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Protofemminismo?

La storia delle donne del Terzo Reich, soprannominate le “Furie di Hitler”, è stata spesso trascurata, quando non addirittura taciuta.
Eppure,  le donne-soldato che uccisero a sangue freddo i prigionieri ebrei o i ‘nemici’ (comunisti, partigiani, zingari…) del Reich sono esistite, piaccia o non piaccia alle “femministe” dei giorni nostri, in particolare a quelle “di Sinistra”. Sono esistite ed erano numerose, particolarmente sadiche e assolutamente spietate.
Le “Furie di Hitler” non erano casi isolati di sociopatiche marginali. Erano invece donne che credevano ciecamente in quello che facevano.
Concentrate nei lager, soprattutto ad Oriente, le naziste tedesche esercitavano un abuso di potere uccidendo chi veniva considerato, per motivi politici, razziali od ideologici, la “feccia della società”. Lasciavano la loro routine quotidiana e si riversavano nei campi di concentramento; arrivavano al vertice di potere nel grande apparato di distruzione nazista; erano protagoniste assolute sulle scene del crimine e avevano ricevuto la ‘licenza’ di uccidere. In nome del Reich e di Hitler. Le ‘Furie di Hitler’ erano amministratrici zelanti, ladre, torturatrici e assassine. Lavoravano per il Fuhrer negli ospedali vicini al fronte, nelle stazioni per rifornire con viveri e munizioni i soldati tedeschi. L’esercito di Hitler e dei suoi sicari addestrò oltre cinquecentomila giovani donne per farle  diventare operatrici radio, segretarie specializzate in intercettazione telefoniche e custodi di files segreti. A loro toccava anche registrare, controllare e distribuirei materiali di consumo necessari per mantenere la macchina da guerra hitleriana.
Oltre duecento mila donne furono spedite nei Paesi dell’Est annessi al Reich. Qui creavano organizzazioni per promuovere il partito nazista, diventavano “esaminatrici razziali”, “consulenti per il reinserimento”, educatrici ed insegnanti di tedesco.
Mentre l’esercito nazista costruiva l’Impero, queste donne erano incaricate di assicurare il processo di “civilizzazione” tedesco .
Emblematica è la storia della ventiduenne Johanna Altvater, che, dal 1942 all’autunno del 1943, era stata inviata in una città al confine ucraino-polacco chiamata Volodymyr-Volynsky, un importante punto tattico per i rifornimenti di guerra. Qui, nel giro di nemmeno due anni, la popolazione ebraica fu ridotta da ventimila a poco più di quattrocento persone. Johanna vi partecipò attivamente. In una testimonianza si può leggere:  “Una volta nel ghetto fece cenno a un bambino di avvicinarsi. Aveva sei anni e viveva vicino al muro costruito nel ghetto. Il bambino si avvicinò. Lei lo afferrò così forte che il piccolo iniziò a urlare e dimenarsi. Altvater prese allora il bambino per le gambe, a testa in giù, e iniziò a sbatterlo contro il muro del ghetto, così come si sbatte un tappeto impolverato dalla finestra. Poi gettò il corpo del bambino morto ai piedi del padre, che in seguito testimoniò: ‘Non ho mai visto un tale sadismo in una donna’.”
Un caso, fra i tanti altri di quel periodo storico, di proto-femminismo, vale a dire di femministe quando ancora l’ideologia femminista era ancora di là da venire?

Dora Tosta