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Quando i nemici erano seri

Che brutta situazione quando si sta a terra calpestati dagli zoccoli della stupidità e non si vedono soccorsi all’orizzonte!
Karl Kraus

“Non perda mai la Sua dignità di uomo neanche in carcere, luogo non fatto e non gestito certo per ‘redimere’ gli uomini! E non perda mai la speranza”.
Si concludeva così la lettera che il “presidente emerito della Repubblica” Francesco Cossiga scrisse il 27 settembre 2002 all’ex Br, in risposta a un’intervista che Paolo Persichetti (1) aveva fatto dal carcere.
“Quando mi consegnarono quella busta in cella pensai che fosse un falso – racconta ora Persichetti all’AdnKronos – Non me lo aspettavo. Poi però quella lettera venne usata innumerevoli volte, in tutti i casi di opposizione all’estradizione. Cossiga diceva alcune cose fondamentali, che oggi sono più attuali che mai”.
Cossiga rivendicava di aver “combattuto duramente il terrorismo” ma spiegava come si trattasse di un “fenomeno politico” che “affondava le sue radici nella particolare situazione sociale politica del Paese, e non invece un ‘humus delinquenziale’.
“Voi siete stati battuti dall’unità politica tra la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista Italiano, e per il fatto che non siete stati in grado di trascinare le masse in una vera e propria rivoluzione “, scriveva tra l’altro Cossiga. “Ma tutto questo fa parte di un periodo storico dell’Italia che è concluso; e ormai la cosiddetta ‘giustizia’ che si è esercitata e ancora si esercita verso di voi, anche se legalmente giustificabile, è politicamente o ‘vendetta’ o ‘paura’, come appunto lo è per molti comunisti di quel periodo, quale titolo di legittimità repubblicana che credono di essersi conquistati, non con il voto popolare e con le lotte di massa, ma con la loro collaborazione con le Forze di Polizia e di Sicurezza dello Stato”.
Per questo, aggiungeva Cossiga, “io che sono stato per moltissimi di voi: ‘Cossiga con la K’ e addirittura ‘un capo di assassini e un mandante di assassinii’, oggi sono perché si chiuda questo doloroso capitolo della storia civile e politica del Paese, anche ad evitare che pochi irriducibili diventino cattivi maestri di nuovi terroristi, quelli che hanno ucciso D’Antona e Biagi che, per le Forze di Polizia e per la giustizia, è facile ricercare tra di voi, perché voi siete stati sconfitti politicamente e militarmente con l’aiuto della sinistra: andare a cercarli altrove potrebbe essere forse più imbarazzante…”.
“Purtroppo ogni tentativo mio e di altri colleghi della destra o della sinistra di far approvare una legge di amnistia e di indulto si è scontrato soprattutto con l’opposizione del mondo politico che fa capo all’ex partito comunista”, si rammaricava il presidente emerito.
Poi un passaggio più personale: “Leggo che Le hanno rifiutato l’uso di un computer, che onestamente non sapevo costituisse un’arma da guerra! Qualora Lei lo richieda ancora e ancora glielo rifiutassero, me lo faccia sapere, che provvederò io a farglielo dare. Non perda mai la Sua dignità di uomo neanche in carcere, luogo non fatto e non gestito certo per ‘redimere’ gli uomini! E non perda mai la speranza”.
Quando i Ministri dell’Interno, e non solo loro, erano una cosa seria…
(1) Paolo Persichetti è un saggista, giornalista ed ex brigatista italiano. Ha militato nelle Brigate Rosse-Unione dei Comunisti Combattenti negli anni ‘80.

Red5