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Leghisti-papisti e pentacrociati

Se Gesù Cristo vivesse oggi sarebbe senz’altro leghista o penta-stellato: non moltiplicava anche lui, a chiacchere, i pani ed i pesci; non incantava anche lui le folle con i suoi ‘miracoli’ e non finì anche lui per morire sulla croce?

Acuto Padano

Di Lui hanno detto e dicono ormai di tutto. Che è un Governo di fascisti e di razzisti; che è  reazionario ed incapace; che è parolaio ed inconcludente come tutti i governi “di Destra” (perché quelli “di Sinistra” invece…), e via etichettando, bocciando e giudicando. Per farla breve, lo ripetiamo, è stato detto e scritto praticamente di tutto. A ragione o a torto.
Comunque sia, almeno a parer nostro, non è stato detto o scritto l’essenziale: e cioè che il nuovo Governo giallo-verde, il Governo autodefinitosi “del cambiamento”, in fondo non ha cambiato proprio nulla, trattandosi dell’ennesimo Esecutivo di baciapile papisti. I quali baciapile papisti, in un Paese come l’Italia, per sua sfortuna troppo vicina al Vaticano e da sempre troppo lontana dalla Modernità, una novità di sicuro non sono affatto.
Non bastava infatti l’attuale Ministro dell’Interno, il leghista più volte adultero, dunque, secondo le stesse regole del suo stesso credo religioso, meritevole della lapidazione dell’Inferno, Matteo Salvini, che, nella “sua” Milano, in piazza Duomo cerca di imitare le omelie papali a  base di banalità e di “sante” fesserie sesquipedali agitando il rosario e sventolando il Vangelo (di Matteo, ovviamente!).
E non bastava neanche il bacio alla teca con le reliquie di San Gennaro di Gigino Di Maio, vicepresidente della Camera e candidato in pectore per la carica di premier del Movimento 5 Stelle: “… quando il cardinale Crescenzio Sepe gli porge l’ampolla che contiene il sangue di San Gennaro, a miracolo della liquefazione avvenuto, Di Maio la bacia in segno di devozione. Parla di ‘forte emozione’ nell’essere presente, ‘per la prima volta” alla celebrazione della festa di San Gennaro, patrono della città e della Campania  (…) È la prima volta che vengo in Duomo – ha affermato – è un grande momento legato alla nostra religione e alla fede, sono un fedele e quindi mi faceva piacere esserci, l’ho vissuto prima di tutto come cittadino, poi come istituzione’.”(ANSA.IT, 19 settembre).
Ci voleva, per non lasciar soli Salvini e Di Maio, addirittura l’attuale Primo ministro in carica Giuseppe Conte, un illustre sconosciuto proiettato (per miracolo, è il caso di dirlo!) sul palcoscenico della Politica nazionale, che, ospite di  Bruno Vespa, tira fuori dalla giacca il santino di padre Pio, il noto imbroglione di Pietralcina (nella lettera che, nel 1926, padre Agostino Gemelli indirizzò  al Sant’Uffizio, viene impietosamente definito “ciarlatano, mentitore ed autolesionista”), e, allo stupore del suo ospite, racconta la sua devozione per il santo:
“Avevo 4 anni quando mio padre venne da me e disse: è morto Padre Pio. Ricordo esattamente quel momento, ero in casa e mi colpì tantissimo” racconta Conte. “Cosa mi ha insegnato Padre Pio? L’umiltà e la preghiera”. Quanto al carattere brusco che spesso si attribuisce al santo, “questi modi a volte servivano a squarciare qualcosa nell’animo dell’interlocutore che andavano lì per curiosità”.
Interrompiamo qui il siparietto penoso che ha avuto per protagonisti Conte e Vespa. Per pudore, per decenza, per non creare problemi di digestione ai nostri lettori. Parte dei quali erano abituati a Giulio Andreotti:  messo a confronto di questi miserabili pigmei papisti, oggi lo si potrebbe benissimo considerare un laico.
E, quello in carica, si autodefinisce “Governo del cambiamento”, quando, a ben vedere, non ha cambiato neppure i santi…!


Ravachol