavoro e di vita, il ricatto occupazionale, la mancanza di un’organizzazione politica e sindacale di classe, proletaria, lascia i lavoratori completamente alla mercé dei padroni.
Per i capitalisti gli operai e i lavoratori sono solo merce-forza lavoro, carne da macello e ci sono tanti disoccupati pronti a prendere il loro posto per lavorare in cambio di un tozzo di pane.  Per i padroni gli investimenti devono essere produttivi, ciò che non rende profitto è capitale morto. Muoia dunque l’operaio purché si valorizzi il capitale!
Il proletariato, la classe degli operai moderni, che non  vivono se non a  condizione di trovare lavoro, e che non ne trovano più appena che il loro lavoro cessa di aumentare il capitale, senza un’organizzazione può solo subire.
Governi e istituzioni di destra o di presunta “sinistra” difendono solo gli interessi della loro stessa classe. Per loro gli operai e i lavoratori sono solo merce forza lavoro, non esseri umani,  e gli omicidi del profitto al più suscitano solo qualche frase di circostanza, effetti collaterali dello sfruttamento capitalista legalizzato.
Per i proletari, per gli operai e i lavoratori costretti a vendere quotidianamente le proprie braccia per vivere, la solidarietà con i propri compagni, il riconoscersi come un’unica classe internazionale con gli stessi interessi e diritti diventa l’unica possibilità di difendersi dallo sfruttamento.
Purtroppo senza un’organizzazione politica indipendente della classe operaia questa mattanza non si riesce a fermare. Ogni giorno sui posti di lavoro, gli operai e i lavoratori, ma anche i cittadini e la natura, vengono violentati, sacrificati e muoiono per il profitto e la voracità di un sistema di sfruttamento inumano..
Ai lavoratori gli onori della cronaca vengono riservati, e solo per un giorno, quando muoiono in gruppo, tutti insieme. Solo in questo caso sui media si sprecano le lacrime di coccodrillo del capo dello Stato, del governo, di Confindustria e dei sindacati loro complici.
Alle famiglie delle vittime restano solo il dolore e i drammi, il pianto per i loro morti, l’attesa di una giustizia che non arriverà mai.
Nel sistema capitalista tutte le istituzioni, compresi i sindacati collaborazionisti e di regime che “rappresentano i lavoratori”,  considerano legittimo e legale lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo; quindi perché “ostacolare il progresso” da cui traggono le briciole e i loro privilegi?  D’altra parte ogni giorno ci sono decine di morti sul lavoro e per malattie professionali, migliaia gli operai e i lavoratori che ogni anno vengono assassinati sul posto di lavoro e scioperare per costringere i padroni a bonificare gli ambienti e rispettare le misure di sicurezza antinfortunistiche significherebbe far perdere ai padroni decine di migliaia di ore di profitti.
Per assecondare lo stato e i governi dei padroni, per i sindacalisti sul libro paga dei capitalisti  e che godono di benevolenza, agevolazioni e privilegi, distacchi e permessi sindacali solo se collaborano allo sfruttamento degli operai, è più facile instillare il dubbio che la colpa degli infortuni sia la disattenzione dei lavoratori, della “fatalità”, che del mancato rispetto delle leggi e norme antinfortunistiche.
La contraddizione fra capitale e lavoro fa morti, feriti e invalidi ogni giorno ed è giunto il momento di scioperare a difesa della nostra vita, della nostra salute e quella del pianeta, scendere in piazza per gridare forte la nostra protesta. Non possiamo più limitarci a listare a lutto le nostre bandiere rosse per il sangue proletario versato.
Il capitalismo è morte per gli sfruttati. Solo cambiando questo modo di produzione e il sistema sociale capitalista finalizzato alla ricerca del massimo profitto si salvaguarda la salute umana e quella del pianeta. Solo nel sistema socialista in cui si produce per soddisfare i bisogni degli esseri umani, dove lo sfruttamento e i morti per il profitto siano considerati crimini contro l’umanità si può mettere fine a questa mattanza operaia-
BASTA LACRIME E ARRIVATO IL MOMENTO DI ORGANIZZARCI A LIVELLO NAZIONALE, FAR SENTEIRE LA NOSTRA RABBIA E ODIO DI CLASSE CONTRO I PADRONI E IL SISTEMA CAPITALISTA RESPONSABILE DI QUESTI OMICIDI:
ORGANIZZIAMO ASSEMBLEE NEI POSTI DI LAVORO E NEL TERRITORIO, LAVORIAMO PER ORGANIZZARE UNA MANIFESTAZIONE NAZIONALE OPERAIA E PROLETARIA CONTRO IL SISTEMA DI SFRUTTAMENTO CAPITALISTA CHE UCCIDE GLI ESSERI UMANI E LA NATURA.
SOLIDARIETA A TUTTE LE VITTIME DELLO SFRUTTAMENTO CAPITALISTA E ALLE LORO FAMIGLIE.

(*) Da “nuova unità” periodico comunista di politica e cultura n. 5 del 2019