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La Cina è vicina?

Dobbiamo sostenere tutto ciò che il nemico combatte e combattere tutto ciò che il nemico sostiene.”
Mao Tsetung

Le polemiche sulla “via della seta” e, più in generale, sui rapporti commerciali fra la Cina e l’Italia hanno riproposto il tema della natura di classe del Paese che ha preso il posto, nelle fantasie e nel cuore dei nostalgici di “un paradiso perduto” che peraltro è esistito solo nei loro deliri di catto-comunisti ante litteram. Per  costoro, per questi comunisti-aziendalisti fedeli ad un marchio d’impresa, indipendentemente dalla proprietà dell’impresa stessa, la Cina è, al di là di tutto, un Paese socialista. Erede del ruolo, delle aspettative e delle speranze della defunta Unione sovietica di Lenin e di Stalin.
Ma, le cose, stanno realmente così?
Il 16 marzo 2007, tremila delegati all’Assemblea Nazionale del Popolo hanno approvato a stragrande maggioranza l’introduzione nella Costituzione cinese della proprietà privata.
Le imprese decisive dell’economia cinese organizzano la loro produzione in base alle leggi della concorrenza, in un mercato regolato dall’offerta e dalla domanda. Attualmente, secondo la Federazione delle industrie e del commercio cinesi, il 65% del PIL proviene dal settore privato.
Come ebbe modo di dire Marx nella seconda metà dell’Ottocento, in una società il diritto non può mai essere più avanzato della sua struttura economica e del suo corrispondente sviluppo culturale Ciò nonostante, non sono pochi, come abbiamo detto, i comunisti-aziendalisti che credono nell’esistenza di una “via cinese” alla crescita economica senza rendersi conto che un paese arretrato come la Cina ha dovuto attraversare in un tempo estremamente ridotto tutte le tappe che hanno portato alla trasformazione dei Paesi in via di sviluppo in vere e proprie economie capitaliste moderne.
In realtà, non esiste un “modello economico cinese” bensì solo un modo di produzione capitalistico che ha ormai pervaso, confermando le previsioni de Il Manifesto, tutto il globo terrestre.
Nonostante tutto ciò, i leaders del sedicente Partito Comunista Cinese continuano a rivendicare (a parole, avrebbe commentato Mao Tsetung) il socialismo nello stesso momento in cui legittimano la proprietà privata dei mezzi di produzione ed invitano i capitalisti, compresi i miliardari (per inciso, vi pare possibile che possa essere in qualche modo definito “socialista” un Paese in cui esistono, ed hanno addirittura il diritto di esistere, dei miliardari?!) che hanno fra l’altro acquistato una società di calcio come l’Inter, ad “unirsi al Partito”.
Resta il fatto che il paese della Lunga Marcia verso il “socialismo”, un Paese definito, senza timore del ridicolo, “socialista di mercato” (una definizione del tutto priva di senso, ha fatto in realtà passi da gigante verso il capitalismo.
Come da tradizione sulle spalle di un popolo di lavoratori che ha subito e sta continuando a subire, ogni sorta di oppressione e di sfruttamento.
Mao è morto, la Rivoluzione cinese è morta, viva la Rivoluzione (che, a dire il vero, non si sente troppo bene)!

L. A.