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Pillole di ordinario razzismo sionista

L’entità sionista ha la pretesa di essere “il rifugio” di tutti gli ebrei del mondo, a cui viene sistematicamente rivolto l’appello all’aliyah, vale a dire al ritorno alla “terra ancestrale”.
Quella che, almeno a sentire i sionisti, un dio-notaio avrebbe assegnato, in un’epoca avvolta nelle nebbie delle favole per bambini con deficit mentali, al popolo “eletto”, le cui ragioni sarebbero state fatte valere dall’azzeccagarbugli di turno, tale Mosé.
Ogni ebreo che si rispetti, di conseguenza, è chiamato dai sionisti a popolare una terra finalmente liberata dall’antisemitismo.
Tutti i sionisti, dovunque si trovino, qualunque sia la loro condizione economico-sociale e qualunque sia la loro condizione fisica.
Beh, le cose non stanno proprio così: non stanno – o comunque non sono sempre state – come pretendono i sionisti.
E non solo perché numerosi giudei non hanno alcuna intenzione di lasciare il Paese in cui vivono da tempo immemorabile, perfettamente integrati nella vita politica (meno in quella sociale, per comprensibili ragioni e per la tendenza, tipica degli “eletti”, di avere un po’ di puzzetta sotto il naso), in assoluta pace e tranquillità.
Il quotidiano dell’entità sionista Haaretz ha di recente pubblicato a proposito di un episodio di cui è stata protagonista Golda Meir, all’epoca Ministro degli Esteri.
Episodio che testimonia della volontà esplicita della Meir di introdurre un processo di selezione rispetto all’immigrazione (aliyah) dalla Polonia; un processo che doveva interessare gli ebrei anziani, handicappati o malati. Vale a dire la gran parte degli ebrei sopravvissuti ai massacri nazisti.
Torniamo comunque alla (mani)Golda.
Un documento degli Affari Esteri dell’entità sionista scoperto di recente ha rivelato che, nel 1958, l’antesignana di tutte le successive lady-di-ferro sottopose ad una commissione governativa una proposta: informare il governo polacco che “noi vogliamo istituire una selezione per l’aliyah, perché non possiamo seguitare ad accettare persone handicappate e malate”.
Il documento (in realtà una lettera) venne inoltrato a Katriel Katz, ambasciatore in Polonia dell’entità sionista.
Non si sa se la richiesta del Ministro sia stata ricevuta dall’interessato oppure no; così come non è noto se essa sia stata soddisfatta in tutto o in parte. O per nulla.
Restano, questi sì assolutamente inconfutabili, i dati storici.
Mentre prima del 1950 le autorità “comuniste” polacche avevano posto limiti all’emigrazione ebraica, vietando la partenza di personale qualificato, soprattutto ingegneri e medici, indispensabili per lo sviluppo della neonata Repubblica Popolare, con l’avvento di Gomulka e del suo programma di riforme il governo autorizzerà anche il “personale specializzato” a lasciare il Paese e a trasferirsi nella mitica “terra promessa” da un notaio corrotto e di parte.
Fin qui il ricordo di alcuni avvenimenti del passato.
Che fanno comunque risaltare ancora una volta la vocazione razzistica del sionismo in generale e del suo gruppo dirigente in particolare.
Anche se, a dire il vero, non c’era bisogno di (mani)Golda Meir per darcene conferma…

Luca Ariano