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Morti sul lavoro e organizzazione operaia

Riceviamo e pubblichiamo

Bisogna partire dalle cose concrete che interessano la nostra classe, dai suoi bisogni, organizzandoci insieme ai nostri compagni, partecipando in prima persona a tutte le lotte e iniziative di chi si muove sul terreno degli interessi generali della classe.
Anche nel mese di agosto, quello in cui la maggioranza delle fabbriche e dei luoghi di lavoro sono chiusi per ferie, i morti sul lavoro hanno raggiunto cifre record.
Nocività, salute, lavoro sempre più sfruttato e precario è diventato la normalità a cui ci siamo ormai assuefatti.

Che il capitalismo sia un sistema ingiusto, basato sulla sopraffazione di pochi detentori della proprietà privata del capitale ai danni di proletari, operai e lavoratori salariati, è evidente.
Da sempre i padroni ci dicono che, nonostante alcune storture questo è il migliore dei mondi possibili.
Lo sfruttamento capitalista si manifesta in vari modi, ma il più violento è rappresentato dagli infortuni e dai morti sul lavoro: frutto della continua lotta di classe, guerra che i borghesi, gli sfruttatori, conducono contro gli sfruttati. Un’organizzazione sociale divisa in classi, in cui predominio e potere sono nelle mani di chi possiede il capitale, in cui la proprietà privata dei mezzi di produzione appartiene ad una minoranza di persone: in sintesi il “modo di produzione capitalistico”.
Perciò la causa dei morti sul lavoro oltre che dei singoli padroni è del sistema economico, cioè della società borghese, in cui i mezzi di produzione appartengono ai capitalisti privati o pubblici, a gruppi economici e persone cui interessa solo realizzare il massimo profitto.

Ruolo dei sostenitori del capitalismo: sindacati confederali e PCI

La ricerca del massimo profitto inevitabilmente acuisce i contrasti di classe e si scontra con la resistenza degli operai in lotta contro il peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro.
I sindacati confederali CGIL-CISL-UIL-UGL, ma anche altri sindacati corporativi falsamente “autonomi”, riconoscendo come legittimo il profitto, sostenendo solo le rivendicazioni sindacali “compatibili “ con il sistema, sono diventati negli anni pilastri del sistema e paladini dell’ideologia borghese fra i proletari, il principale puntello al sistema dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
In passato un aiuto importante ai padroni è venuto, oltre che dai sindacati, dal PCI che negli anni 70’, ma anche prima, giovandosi del suo passato di partito operaio, ha sostenuto una politica filo-padronale (oggi sostenuta dal PD e da Rifondazione Comunista) e, attraverso i suoi uomini nel sindacato, ha cercato e cerca di impedire e controllare le lotte autonome e indipendenti basate sui reali interessi dei lavoratori.

Separare la lotta economica da quella politica per la presa del potere è da sempre l’obiettivo della borghesia, aiutata in questo dai sindacati collaborazionisti e dai partiti borghesi.
La lotta sindacale – economica – contro lo sfruttamento e quella contro gli infortuni e i morti sul lavoro è un aspetto della lotta tra le classi. Esprime un conflitto di interessi fra borghesia e proletariato ma, per quanto necessaria per limitare lo sfruttamento capitalistico, da sola non basta – e non è mai bastata – perché è una lotta contro gli effetti e non contro le cause dello sfruttamento.
Con la lotta, imponendo misure di sicurezza adeguate, possiamo ridurre i morti, ma senza il potere in mano alla classe operaia, senza una società socialista in cui lo sfruttamento sia considerato un crimine contro l’umanità, gli operai continueranno a patire e morire.

La frammentazione della classe operaia

La borghesia da anni – tramite i suoi pennivendoli salariati e i mass media – ha condotto un’opera sistematica di distruzione della memoria storica, aiutata in questo dagli ex dirigenti “comunisti”, passati armi e bagagli al carro del vincitore, privando così il proletariato della sua avanguardia operaia comunista, ridotta ormai a mera testimonianza.
L’amnesia storica e politica hanno avuto il risultato di portare molti operai e proletari a una crisi d’identità, a non rendersi neppure più conto di far parte di una stessa classe sottomessa. Solo quando sono toccati personalmente, quando un compagno di lavoro muore per infortunio, solo allora – toccando con mano la dura realtà della guerra di classe in atto e della giustizia borghese – ci si rende conto che le istituzioni, la legge e gli stessi giudici assicurano prima di tutto la continuità degli interessi della proprietà privata dei mezzi di produzione, lasciando impuniti i colpevoli di questi omicidi.
Dove si sono organizzate lotte contro lo sfruttamento, in particolare contro i morti di lavoro, queste esperienze si sono dimostrate vere scuole politiche rivoluzionarie, facendo toccare con mano ai partecipanti la differenza fra chiacchiere e realtà. L’esperienza e la partecipazione alla lotta dimostrano più di tante parole che la democrazia e la giustizia sono al servizio della classe dominante.

Le divisioni sindacali e politiche

La condizione di peggioramento continuo della condizione operaia, l’aumento dello sfruttamento e dei morti sul lavoro, dimostrano la brutalità del sistema capitalista che, nella ricerca del massimo profitto, distrugge gli esseri umani e la natura inarrestabilmente, lasciando sul campo delle forze proletarie i morti e i feriti.
Davanti all’attacco della classe capitalista la risposta operaia e proletaria è frammentaria e divisa in piccole lotte di resistenza isolate
I morti sul lavoro e di malattie professionali sono assassinii compiuti dalla classe capitalista nella guerra quotidiana contro la classe operaia, che però non trovano oggi da parte degli operai momenti di lotta unitari e organizzati sui loro interessi di classe.

Oggi, come classe operaia, come lavoratori, siamo divisi in una miriade di lotte di resistenza sparse sul territorio nazionale (ma anche a livello internazionale) e non esiste una risposta adeguata.

La mancanza di una risposta unitaria è particolarmente evidente davanti ai morti sul lavoro. Ognuno lotta, protesta e piange i suoi morti nella sua situazione e territorio, spesso non riconoscendoli neanche come morti di tutta la classe, rivendicando solo l’appartenenza al proprio sindacato o all’organizzazione politica di cui fa parte.
La concorrenza fra sigle sindacali e politiche a volte arriva all’assurdo: in particolare davanti ai morti sul lavoro, dove abbiamo assistito al misero spettacolo di scioperi e manifestazioni contrapposte, che spesso hanno costretto lavoratori della stessa fabbrica a protestare o manifestare in momenti diversi.

La coscienza che la divisione della classe operaia, la concorrenza, il suo frazionamento, indebolisce la classe anche nella sua resistenza è ormai chiara a molti.
Bisogna partire dalle cose concrete che interessano la nostra classe, dai suoi bisogni, organizzandoci insieme ai nostri compagni, partecipando in prima persona a tutte le lotte e iniziative di chi si muove sul terreno degli interessi generali della classe, criticando aspramente l’abitudine di delegare ad altri i suoi problemi e la loro soluzione. LA CLASSE E’ UNA CON UN UNICO INTERESSE

Michele Michelino

Da nuova unità periodico comunista di politica e cultura n. 5/2018