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Operai, intellettuali e socialismo

Riceviamo e pubblichiamo

Liberarci dei lacci e lacciuoli che tengono imbrigliata la classe operaia e i proletari e li legano ai loro sfruttatori è oggi indispensabile

Michele Michelino (*)

Le ultime tornate elettorali hanno evidenziato il grande distacco esistente fra la classe operaia e i partiti che dicono di rappresentarla, a cominciare da chi si dichiara “comunista” nella forma, ma è riformista nella sostanza.

Non c’è né da meravigliarsi né da scandalizzarsi. I più grandi tradimenti degli interessi proletari sono stati attuati proprio da chi diceva di rappresentarne gli interessi.
Le guerre, le varie “riforme del lavoro” che hanno peggiorato le condizioni di vita e di lavoro di operai e proletari, sono state compiute proprio dai governi “amici”, dimostrando agli operai e ai proletari che di amici, nel palazzo, non ne hanno.
Coperti dal simbolo della falce e martello, i cosiddetti “comunisti” – con la loro partecipazione ai governi che hanno sostenuto gli interessi dell’imperialismo e dei grandi industriali, delle banche, ecc. – si sono guadagnati invece il loro posto al sole

E ora i gruppi dirigenti di queste organizzazioni – composte di riciclati da vecchi partiti “comunisti”, che nella pratica sono stati le mosche cocchiere dell’imperialismo – davanti ai fallimenti e alla perdita di una poltrona “conquistata” attraverso il voto operaio e popolare, incolpano del loro fallimento gli operai e parlano di “arretratezza” della classe operaia che vota Lega o Cinque stelle.

Anni di riformismo, di socialdemocrazia, di legalitarismo e di difesa della “democrazia” borghese hanno rovinato anche molti sinceri compagni. La presunzione li porta a incolpare delle sconfitte sempre gli altri. Invece di cercare di capire le ragioni della sconfitta analizzandone gli errori, incolpano la classe operaia ritenendo che, senza di loro, questa non è in grado di sviluppare una propria, autonoma, visione del mondo, nascondendo a se stessi il fatto che sono stati proprio loro a propagandare nel proletariato le idee del nemico, l’ideologia “democratico-borghese” a sostegno degli interessi della classe dominante.

I risultati di oggi sono frutto della politica del passato.
L’offensiva del capitale è partita da lontano, inglobando nel sistema e nel governo prima il PCI e i sindacati confederali CGIL – CISL –UIL – UGL e, poi, anche Rifondazione Comunista.
Il sistema capitalista, l’imperialismo, con l’aiuto dei suoi agenti nel movimento operaio, prima ha cercato di cancellare la memoria storica comunista, il concetto di classe, di capitale e di sfruttamento, di conflitto, di lotta di classe che sono alla base della società su cui si fondano le sue istituzioni.
In seguito, gli ex comunisti, convertiti al mercato capitalista, sono diventati ministri nei governi borghesi. Sfruttando il loro passato “sovversivo”hanno ottenuto posti di comando nei vari gangli della società borghese, nei partiti e nei sindacati. Hanno deriso e criminalizzato il potere operaio, la dittatura del proletariato, il socialismo, cioè il sistema sociale che considera la proprietà privata dei mezzi di produzione e lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo un crimine contro l’umanità.
Infine – dopo esserne diventati sostenitori e aver inneggiato alla democrazia borghese e al capitalismo come al “migliore dei mondi possibili” – hanno cambiato anche il contenitore, togliendo l’aggettivo “comunista” che non serviva più.

Il soggetto rivoluzionario – la classe operaia, gli operai coscienti – non possono fare passi avanti sulla teoria e la pratica dell’organizzazione indipendente, sulla costruzione o sulla rifondazione di un loro partito se non si liberano della zavorra rappresentata dai dirigenti compromessi o sostenitori del sistema del lavoro salariato.

Liberarci dei lacci e laccioli che tengono imbrigliata la classe operaia e proletaria e la legano ai loro sfruttatori è oggi indispensabile. La divisione del lavoro, la concorrenza fra proletari genera ogni giorno sempre più divisione nella classe e nelle sue avanguardie.

E, a differenza del passato, gli operai comunisti, i rivoluzionari, non hanno più bisogno  di delegare la costruzione del loro partito agli intellettuali, anche se questi possono servire alla causa se diretti dalla classe operaia.
Scriveva già Gramsci nel lontano 1926, criticando le tesi di Bordiga sul partito e sul ruolo preminente degli intellettuali: “La nostra posizione deriva da ciò che noi riteniamo si debba porre nel massimo rilievo, il fatto che il partito è unito alla classe non solo da legami ideologici ma anche da legami di carattere fisico …”
La teoria e la pratica della lotta di classe hanno evidenziato che le avanguardie operaie, gli operai entrano nel partito – tesi leninista, tra l’altro – non solo semplicemente come operai ribelli, ma come operai comunisti, come “uomini politici”, come teorici del socialismo.

Come proletari non abbiamo quindi scorciatoie da seguire per costruire il nostro partito.

Confrontarci fra avanguardie, riconoscerci come appartenenti alla stessa classe sociale sfruttata, lottare e lavorare uniti nello scontro di classe contro il capitale per la ricomposizione della sua avanguardia costruendo ambiti e momenti d’incontro teorici – politici, è oggi il compito che possono compiere principalmente solo gli operai coscienti, costretti a diventare – nel fuoco della lotta di classe – anche teorici del socialismo.

(*) Articolo pubblicato sulla rivista comunista di politica e cultura “nuova unità”