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Automazione, robotizzazione, verso la quarta rivoluzione industriale?

Riceviamo e pubblichiamo

Non dimentichiamo che oggi, più di ieri, o si lotta per abbattere il potere della borghesia, contro la società capitalista e per il socialismo o si va incontro alla sconfitta totale e alla barbarie.
Michele Michelino (*)

Oggi sempre più spesso si parla di quarta rivoluzione industriale fantasticando un mondo dove il lavoro salariato è sostituito dai robot. Su questo tema si stanno sprecando fiumi d’inchiostro. Gli apologeti del capitalismo prospettano nuovi mirabolanti scenari.
Alcuni pensano che sia arrivato il momento in cui le macchine faranno tutta la produzione e l’umanità non avrà più necessita di lavorare ma sarà mantenuta dai profitti generati dalle macchine. Questo, naturalmente, è un sogno che non tiene conto che è dallo sfruttamento del lavoro salariato che sono generati i profitti che intascano i capitalisti.

In realtà il capitale ha una continua necessità di ristrutturarsi usando le nuove scoperte della scienza e della tecnica, asservite al capitale per intensificare sempre più lo sfruttamento della forza lavoro. Generalmente le cosiddette rivoluzioni industriali sono state fatte corrispondere alle scoperte scientifiche e tecniche applicate al processo produttivo. L’aumento della produttività in una società divisa in classi in cui il potere è nelle mani dei borghesi si realizza sullo sfruttamento operaio.

All’inizio del XIX secolo, agli albori della nascita del capitalismo, contro l’introduzione delle macchine si sviluppò in Inghilterra un forte movimento popolare degli operai e lavoratori a domicilio che, impoveriti dallo sviluppo industriale, decisero di colpire macchine e impianti. Questo movimento popolare di lavoratori, ancora privi di una coscienza di classe, vedeva le macchine come nemici che “toglievano” il lavoro e prese il nome da Ned Ludd che, nel 1779, spezzò un telaio in segno di protesta.
Questo movimento di massa di lavoratori ribelli fu duramente represso e nel 1813, in un processo a York, molti furono condannati all’impiccagione e deportati.

Con lo sviluppo della tecnica e della scienza al servizio dei capitalisti, la ricchezza dei borghesi aumentava a discapito dei salari, dell’occupazione e della condizione operaia.

Queste prime ribellioni di una primordiale e nascente classe operaia contro una certa tecnologia e un “progresso” che li costringeva alla fame e alla miseria negli anni seguenti – con lo sviluppo dell’industria e del capitalismo e del sistema di fabbrica sulla società – diventarono obiettivi dei nascenti sindacati operai: gli orari di lavoro, il minimo salariale, le condizioni del lavoro minorile e delle donne, le condizioni di salute.

La condizione operaia nella fabbrica capitalista che aveva come obiettivo la ricerca del massimo profitto e lo sfruttamento della forza-lavoro fin dalla sua origine aveva grandi conseguenze sulla salute.
I licenziamenti degli ex lavoratori a domicilio a causa dell’introduzione delle macchine e del sistema di fabbrica provocarono suicidi, alcolismo, prostituzione e criminalità.

Finora le rivoluzioni industriali del mondo occidentale sono state tre:

La prima nel 1784 con la nascita della macchina a vapore, con l’uso e lo sfruttamento della potenza di acqua e vapore per meccanizzare la produzione sostituendo attraverso le macchine il lavoro artigianale.

La seconda nel 1870 con il via alla produzione di massa attraverso l’uso sempre più diffuso dell’elettricità, l’avvento del motore a scoppio e l’aumento dell’utilizzo del petrolio come nuova fonte energetica, che portò le popolazioni rurali a emigrare nelle città e a lavorare nelle fabbriche.

La terza nel 1970 con la nascita dell’informatica e della rete, dalla quale è scaturita l’era digitale destinata a incrementare i livelli di automazione avvalendosi di sistemi elettronici e dell’IT (Information Technology) che ha cambiato nuovamente le forme di produzione.
Il lavoro del segretario, del compositore tipografo nei giornali, del contabile, dell’archivista e altre centinaia di professioni sono diventate obsolete e in parte già sparite.

Oggi è iniziata la quarta, con la nuova ondata di automazione che gli economisti chiamano Quarta Rivoluzione Industriale.

L’argomento è stato al centro del World Economic Forum 2016, tenutosi dal 20 al 24 gennaio a Davos (Svizzera), intitolato appunto “Mastering the Fourth Industrial Revolution”.

Quali gli effetti della quarta rivoluzione industriale sul mercato del lavoro?

Questa nuova ristrutturazione del capitale porterà altri pesanti cambiamenti. Esperti e osservatori stanno cercando di immaginare come cambierà il lavoro, quali nuove professionalità saranno necessarie e quali invece presto potrebbero scomparire.
Dalla ricerca “The Future of the Jobs” presentata al World Economic Forum è emerso che, nei prossimi anni, fattori tecnologici e demografici influenzeranno profondamente l’evoluzione del lavoro. La tecnologia del cloud (che consente di utilizzare qualsiasi tipo di documento senza aver bisogno di chiavette Usb, hard disk e archivi digitali), e la flessibilizzazione del lavoro, influenzano già ora le dinamiche del mondo del lavoro e lo faranno ancora di più nei prossimi 2-3 anni. L’effetto sarà la creazione di 2 nuovi milioni di posti di lavoro, ma contemporaneamente ne spariranno 7, con un saldo netto negativo di oltre 5 milioni di posti di lavoro.

