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Dal Web a Il Buio

I comunisti sono per l’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione e non gliene frega certo di sottrarre al “popolo” la macchina, il libro, la casa.
Come ragiona invece il capitalismo?
Proponiamo questo interessante articolo tratto da un giornale certo non di “sinistra” sull’alienazione da parte delle moderne società capitalistiche delle proprietà personali del singolo.
Ritorneremo proletari nell’originale senso della parola?
La Red/Azione

Il declino della proprietà (privata)
tratto da il foglio del 24/7 articolo di M. Trovato


In principio fu la smaterializzazione. Poi venne la condivisione. Infine, la coabitazione. Il prossimo passo sarà la spoliazione? Perché possedere, se ogni bisogno può essere assolto da un’app nel momento stesso in cui emerge? In altre parole, che spazio rimane per la proprietà nel sistema di valori dei millennial?
Nel 2012, senza fornire alcuna spiegazione, Amazon chiuse l’account di una donna norvegese e rimosse dal suo Kindle tutti gli ebook da lei regolarmente comprati; il caso venne sollevato da un blogger locale e ripreso dai giornali di mezzo mondo, ed entro un paio di giorni l’azienda tornò sui propri passi, ripristinando l’utenza e gli acquisti associati. Lieto fine? Non esattamente. Consumatori e commentatori archiviarono presto l’episodio, derubricandolo a incidente di percorso, salvo rievocarlo nell’aprile di quest’anno, quando Microsoft ha annunciato la chiusura del proprio negozio di ebook – e con essa la requisizione di tutti i testi compravenduti. Intere biblioteche mandate al macero non già da un “un tratto di penna del legislatore”, come avvertiva Julius von Kirchmann nel 1847, ma da un clic del gestore della piattaforma. [...]
Nel mondo dell’editoria del futuro presente, il proverbiale fascio di diritti è destinato a sfinarsi: per esempio, non potete rivendere un ebook una volta letto, né prestarlo a un amico, se non con l’accordo e secondo le prescrizioni di editore e venditore (nel caso di Amazon, con restituzione automatica dopo quattordici giorni: neanche il piacere perverso di chiedervi chi si è infrattato quella copia di “Chiedi alla polvere”). Un libro elettronico non viene davvero comprato e venduto, ma solo concesso e acquisito in licenza: il controllo della risorsa rimane in capo alla piattaforma, che si riserva la facoltà di scipparlo all’utente non solo in caso di violazioni da parte di quest’ultimo, ma – come abbiamo visto nel caso di Microsoft – anche a prescindere da ogni sua responsabilità. Quest’instabilità è, poi, la norma nell’industria musicale e in quella cine-televisiva, in cui ormai prevale un modello di accesso ai contenuti che non mima neppure la relazione con l’oggetto fisico, ma incorpora in un abbonamento mensile la fruizione dell’intero catalogo. Quante volte avete rimandato la visione di una serie tv per poi scoprire che il vostro servizio di fiducia non ne deteneva più i diritti? Un trauma per chi ancora è legato alla confortevole presenza della roba e ogni sera accarezza la propria collezione di dvd; non per una generazione che ha fatto della condivisione un mantra e che all’individualismo proprietario ha sostituito l’individualismo affittuario. Nel Regno Unito la chiamano “generation rent”, appunto: sono i millennial che rifuggono la zavorra del possesso e prediligono la flessibilità del noleggio. Case, auto, posti macchina, aerei, abiti e animali domestici; tutto fuorché il cibo da consumare, per ovvie ragioni: ma decine di servizi di cucina su misura rendono superflue padelle e casseruole, e LeftoverSwap permette persino di barattare gli avanzi. Li ha raccontati il Telegraph Roddy fa lo stilista, passa frequenti periodi a Londra per lavoro e ha una routine consolidata: affitta un appartamento su Stayy, i mobili su Hart, un cane su Borrowmydog è il suo modo, dice, di ribellarsi al consumismo imperante. Anche per Regina, gallerista, si tratta di non rassegnarsi all’accumulazione irresponsabile: il suo guardaroba circolare proviene da Higherstudio– 150 sterline al mese, due pezzi per volta, da sostituire illimitatamente. [...]
Quel che è cambiato è il contesto: non più vacanze, viaggi esotici o cerimonie, ma la quotidianità; il progresso tecnologico ha piallato i costi di transazione rendendo sostenibili modelli industriali che fino a pochi anni fa sarebbero sembrati impraticabili: il risultato è che la condivisione – un tempo modalità eccezionale e residuale di accesso ai beni – è sempre più spesso un’alternativa concreta alla proprietà.
La proprietà immobiliare non è immune alla tendenza. Anche in questo caso, il paese da osservare è il Regno Unito. Secondo una ricerca dell’Institute of Fiscal Studies, la quota di under 35 che vivono in una casa di proprietà è calata dal 55 per cento al 34 per cento tra il 1996 e il 2016; particolarmente marcata la riduzione per le famiglie a medio reddito, che hanno fatto registrare nello stesso periodo un crollo di quaranta punti percentuali, dal 65 per cento al 27 per cento. Allo stesso tempo, come ha segnalato il Financial Times,sono in rapida ascesa le iniziative immobiliari “Build to rent”, pensate appositamente per l’affitto. In genere, queste soluzioni si configurano come comunità residenziali che prevedono spazi condivisi, eventi collettivi, sicurezza rafforzata, pur sempre riducendo al minimo i vincoli per gli inquilini. [...]
Se è ancora prematuro celebrare il funerale della proprietà, è, insomma, arduo ignorare il suo declino, per una combinazione di ragioni economiche e culturali. Questa tendenza – peraltro destinata a intensificarsi man mano che la logica della licenza si estenderà dal mondo immateriale a quello dei terminali fisici – non è priva di conseguenze. Sotto il profilo della produttività, il suo effetto netto è ancora discusso: a chi sottolinea come la condivisione propizi un più efficiente utilizzo delle risorse, si oppone chi evidenzia che una generazione disinteressata all’acquisto di beni durevoli rischia nel lungo termine di affossare la domanda aggregata.
Ma è sotto il profilo culturale che il trade-off tra accesso e proprietà rischia di avere le conseguenze più perniciose: una società senza proprietà è forse una società più duttile e dinamica, ma anche una società che non ha nulla da perdere– che non ha “skin in the game”, per dirla con Nassim Taleb. E’ una società giocoforza meno autonoma e intraprendente, meno gelosa delle proprie libertà e meno padrona del proprio destino. Anche perché il presupposto sottaciuto dagli alfieri dell’accesso è che nella società della condivisione la proprietà non si dissolve: si concentra. Come interrompere il processo? Come restaurare l’umanissima esigenza di avere, il senso del possesso che fu prealessandrino? Ci vorrebbe un’app.