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Buone notizie afgane

Dall’Afghanistan non giungono solo notizie di stragi, di crimini e di violenze di ogni genere compiute dalle bande di mercenari e di soldataglia senza ideali e senza principi che non siano quelli dell’arricchimento a tutti i costi raggruppate sotto le bandiere imperialiste degli yankees e dei loro servi, italiani compresi.
E’ dei giorni scorsi la notizia – taciuta dai mass-media e dall’opinione pubblica che piega la propria schiena con la stessa disinvoltura con cui le escort del SuperViagra Nazionale piegano altre parti, altrettanto oscene, del loro corpo alle voglie del Sultano di Stato – che il Partito Comunista Afgano (di tendenza maoista) inizierà presto a combattere non solamente contro “gli occupanti imperialisti”, ma anche contro i “reazionari teocrati islamisti”.
“Il Partito sta per dare inizio alla guerra popolare in Afghanistan, il cui specifico carattere, nell’attuale congiuntura, è la guerra popolare rivoluzionaria nazionale di resistenza contro gli occupanti imperialisti ed il loro regime fantoccio”, recita un recente comunicato del PC (maoista) afgano, una formazione clandestina nata nel 2004.
Il Partito, la cui dirigenza, per comprensibili motivi, ha operato fino ad oggi nella clandestinità, rappresenta il prodotto di un lento processo di riunificazione e di “rivitalizzazione” di ciò che rimaneva dei grandi movimenti maoisti afgani degli anni Sessanta e Settanta, sterminati tanto dai comunisti filosovietici quanto dagli integralisti filoimperialisti.
Un processo che ha preso inizio subito dopo l’invasione della soldataglia al soldo dell’imperialismo Usraeliano del 2001 e che fin dall’inizio ha fatto proprio l’obiettivo di condurre una guerra di liberazione nazionale “autonoma” rispetto a quella dei gruppi fondamentalisti, in nome di una “terza via” alternativa sia all’occupazione straniera sia alla teocrazia islamica.
“Se le masse afgane continueranno a pensare che l’unica alternativa é tra la resa all’occupante straniero oppure il sostegno ai talebani e ad Al-Qaeda, la miseria del nostro popolo non avrà fine”, si poteva leggere in un documento del marzo 2002.
“Il nostro Partito ha deciso di mobilitarsi autonomamente per resistere all’invasione imperialista, come tappa necessaria verso una rivoluzione neo-democratica in Afghanistan.
Dobbiamo infatti considerare nostri nemici non solo gli imperialisti americani e i loro aleati, ma anche i reazionari teocrati islamisti, talebani o jihadisti che siano, che oggi controllano il Paese”.
Sopravvissuti alle sanguinose persecuzioni della polizia monarchica e dei gruppi islamisti integralisti condotte contro di loro all’epoca del regime monarchico di Zahir Shah, i maoisti afgani vennero messi fuorilegge dopo il colpo di stato comunista del 1978: in migliaia furono arrestati, torturati ed uccisi.
Tra di loro anche il fondatore del movimento, Akram Yari, uno dei cui discepoli, Faiz Ahmad, riuscì a fondare l’Organizzazione per la Liberazione dell’Afghanistan (OLA), che, per tutti gli anni Ottanta, combatté contro le truppe di occupazione sovietiche nelle fila del “Fronte dei mujaheddin combattenti per la libertà”.
La coabitazione forzata con i mujaheddin ebbe comunque vita breve.
Infatti, furono proprio i mujaheddin di Hekmatyar ad assassinare Faiz Ahmad, provocando ben presto la disgregazione dell’OLA.
Dalle ceneri dell’organizzazione nacquero, alle fine degli anni Ottanta, diversi movimenti maoisti rivoluzionari; e, nel 1991, il PCA (Partito Comunista d’Afghanistan), che, dopo l’invasione yankee del 2001, si è fatto promotore, coerentemente con la propria storia, della lotta “terzista” contro le truppe NATO e contro i talebani ed i signori della guerra.
Da qui, nel 2004, la nascita ufficiale del Partito Comunista (Maoista) dell’Afghanistan; e la decisione, nei mesi scorsi, di avviare la lotta armata.
Come è stato scritto, “la rinascita del maoismo in Afghanistan si inserisce nel più generale fenomeno del risveglio dei movimenti armati comunisti in molti paesi poveri del continente asiatico.
Dall’India rurale al Nepal, alle Filippine, il maoismo si è mostrato capace di interpretare le lotte contadine e indigene contro le razzie delle multinazionali e le ingiustizie del liberismo globale”.
Anche in Afghanistan, dunque, “Benvenuti”, anzi “Bentornati”, compagni!

P.R.