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Dal Web a Il Buio

Rubrica periodica

I falsi “misteri” del sequestro Moro
di Davide Steccanella *

In questi giorni siamo stati inondati di una marea di ricostruzioni “dietrologiche” del sequestro Moro finalizzate a ribadire a tutti i costi che “dietro” (o a lato o sotto, poco importa) alle Brigate rosse ci sarebbe stato necessariamente qualcun altro che, grazie alla complicità omertosa dei tanti brigatisti processati e condannati, l’avrebbe fatta franca.
Ovviamente, non potendo neppure l’ennesima Commissione (sic!) dare un nome a quel “qualcun altro”, si punta come sempre sugli asseriti “misteri” che inquinerebbero la ricostruzione fatta ai tempi da chi quel delitto ebbe invece effettivamente a commetterlo.
E questo nonostante siano stati pubblicati in questi anni numerosi libri che hanno puntualmente smentito, fino al più minuscolo dettaglio, la ridda del falsi misteri che tuttora vengono fatti passare per verità acquisite (vd. gli scritti di Satta, Armeni, Clementi, Persichetti ecc), ma non importa. L’ondata italica della dietrologia è talmente forte, come ben si sa, da spazzare tutto quel che trova d’ostacolo sul proprio cammino.
Molto in breve, e rimandando per l’approfondimento ai testi sopra citati, vediamo quali sarebbero, secondo la vulgata, i principali misteri, e perché sono dei giganteschi “falsi”.
1) La scelta del giorno 16 marzo sarebbe stata imposta dai nemici del compromesso storico perché quel giorno era previsto il voto di fiducia al monocolore Andreotti. Prima balla. Il sequestro di un alto esponente DC (individuato inizialmente nella terna Andreotti, Fanfani e Moro) era stato progettato da anni, tanto che ai primi pedinamenti romani partecipò anche Franceschini arrestato l’8 settembre 1974, come ci racconta lui stesso nel libro Mara Renato ed io, prima di trasformarsi nel più accanito dietrologo. Una volta individuato Moro per ragioni logistiche, era l’unico dei tre che non abitava in centro, il sequestro fu pianificato per processare lo Stato in risposta al processo al nucleo storico delle Brigate rosse che il 9 marzo era ripreso a Torino. E’ ulteriore balla che Moro avesse chiesto l’auto blindata perché temeva attentati da chi non voleva il compromesso storico ipotizzato da Berlinguer (ancora nel 1973 con i due articoli su Rinascita all’indomani del golpe cileno), perché Moro non voleva affatto “governare insieme al PCI”, ma voleva “sdoganarlo” come partito dell’arco democratico vista la situazione particolare delle piazze italiane nel 1977.
2) In Via Fani ci sarebbero stati anche altri soggetti non identificati oltre ai dieci brigatisti processati e condannati, visto che qualcuno da una moto sparò al parabrezza del teste Marini. Seconda balla. Il libro di Armeni, Questi fantasmi, smentisce con l’ausilio di foto e documenti d’archivio la testimonianza (falsa) di Marini, dimostrando che il suo parabrezza era già stato danneggiato prima di quel 16 marzo. Non occorrevano peraltro tiratori speciali, nè particolari esperti d’addestramento militare, per colpire a brevissima distanza delle persone intrappolate in un’auto e in ogni caso l’intera azione del 16 marzo, copiata da quella di qualche mese prima delle RAF tedesche per il sequestro Schleyler, è stata recentemente riprodotta e simulata su incarico dell’ultima Commissione, con tanto di mezzi laser, e ha confermato la validità della ricostruzione dei brigatisti.
3) Il luogo ove Moro fu tenuto prigioniero non sarebbe stato quello di Via Montalcini. Terza balla. Il tragitto da via Fani con l’ostaggio, puntualmente ricostruito con le due tappe intermedie per consentire i due cambi di auto e il trasferimento in una cassa di legno, e riscontrato in ogni minimo dettaglio dagli inquirenti, conduceva esattamente in quella zona, dove solo Moretti e Gallinari, tra i 10 brigatisti presenti in via Fani, conoscevano l’ubicazione dell’appartamento. L’appartamento infatti fu individuato dagli inquirenti solo 4 anni dopo grazie al pentimento di Savasta (neppure il grande pentito Peci sapeva dove fosse), il quale, arrestato in occasione della liberazione del generale Dozier, anche se pure lui non conosceva l’indirizzo, riferì che Moro era stato tenuto in una casa acquistata l’anno prima da Laura Braghetti (arrestata nel 1980), e così fu possibile risalire all’atto del 1977. Giunti in quell’appartamento, gli inquirenti rinvennero le tracce dell’intercapedine interna in cui fu ricavata la cella di Moro e che era stata smantellata 4 anni prima al termine del sequestro.
