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Venezuela: golpe mediatico

Traduzione a cura della Red/Azione

Da quanto sappiamo alla chiusura di questa edizione il golpe tentato ieri (30/4/2019  n.d.r.) nella capitale venezuelana è fallito.
Gli insurrezionalisti che dicevano di aver preso la base area de La Carlota, hanno subito un rovescio, in verità, non riuscendo a occuparla. La maggior parte degli ufficiali di basso rango che hanno partecipato a questa avventura hanno confessato di essere stati, in realtà, ingannati, gli altri hanno cercato rifugio nella ambasciata brasiliana. Dopo ore di tafferugli nelle strade di Caracas, che hanno prodotto un numero imprecisato di feriti, il Governo di Maduro può affermare di avere il controllo delle forze armate e delle installazioni strategiche del paese.
L’unica vittoria di cui si possono vantare i ribelli è la liberazione con la forza del dirigente dell’opposizione Leopoldo Lopez, trattenuto fino ad all’ora agli arresti domiciliari presso la propria abitazione e, resosi irreperibile, è riapparso, insieme alla famiglia, alla ambasciata cilena, sede che poi ha abbandonato preferendo ad essa quella spagnola.
Anche se la dirigenza delle “rivolta” era formalmente a carico del presidente autoproclamato Juan Guaidò, nelle lunghe ore della giornata di ieri, era impossibile non vedere come questa, nella realtà dei fatti, era coordinata in ogni momento dagli Stati Uniti, in particolare dall’ufficio del consigliere alla sicurezza nazionale di Trump, John Bolton, e accettata, nei fatti, in campo diplomatico da tutti i governi latinoamericani fedeli alla politica di Washington sul Venezuela, tra cui spiccano Colombia, Cile e Brasile.
Sebbene Guaidó abbia chiesto ai suoi sostenitori di rimanere nelle strade, è chiaro che gli appelli pronunciati ieri non siano riusciti a fratturare le forze armate o indebolire il loro sostegno al governo chavista. In questo senso, il tentativo di colpo di stato è un nuovo fallimento per la strategia interventista statunitense nel paese sudamericano.
Per realizzare il suo piano, liquidare la presidenza Maduro, la strategia di Washington ha bisogno di tre pilastri su cui poggiare:
il piano diplomatico, in cui è riuscito a coinvolgere la maggioranza dei governi latinoamericani;
il politico, in cui ha Guaidó come “capo popolo”;
l’esercito, per avere una parte armata all’interno del Venezuela che gli permetta di condurre una guerra per interposta persona e senza compromettere le proprie forze.
Finora, il governo di Trump non ha compiuto progressi significativi.
In fin dei conti ciò che emerge dal colpo tentato ieri, con tutto il suo carico di danni e di aumento delle tensioni nel paese, è che i funzionari americani non sono stati in grado di formulare una analisi concreta della realtà, ma che essi abbiano confidato su resoconti ottimistici certi del declino del consenso del governo venezuelano sia nella società quanto tra i militari.
La cosa certa è che il tentativo golpista, invece di svilupparsi nelle strade e dalle caserme di Caracas, ha attecchito soprattutto notiziari dei media occidentali che lo hanno presentato come una grande rivolta insurrezionale. Si è rivelato essere qualcosa di molto più piccolo: un tentativo da parte degli Stati Uniti (si spera infruttuoso) di scatenare in Venezuela la guerra civile.

Tratto da www.jornada.com.mx