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Militanza internazionalista, intervista a Sergio Adamoli

Sergio Adamoli è un compagno, un medico, un internazionalista, un antimperialista. Membro della nuova resistenza in Italia ha operato, in seguito, come medico in Angola e, poi, da chirurgo di prima linea con la guerriglia Salvadoregna de Las Fuerzas Populares de Liberación “Farabundo Martí” (FPL).
Come potrete ben capire non potevamo farci sfuggire l’occasione di registrare il dibattito che abbiamo svolto in sua compagnia: quella che segue, dunque, è la registrazione di una discussione/intervista tra la nostra redazione ed il compagno Sergio Adamoli.

Sergio (d’ora in poi S): [... ] Parlavamo dell’attualità, degli sbarchi e dell’intervento medico nelle emergenze di questi giorni. Ci sono, secondo me, due modi di concepire gli aiuti al terzo mondo: il primo è quello che si basa sull’emergenza e il secondo è quello che, invece, punta a programmare progetti di sviluppo nel paese in cui si interviene.
Caratterialmente, istintivamente, io sono portato a mettermi in gioco nelle situazioni in cui occorre lanciare il cuore oltre l’ostacolo, nelle situazioni in cui ci sono dei problemi da risolvere nell’immediato. Ma poi che si fa? Il paese in cui si è intervenuti, una volta lasciatosi alle spalle l’emergenza, resta quello di prima con le stesse contraddizioni ed i medesimi problemi che, in ultima analisi, sono la causa stessa della situazione drammatica che col tuo intervento hai cercato di risolvere.
A mio parere le due modalità di intervento (emergenza e sviluppo, N.d.R.) dovrebbero essere in qualche modo integrate: la risoluzione dell’emergenza dovrebbe portare alla fase dello sviluppo. La mia opinione è invece che attualmente i due sistemi sono antitetici; anzi, arrivo a dire che l’intervento emergenziale produce situazioni in cui lo sviluppo diviene più difficile.

Redazione (Red): Parlaci della modalità d’intervento basata sullo “sviluppo”.

(S): Oggigiorno vi sono due modalità di concepire la procedura di intervento umanitario che chiamo “sviluppo”: la cooperazione in “sostituzione” o la “programmazione”. La prima è quella modalità tipicamente cattolica che presuppone l’incapacità da parte degli stati del terzo mondo di affrontare le crisi mediche in assenza di un intervento esterno. E’ la modalità con cui operano i “medici senza frontiere” ed Emergency.
Emergency fa un lavoro eccellente, sia chiaro, ma il loro approccio ai problemi, a mio avviso, non permette ai paesi in cui l’organizzazione è presente di liberarsi delle proprie difficoltà.

(Red): Parlando, per esempio dell’Afghanistan, dove la guerra è tra lo Stato fantoccio degli amerikani e una guerriglia fanatica talmente disumanizzata che, dal punto di vista della propaganda, non solo non merita di essere curata negli ospedali, ma addirittura la tortura nei loro confronti è lecita… Si può essere neutrali in quel contesto?

(S): Beh, direi che la prima domanda da porsi è: perché devi andare in Afghanistan? Io sono andato in Salvador dove la guerriglia combatteva una banda di criminali fascisti. In Afghanistan da una parte c’è l’esercito regolare, appoggiato dagli amerikani, formato e armato dalla CIA e dall’altra una guerriglia di criminali, con una mentalità medioevale, formata e armata anch’essa dalla stessa CIA.
Non riesco a vedere un nostro ruolo in una realtà simile?

(Red): Emergency c’è…

(S) Ripeto, ho degli appunti da fare ad Emergency. Li rispetto a tal punto che in passato mi ero anche offerto volontario per lavorare con loro. Da medico ho poco da eccepire, come vi dicevo l’istinto mi porta a essere presente nelle situazioni di emergenza ed ho scelto di fare il chirurgo proprio per quel motivo. Però ho delle perplessità da un punto di vista politico: non si può mai essere neutrali. Come è possibile, ad esempio, fare delle scelte come quella che l’organizzazione di Gino Strada ha fatto in Sudan? Per quale motivo in quel paese hanno costruito un ospedale di altissima chirurgia cardiaca, un investimento di capitale enorme per una patologia minoritaria? Per dare lustro ad un criminale come il presidente sudanese?

