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Poveri ma belli... i sabotatori

Si stava meglio quando si stava peggio?

Già a partire dalla seconda metà del settecento gli operai dei paesi più avanzati del continente europeo avevano sviluppato forme di sabotaggio nei confronti delle prime macchine introdotte nei processi di produzione, soprattutto del settore tessile.
Il concetto era molto semplice: la macchina mi porta via il lavoro, mi costringe a turni massacranti di 12 ore (se il lavoro lo conservo), causa una perdita di professionalità perché le operazioni diventano semplici e ripetitive tanto che anche un bambino le può fare (sottopagato, naturalmente, magari mio figlio…), ergo la distruggo!
La classe proletaria, naturalmente, non aveva ancora sviluppato le forme associative. organizzative e sindacali che matureranno nel corso degli anni e che avranno più (poche), o meno successo (la maggior parte) dal punto di vista politico. Siamo di fronte, dunque, allo spontaneismo più puro: ho un problema e cerco di risolverlo nel modo più logico possibile…
Questo certamente non poteva non comportare conseguenze, reazioni indignate della borghesia  contro coloro i quali si frapponevano allo sviluppo tecnologico; per mantenere sotto controllo la reazione delle masse nel 1769 il parlamento inglese varò una legge che prevedeva la pena di morte per coloro i quali si erano macchiati dell’orribile delitto di distruggere le macchine.
Il movimento, con finalità certamente illusorie, non si arrestò fino al 1813 quando 18 dirigenti operai di York furono giustiziati.
La repressione vince sempre? No, in quel caso le forme organizzative seguirono lo sviluppo storico  e si diedero altra forma.

Ma dove vogliamo andare?

Non possiamo paragonare in nessun modo quella situazione con quella di oggi: all’epoca eravamo di fronte ad una classe assolutamente disorganizzata, composta da persone le cui condizioni di vita erano devastanti, con forme organizzative non sviluppate, livelli di istruzione vicine allo zero, con una storia ed una esperienza relativamente nuova, senza una teoria politica, con la borghesia che li condannava alla forca… Eppure rischiavano la vita per difendere la loro misera vita e la loro dignità.

Oggigiorno ci troviamo di fronte a situazioni diversissime: nessuno rischia di morire di fame se non ha un lavoro (almeno in Europa), esistono livelli di istruzione superiori (almeno sappiamo leggere e scrivere), esistono i sindacati (vabbè più o meno…), ma ci troviamo di fronte ad un periodo di ristrutturazione economica (la crisi comporta espulsioni dal processo produttivo e introduzione di nuove tecnologie) e cosa siamo in grado di fare?

Nell’ordine:
1) legarsi al cancello della fabbrica chiusa.
2) occupare un’isola ex carcere (di compagni, tra l’altro) e denominarla l’isola dei cassaintegrati .
3) restare per mesi abbarbicati sopra un tetto di una fabbrica chiusa implorando l’intervento di Valentino Rossi (dipendente della stessa azienda e, quindi, collega).
4) dormire sopra un carro ponte.
5) presidiare dentro una tenda il ministero di turno (per poi essere colti dalla stanchezza e abbandonare le posizioni)
6) implorare il presidente della Repubblica (che da buon ex pcista risponde picche).
7) appellarsi ai magistrati (che, peraltro, ti accusano di: grida sediziose, occupazione di suolo pubblico, manifestazione non autorizzata, associazione sovversiva, blocco stradale, resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale…)
.

E la dignità? Almeno quella i primi sabotatori la conservavano…

M.R