4) L’appartamento romano di Via Gradoli, dove durante il sequestro soggiornavano Moretti e Balzerani, era stato indicato ai carabinieri da Prodi ma i carabinieri furono mandati in un paese del viterbese. Quarta balla. L’appunto consegnato da Prodi, evidente frutto di una “soffiata” dato che la seduta spiritica era una scemenza, riportava effettivamente la parola Gradoli ma aggiunta alle parole Viterbo e Cascina indicata su un punto della strada nazionale che porta al paese di Gradoli, quindi è del tutto logico che si sia andati a cercare Moro lì, e non in una via di Roma.
5) Sempre l’appartamento di Via Gradoli, che fu la prima base romana affittata ancora nel 1975 dalle BR, fu fatto scoprire ad aprile dai brigatisti perché era stata lasciata a bella posta una doccia aperta della vasca su un manico di scopa appoggiato alla fessura del muro del bagno. Quinta balla, come chiunque può leggere sul rapporto redatto dai vigli del fuoco che ai tempi ebbero a fare l’intervento per la perdita d’acqua segnalata dalla vicina e come ha recentemente confermato uno di loro al giornalista Purgatori nel recente documentario di La 7, e peraltro quell’appartamento aveva già manifestato difetti segnalati tempo addietro all’amministratore. I brigatisti vennero a sapere della scoperta solo perché il TG mandò in onda il servizio e quindi evitarono di farvi ritorno. In ogni caso Moro non era mai stato in via Gradoli, e quindi anche il fatto, emerso al processo, secondo cui pochi giorni dopo il sequestro i carabinieri avrebbero controllato quello stabile senza abbattere la porta dell’appartamento dopo avere vanamente suonato il campanello, non avrebbe comunque consentito la liberazione dell’ostaggio.
6) Il falso comunicato numero 7, che secondo alcuni sarebbe stata la prova generale da parte dello Stato per verificare l’impatto sull’opinione pubblica in caso di uccisione di Moro e che indusse le ricerche sul lago ghiacciato della duchessa, fu fatto con diversa macchina da scrivere rispetto a quella usata dalle BR da un noto falsario romano, che non aveva nulla a che vedere con le Brigate rosse.
7) Il rinvenimento il 9 maggio della Renault rossa in via Caetani sarebbe avvenuto prima dell’orario ufficiale. Ennesima balla perché l’artificiere che a distanza di anni ha raccontato questa storia, Vitantonio Raso, è stato incriminato nel 2014 per calunnia dalla Procura di Roma, stesso reato per il quale l’anno prima era stato incriminato l’ex brigadiere GDF Giovanni Ladu per altro depistaggio.
8) Il mancato rinvenimento del 1978 nella base milanese di via Monte Nevoso di materiale riguardante il sequestro Moro, emerso nel 1990 dietro un calorifero, è dipeso dal fatto che i carabinieri non aprirono quel portello celato e del resto che mancasse qualcosa all’appello era stato segnalato dagli stessi brigatisti ad un processo, quando Maria Brioschi disse che in quella base c’era anche parecchio denaro (che qualcuno evidentemente si intascò).
9) La mancata indicazione iniziale agli inquirenti del terzo uomo di via Montalcini dipese dalla scelta, da parte di chi era già stato arrestato di preservare dalla galera Germano Maccari che fino al 1993 non era stato individuato come il possibile autore di quella firma di tale ing. Altobelli che compariva sul contratto di luce e gas. Ritenere che la mancata indicazione di un compagno dimostri che si sia voluta celare anche la partecipazione di apparati deviati dello stato è follia.
Va infine segnalato che:
- tutti i brigatisti hanno sempre escluso qualsiasi interferenza esterna, ivi compresi quelli che in seguito hanno deciso di dissociarsi, eccezion fatta che per Franceschini, ai tempi del sequestro Moro in galera da 4 anni, e che per sua stessa ammissione apprese la notizia del carcere di Torino.
- ancora oggi, dopo quasi 40 anni, l’organizzatore “manovrato” di quel sequestro, Mario Moretti, rientra tutte le sere nel carcere di Opera. Sarebbe questa la ricompensa per avere coperto i “poteri forti” ?
- il fatto che “dietro” gli esecutori di quel sequestro non ci fossero misteriosi poteri occulti lo scrisse chiaramente e subito lo stesso Aldo Moro a Cossiga: “Mi trovo sotto un dominio pieno e incontrollato”.
Detto questo, sono assolutamente certo che chi ancora dopo 40 anni non si rassegna all’assenza di gialli e complotti sarà del tutto disinteressato anche a leggere quel che ho scritto, ma mi pareva comunque giusto farlo.

* da Facebook.

L’immagine che accompagna l’intervento dell’avvocato Davide Steccanella è redazionale.