(Red): Se rileggi l’intervista di Gino Strada in merito agli accordi di pace in Colombia e sul presidente Juan Manuel Santos, vedrai che ha praticamente incensato un altro criminale facendolo apparire come un eroe… Palesemente fanno delle scelte politiche che sono molto discutibili.

(Red2): Queste organizzazioni umanitarie sono chiaramente degli strumenti al servizio degli Stati. Non esistono più medici come te o come Norman Bethune (medico comunista, canadese, volontario nella guerra civile spagnola, caduto tra le file dell’esercito rosso cinese durante la guerra rivoluzionaria di Mao. N.d.R), cioè non esistono più medici al servizio dei movimenti rivoluzionari e di liberazione. Adesso Emergency, per rimanere all’esempio, lavora pagato dagli Stati. E se sei pagato dallo Stato non puoi essere super partes. Quando Emergency apre una struttura in Afghanistan lo fa praticamente fiancheggiando una creatura degli amerikani.
Esiste un principio etico che ti impone di schierarti, di stare da una parte o dall’altra. La scelta di fare il medico, alla luce di tutto questo, è complicata: il principio etico, di cui parlavo, ti impone di schierarti prima.

(S): Uno è, comunque, un militante politico: si sceglie di andare a combattere in Vietnam o in Salvador con la guerriglia, poi si è medici e, certo, a me è capitato di curare anche i miei nemici. Adesso i medici intervengono nelle guerre senza fare alcuna scelta politica e senza schierarsi, ma questa è solo apparenza.
Io la mia scelta l’ho fatta: sono stato a Mosca in gioventù, con una borsa di studio per specializzarmi, ho militato nei movimenti rivoluzionari in Italia finché un mandato di cattura non mi ha costretto a riparare all’estero, sono finito in Angola ed, infine, con la guerriglia salvadoregna.
Ho cercato, insomma, di contrastare in ogni modo gli amerikani, gli imperialisti.

(Red): Rifaresti tutte le tue scelte?

(S): Le scelte che feci le rifarei tuttora: da buon marxista dico che si deve ragionare in termini globali. Oggi la vecchia contraddizione tra capitale e lavoro dove sta? Mi sono sempre schierato con il proletariato, ma avevo chiaro quale fosse l’altro polo della contraddizione, oggi tra le masse è ancora così? Guardate, per capirci, la questione degli emigranti, l’argomento principe di questi giorni: tutta questa gente chiamiamola classe o, non saprei…, entità: è ancora completamente disorganizzata, non ha coscienza di classe, non ha una ideologia. E’ vero che il limite del capitalismo è il capitalismo stesso e che le sue contraddizioni lo porteranno alla implosione, ma se tu non hai una ideologia, dei principi, che cosa ti fa agire?

(Red): Il capitalismo, è qui sta la sua astoricità, è il modo di produzione che crea il massimo della ricchezza che si sta traducendo nel massimo della povertà. E’ il capitalismo da solo che è contraddittorio, che crea la propria contraddizione. Il capitalismo sta portando l’umanità alla sua distruzione: è la bestia che va combattuta e estirpata.

(S): Quando io sono tornato dal Salvador nel ‘91 ero un terzomondista convinto e lo sono ancora. Il nostro disoccupato va all’ufficio di collocamento in macchina, in Salvador invece chi è disoccupato non mangia proprio. La contraddizione è, per me, tra Sud e Nord del mondo.

(Red): E se ti chiedessimo un bilancio della tua vita?

(S): Sono stato molto fortunato perché una serie di circostanze mi hanno permesso di realizzarmi umanamente e politicamente,  e non ho dubbi che ripetendosi la congiuntura, con il senno di poi, farei la stessa cosa.