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Miserie leoncavalline

La notizia è, in realtà, una non-notizia. Almeno per noi de Il Buio, e per i nostri lettori più affezionati.
E’ in realtà una non-notizia il fatto che, nel silenzio pressoché totale dei media tanto di regime quanto della falsa Opposizione, il Centro sociale milanese Leoncavallo, il prototipo, non solo storicamente, dei centri sociali, il centro sociale per antonomasia, abbia di recente sollecitato l’attuale Giunta del capoluogo lombardo a raggiungere un’intesa che possa finalmente condurre alla definitiva, formale ed irreversibile “pacificazione” di una realtà che, in ogni caso e per i meno sprovveduti, mai nulla ha avuto a che fare con l’antagonismo di classe e, men che meno, con un qualsiasi genere di “progetto rivoluzionario”.
E’ successo infatti che, approfittando dell’ennesimo “avviso di sgombero” del centro che ormai da ventiquattro anni occupa, in via Watteau, una palazzina di proprietà del gruppo immobiliare Cabassi, le associazioni che da tempo animano il Leonka abbiano chiesto un incontro con l’attuale sindaco Giuseppe Sala e, soprattutto, si siano dichiarate disposte a pagare un “canone sociale” di circa ottantamila euro l’anno per poter rimanere nell’ex stabilimento cartografico in zona Greco. (cfr. “Il Leonka chiama il Comune. ’Facciamo ripartire la trattativa’”, in La Repubblica-Milano del 14 dicembre, p.IV). Fateci caso: il Leonka ha chiamato il Comune, non, com’era peraltro avvenuto in passato, il contrario! Alla faccia, lasciatecelo dire, dell’Antagonismo e di tutte le altre panzane rifilate, anno dopo anno, concerto dopo concerto, manifestazioni contro il terrorismo dopo manifestazioni contro il terrorismo, sostegno alle diverse giunte “di sinistra” dopo sostegno alle diverse giunte “di sinistra” meneghine, appoggio elettorale dopo appoggio elettorale ai diversi partitini sedicenti “comunisti” sorti dopo l’implosione del PCI, a rifondaroli, cossuttiani, piddini e feccia varia ma invariante, da parte del gruppo dirigente capitanato dal noto imprenditore di canapa indiana ed ex deputato “di estrema sinistra” Daniele Farina. Il quale, a nome di un centro sociale che non ha prodotto mezzo rivoluzionario che sia mezzo, neanche cercandolo con i criteri elastici e ridicoli dell’Autonomia, ma che, in compenso, ha totalizzato entrate per quasi 2,8 milioni di euro (a fronte, a quanto dichiarato, di uscite per 2,7 milioni), presa idealmente la penna in mano non ha esitato a scrivere che “ora noi lanciamo questo segnale come un razzo luminoso all’Amministrazione. Nulla si sa della trattativa che c’è stata tempo fa e che si è impantanata.. Chiediamo un incontro al sindaco Sala, uno stimolo all’amministrazione perché il progetto che sembrava arrivato a un passo dalla fine, riprenda”.
Giusta, inevitabile, scontata e prevista conclusione di un processo che ha trasformato, uno dopo l’altro, i centri sociali, micro-organizzazioni che avevano costruito la loro artificiale identità sulla collusione con lo Stato nel periodo della “lotta al terrorismo”, da presunti punti di aggregazione dell’antagonismo politico-sociale in altrettanti puntelli del welfare, in altrettanti oratori laici.
Con buona pace degli imbecilli che si erano illusi del contrario e che si sono ostinati e si ostinano a farlo credere …

L. A.