L’industria petrolifera USA stima che entro tre anni ridurrà il personale richiesto in ogni pozzo da 20 lavoratori a 5.
I piccoli Hotels fra tre anni avranno una reception completamente automatica. Basterà passare la propria carta di credito e si riceverà una chiave della camera. In caso di bisogno basterà chiamare un ufficio centrale dove un incaricato risponderà alle domande svolgendo le funzioni che facevano prima gli impiegati alla reception eliminando questi posti di lavoro.
L’Ufficio Nazionale di Ricerche Economiche ha scoperto che, per ogni robot introdotto nella produzione, vengono eliminati 6 posti di lavoro. Dopo l’industria automobilistica, il settore più avanzato, in questo processo è quello farmaceutico e medico.

Nel maggio 2016 il rapporto sui dividendi digitali della Banca Mondiale calcolava che la sostituzione con robot di lavoratori poco qualificati nei paesi in via di sviluppo coprirebbe due terzi del lavoro. La Cina sarà il maggior utente di robot

In Europa, secondo questi studi, l’Italia – più arretrata tecnologicamente esce con un danno minore rispetto ad altri  Paesi quali Francia e Germania.
A livello di gruppi professionali, le perdite si concentreranno nelle aree amministrative e della produzione: rispettivamente 4,8 e 1,6 milioni di posti distrutti.

Già oggi in diversi settori, ad esempio nelle banche, si riduce massicciamente il personale, le operazioni le fanno i clienti; in posta e nei supermercati si riducono le cassiere e i clienti pagano il “salvatempo” e con lo smartphone, come anche i trasferimenti di denaro ecc.
Tuttavia, a fianco delle “innovazioni”, continuano a rimanere le vecchie forme di sfruttamento, come le raccolte dei pomodori, degli ortaggi, dell’uva e stanno ritornando alcune vecchie forme di lavoro a domicilio.

In un paese che promuove il tele-lavoro e che ha delocalizzato all’estero le maggiori industrie private italiane (vedi Fiat, Montedison, Pirelli, Olivetti) e smantellato o privatizzato quelle pubbliche (l’IRI, le banche, l’Eni, l’Enel, Finmeccanica, Telecom, Poste, Alitalia, Ferrovie, al punto che oggi l’unica pubblica rimane la Cassa depositi e prestiti), le maggiori imprese europee (in particolare di Germania e Francia, ma anche statunitensi, indiane e cinesi) comprano aziende che poi chiudono, tenendosi i brevetti.

Davanti a questo scenario molti chiedono di rivedere i trattati europei, di rinunciare al pareggio di bilancio imposto dall’Europa che impedisce o limita gli investimenti pubblici, chiedono una riduzione degli orari di lavoro, vanamente perché il capitale ha necessità di realizzare dai lavoratori il massimo di flessibilità, con il peggioramento delle condizioni di lavoro, e leggi contro i lavoratori come il jobs act, passato in Italia senza alcuna seria opposizione sindacale.

In mancanza di un partito che rappresenti gli interessi degli operai, di lotte che contrastino questo processo mettendo in discussione il modo di produzione capitalista e il sistema imperialista, gli operai non possono che subire.
In questo quadro si inseriscono le varie proposte dei partiti, dal “reddito di cittadinanza” dei M5 stelle al “reddito di dignità” di Berlusconi al “reddito di Inclusione” di Renzi-Gentiloni, tutte misure proposte come “contrasto alla povertà”, quest’ultima già in vigore dal 1° gennaio 2018, come mancia per assicurare un piatto di minestra a chi non può mangiare nel tentativo di ritardare l’inevitabile esplosione sociale.

Ruolo del sindacato

Le varie proposte sindacali in questa situazione sono solo all’insegna della subalternità totale al capitale.
Con la prima rivoluzione industriale e l’affermarsi del metodo di produzione capitalista nascono la classe operaia e i sindacati che contrattarono le condizioni di sfruttamento ponendo degli argini. Poi con la nascita dei partiti operai, socialisti e comunisti, si misero prima in discussione la proprietà privata dei mezzi di produzione e lo stato borghese.
Con la Comune di Parigi del 26 marzo 1871 e la Rivoluzione Proletaria in Russia nel 1917, i Soviet degli operai, contadini e soldati espropriando i capitalisti e la proprietà privata dei mezzi di produzione, usarono la tecnologia e le macchine al servizio della società anticapitalista.

Necessità del partito

Lottare per difendere le condizioni di lavoro attuali, resistere per difendere il posto di lavoro e il salario, è indispensabile. Tuttavia non possiamo dimenticare che, oggi più di ieri, o si lotta per abbattere il potere della borghesia, contro la società capitalista e per il socialismo (nel qual caso si possono anche ottenere dei risultati parziali che migliorino temporaneamente le condizioni dei proletari) o si va incontro alla sconfitta totale e alla barbarie.
Spesso anche i compagni che si battono per il sindacato di classe dimenticano che anche un sindacato di classe non può fare altro che contrattare al meglio la condizione operaia, mettere un argine o limitare lo sfruttamento. Il sindacato svolge un compito importante nella lotta contro gli effetti del sistema capitalista, una scuola di guerra di classe, ma non può eliminare le cause dello sfruttamento.

Oggi serve un partito operaio comunista internazionale che lotti contro gli sfruttatori e quelli che si accontentano delle loro briciole, contro tutti quelli che parlano di pace sociale, amore fra le classi, a favore dei più poveri mentre giustificano ogni giorno lo schiavismo predicando la conciliazione fra oppressi e oppressori.

La storia dimostra che il potere operaio non si conquista sulla base del consenso elettorale, perché esso è la negazione della democrazia borghese.

(*) Dal periodico comunista di politica e cultura nuova unità n. 2/2018