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P.C.=POLITICAMENTE CRETINO?

La notizia, in questo caso, arriva dalla Gran Bretagna, più precisamente dalla città di Manchester, nota ai più, a dimostrazione che l’ignoranza non è una prerogativa degli Italioti, per le due squadre di calcio della città.

Qui, a Manchester cioè, infatti, gli studenti dell’Università locale hanno cancellato un murale con la poesia IF di Rudyar Kipling, autore di capolavori come Il libro della jungla, Kim e Capitani coraggiosi, e lo hanno sostituito con i versi di un’attivista afro-americana.
Per quale motivo? Perché, a sentir loro, l’autore britannico dell’Ottocento è “un razzista”, “ben noto come autore del poema razzista ‘Il fardello dell’uomo bianco’, e di una pletora di altre opere che cercano di legittimare la presenza imperiale britannica in India e disumanizzare le persone di colore (Corriere della sera del 20 luglio, pag.11).
Sia chiaro: che Kipling sia stato una sorta di ideologo del colonialismo, e di quello britannico in particolare, è fuor di dubbio. Ci mancherebbe.
Il problema, però, non è questo. Piuttosto, è che Kipling, in quanto scrittore ed intellettuale dell’Ottocento, possiede la mentalità, l’ideologia dominante della sua epoca storica. Giusto o sbagliato che questo possa apparire a chi oggi, in condizioni storico-ideologiche sostanzialmente mutate, guarda, e giudica, un’epoca particolare del passato.
Prendete Engels, uno dei ”padri del Comunismo moderno”, comunque un autore appartenente ad una tendenza di pensiero opposta a quella sostenuta (e condivisa) dal “povero” Kipling.
E’ di Engels (agli immancabili pedanti “di sinistra” il compito di reperire le fonti a cui facciamo riferimento, disponendo loro del tempo che a noi manca) la concezione dei “popoli senza storia”, ossia di quelle nazionalità dell’impero austriaco (cechi, slovacchi, sloveni, croati, serbi, ruteni, romeni) che, dopo “mille anni di soggiogamento” da parte di tedeschi e ungheresi, col comportamento tenuto nella rivoluzione del 1848-’49 riconfermavano la loro “natura controrivoluzionaria”. Se “nel 1848 i tedeschi e i magiari hanno preso l’iniziativa storica” e quindi “rappresentano la rivoluzione”, le altre nazionalità e gli slavi del sud in particolare “rappresentano la controrivoluzione”: questo, in sintesi, il giudizio di Engels, espresso con le sue stesse parole. D’altronde, che altro sono le nazionalità slave dell’impero, se non “nazioni morenti”, “residui di popoli” che il progresso storico ha lasciato ai margini del suo cammino? Logico, quindi, che questi “scarti della Storia”, la cui unica missione consiste nel “perire nell’universale tempesta rivoluzionaria”, diventino i “sostenitori fanatici della controrivoluzione”. Tranne alcune eccezioni, dunque, “nessun popolo slavo ha un futuro, per la semplice ragione che a tutti gli slavi mancano le elementari condizioni storiche, geografiche, politiche e industriali dell’indipendenza e della vitalità”.
Più o meno gli stessi concetti sono espressi nell’Antiduhring, dove possiamo leggere che:
“Se, per esempio, nel nostro paese gli assiomi matematici sono perfettamente evidenti per un bambino di otto anni, senza nessun bisogno di ricorrere alla sperimentazione, non è che la conseguenza dell’eredità accumulata. Sarà al contrario molto difficile insegnarli a un boscimane o a un negro d’Australia.”
Cogliete un che di razzista e di eurocentrico in questi giudizi, un sapore neanche tanto di fondo che autorizzerebbe a collocale l’insospettabile Engels nell’elenco degli autori “politicamente scorretti”, per non dire, al pari più o meno di Kipling, sostenitori o ideologi del colonialismo?
E allora, cosa sarebbe corretto ed inevitabile fare, in nome del “politicamente corretto”? Mettere al bando le opere di Engels, insieme con quelle di Kipling?
I suggerimenti, ovviamente, vanno inoltrati agli studenti di Manchester, magari attraverso i loro epigoni e corrispondenti italioti…


Luca Ariano