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Una pace disarmata

“Il 9 febbraio il partito Fuerza Alternativa Revolucionaria del Comùn (FARC), nato dalla disciolta organizzazione guerrigliera, ha annunciato che sospenderà la campagna elettorale per le elezioni presidenziali di maggio fino a quando non sarà garantita la sicurezza dei suoi candidati. (…) Gli attacchi alle FARC dimostrano che la riconciliazione sociale non c’è ancora”.
Internazionale del 16 febbraio, pag.25
In realtà, secondo un rapporto di Indepaz, (Istituto de estudios para el desarrollo y la paz) nei 45 giorni successivi al 2018, sono stati uccisi 32 leader e difensori dei diritti umani, oltre a 10 ex combattenti delle FARC.
Questo un rapido aggiornamento sugli sviluppi della situazione in Colombia.
Che non è soltanto la patria dei narcos, della Contra e dei reazionari foraggiati, diretti e protetti dai gringos, ma anche e soprattutto il Paese degli eroici guerriglieri delle organizzazioni combattenti da decenni in lotta contro l’imperialismo ed i suoi servi fascistoidi.
Un aggiornamento che comunque ripropone un problema a tutt’oggi irrisolto: se, per tante ragioni (rapporto di forze militare, rapporti di forze internazionali, maturità della lotta di classe nazionale…), non è possibile conquistare il potere in tempi ravvicinati e, soprattutto, politicamente ed organizzativamente gestibili, è moralmente e storicamente lecito e dunque giustificato ed opportuno, deporre le armi, siglare un accordo di pacificazione con il Nemico che sarà sicuramente svantaggioso e barattare di fatto l’obiettivo della presa rivoluzionaria dello Stato con quello di una sua gestione “diversa”, dunque di una sua cogestione?

Matteo Sepulveda&Dora Tosta