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Rubrica periodica

Br e Moro. Rispettate la storia, zittite i “dietrologi”
di Redazione Contropiano


Abbiamo scritto molte volte che – tra le tante ragioni che tengono in piedi da 40 anni la “misteriologia” sul sequestro di Aldo Moro – una delle più importanti è il business. Si possono pubblicare libri (ma ci si guadagna poco), montare trasmissioni televisive (magari prendendo pezzi di documentari circolanti in Francia), vendere copie di giornali sempre meno appetibili, foraggiare maggiordomi dell’informazione à la carte nominandoli “consulenti delle commissioni parlamentari di inchiesta” (mai arrivate a nessuna conclusione).
E’ una scelta fondamentalmente commerciale (per chi campa di queste cose), che risponde anche ad una esigenza politica eterna: convincere la popolazione che una ribellione è impossibile. Se ci sono stati dei fenomeni che incarnavano fisicamente e duramente la ribellione all’ordine costituito, questi vanno “narrati” inserendoli in contesti ambigui, inconoscibili, di fatto immodificabili (quanto più materiale viene prodotto, meno si deve poter arrivare a una conclusione attendibile).
La letteratura dietrologica riciclata in questi giorni è di fatto infinita, quindi impossibile da decostruire nella sua falsità. Ci vorrebbero anni e un esercito di archivisti attenti, a conoscenza dei fatti, osservatori obbiettivi come entomologi. E in ogni caso la schiera dei dietrologi di professione tirerebbe fuori una frase oscura, un’immagine sgranata, un dubbio che non ammette risposta, in modo da poter ricominciare da capo con l’identico copione.
Abbiamo scelto perciò un solo esempio, che vale come format per tutta la produzione di questi giorni: Ezio Mauro, ex direttore di Repubblica, che per la Rai ha curato una docu-fiction (non proprio un documentario, non proprio una telenovela, insomma un pasticcio) intitolata “Il condannato – Cronaca di un sequestro”. Il trailer l’avete visto tutti, e sembra quasi la presentazione di una puntata di “storie maledette”.
La tesi, o il filo “narrativo” è dichiarato fin dall’inizio: tutto era già deciso prima ancora del sequestro.
Anche un novelliere di scarso talento si porrebbe la domanda: ha senso sequestrare un personaggio di quella importanza, tenerlo prigioniero per quasi due mesi, correre rischi potenzialmente mortali ogni minuto nel corso di quel periodo, avendo già deciso quale sarà la conclusione?
Un sequestro politico è un’operazione militare complessa, molto più complessa e rischiosa di un’azione puntuale. Cambiano radicalmente la durata, il numero delle variabili da tenere sotto controllo, gli imprevisti neppure immaginabili, il logorio delle forze messe in campo…
Insomma, un piccolo gruppo guerrigliero (la terminologia attuale non contempla più questa parola che ha segnato il dopoguerra fino alla caduta del Muro), se ha deciso di colpire un personaggio politico, non ha che da farlo. Nel modo più semplice e rapido possibile.
Non è una “tesi ad hoc”, ma una regola rintracciabile in ogni storia di guerriglia (urbana e non), nell’esperienza dei Gap di città nella Resistenza, addirittura scritta nei manuali o nei “diari” dei protagonisti.
Troppo semplice, si dicono i dietrologi. In fondo tenere alta la tensione per 55 giorni è molto più “disarticolante”, apre più contraddizioni, ecc… Tutto vero, ma proprio queste considerazioni costringono – o costringerebbero un narratore intellettualmente onesto – a spostare l’analisi sul piano politico. Ossia: qual era l’obiettivo politico di chi ha sequestrato Moro?
Se c’è un obiettivo politico – costringere il potere a una trattativa (lo scambio di prigionieri come implicito “riconoscimento” della controparte come soggetto politico) – allora è evidente che nessuna conclusione poteva essere “già decisa”. La conclusione, in altri termini, sarebbe stata il risultato di una partita complessa, complicata, tortuosa e rischiosa per tutte le parti in conflitto. Una dinamica da tragedia, non da sceneggiato.
Il “buon” Mauro fissa invece l’attenzione sul termine “condannato”, indirizzando l’ignaro spettatore verso la sensazione che “tutto fosse già deciso”.
E dire che neanche i pentiti o dissociati che fa parlare avallano questa idea. E dire che ogni dettaglio di quei 55 giorni è stato descritto, narrato, motivato da ognuno dei protagonisti. Indipendentemente dal ruolo poi assunto (pentiti, dissociati, irriducibili).
Potremmo andare avanti a lungo, ma ci sembra inutile.
(…)
Dal sito Contropiano.org, 16 marzo 2018