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Centri sì, ma parrocchiali

Che i Centri Sociali (CS) siano degli oratori laici, non dovrebbe essere una verità particolarmente sconvolgente, soprattutto per i nostri lettori più affezionati.
Nella multiforme e variegata costellazione del Catto-comunismo, infatti, i CS occupano una posizione di assoluto rilievo, per quanto politicamente secondaria, se si tien conto della loro completa subalternità ai partiti e partitini della (falsa) Sinistra, vecchia (PD) e nuova (Rifondazione e, ultimo arrivato in ordine di tempo, Potere al popolo).
Non stupisce più di tanto, di conseguenza, che un Centro Sociale bolognese accolga “ecumenicamente”, a braccia e a bottiglie di birra aperte, un alto rappresentante di quella Chiesa cattolica che, di francescano, ha soltanto il nome dell’attuale presidente del consiglio di amministrazione.
Lo “scandalo” è successo a Bologna, cioè in quell’Emilia nota soprattutto per i romanzi di Guareschi che hanno per protagonisti don Camillo ed il sindaco comunista Peppone, i precursori del “compromesso storico” e del Catto-comunismo, due ibridi frutto di una relazione un tempo contro-natura ma oggi, nell’epoca degli Organismi geneticamente modificati, assolutamente tollerata.
E’ a Bologna, infatti, che, lo scorso 16 aprile, Matteo Zuppi, non un prelato qualsiasi ma un fedelissimo di Francesco I, l’argentino collaborazionista del regime militare guidato dal boia Videla, ha varcato la soglia del TPO (Teatro Polivalente Occupato), lo storico centro sociale del capoluogo emiliano. E lo ha fatto per presentare un libro edito dal quotidiano “comunista” (sic!) Il Manifesto che contiene tre discorsi dell’attuale pontefice tenuti nel corso di incontri con movimenti popolari svoltisi rispettivamente a Roma nel 2014 e nel 2016 e a Bahia nel 2015 (cfr. il Corriere di Bologna del 15 aprile). “Sono discorsi interessanti. Ci accumuna l’accento sulla solidarietà, sul protagonismo dei movimenti popolari. Il papa parla di poveri e di lotta”, ha commentato tale Domenico Mucignati, “una delle anime del TPO” “l’anima ribelle e radicale della città, passata (per la verità al pari del Leoncavallo meneghino e di altri oratori laici della costellazione leoncavallina, ndr) dalle occupazioni alla convenzione con il Comune”, in realtà un seminarista laico che, allo stesso modo degli altri suoi compagni di merende catto-comunisti, si ostina a confondere i “poveri” con il proletariato rivoluzionario, convinto che i primi siano, a differenza del secondo, un prodotto tipico e caratteristico del modo di produzione capitalistico.
A celebrare le nozze oscene, una delle fondatrici de Il Manifesto, la fabbrica per eccellenza del catto-comunismo più idiota e reazionario. Luciana Castellina, che, tanto per non smentirsi e per confermare il voto di suora laica, “sta preparando una summer school in Grecia fra cristiani e marxisti”. La Castellina, infatti, come scrive La Repubblica del 17 aprile, a pag.24, “apprezza di Bergoglio la richiesta di soggettività: non più una politica sociale per i poveri, ma dei poveri” (sic!).
In definitiva, il più materialista, se non altro nel senso di realista, si è dimostrato don Matteo Zuppi: a lui si deve infatti la considerazione che “non diventiamo uguali, non smetto di essere vescovo” (cfr. La Repubblica, cit.)
Il prete, infatti, non ha smesso di essere prete: sono i “compagni dei Centri Sociali” che hanno smesso di essere compagni.
Ammesso, e non concesso, che lo siano mai stati…

Eugenio Colombo