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Il Che italiano

Meglio morire combattendo per la libertà che essere prigioniero per tutti i giorni della tua vita.
Bob Marley

Per la retorica fascistoide, quello italiano è un popolo di poeti, di santi e di navigatori. Per la Storia, più realisticamente, di mafiosi, di ladri e di opportunisti.
Per altri ancora, pochi a dire il vero (e, verrebbe da aggiungere, fortunatamente), il popolo italiano è anche un popolo di Rivoluzionari.
Oggi ne ricordiamo uno, sconosciuto o quasi ai più,  non per nulla e non a caso.
Alludiamo a Libero Giancarlo Castiglia, per i suoi compagni di lotta, guerriglieri dell’Amazzonia brasiliana, semplicemente “Joca”.
Nato nel 1944 in un piccolo paese della Calabria, San Lucido, alla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso, emigrò con la famiglia in America Latina. A Rio de Janeiro lavorò come metalmeccanico e collaborò con il periodico del Partito Comunista Brasiliano “La Classe Operaia”.
Erano anni duri e difficili, in un Paese oggi noto soprattutto per il calcio e per il carnevale: nel 1964, il legittimo governo trabalhista (laburista) di Joao Goulart venne abbattuto da un colpo di stato guidato dal maresciallo Castelo Branco ed appoggiato, tanto per non smentire affatto la loro tradizione reazionaria e golpista, dagli USA. E, come prevede la schifosa tradizione golpista sudamericana (ma non solo quella, a dire il vero) uno dei primi atti del regime fu quello di vietare gli scioperi e mettere fuori legge le forze politiche di opposizione, per primi i comunisti.
Libero Giancarlo Castiglia avrebbe potuto far ritorno in Italia. Alla fine, però, decise di rimanere in Brasile: perché “”nella vita bisogna fare una scelta. Lo so che questo non è il mio Paese, ma c’è la libertà da difendere e se nessuno ci prova le cose non cambieranno mai”.
Dopo una fase di addestramento in Cina, cambiò il suo nome e divenne Johao Bispo Ferreira, detto “Joca”. Nel 1967, si mise al comando di un distaccamento della guerriglia rurale in Amazzonia di cui faceva parte anche il capo del Partito Comunista Brasiliano, Mauricio Gabrois, ed iniziò a lottare per liberare i popoli indio dalla miseria e dallo sfruttamento. Il gruppo guerrigliero era composto da 69 persone, per lo più giovani, in prima fila studenti, operai, medici e sportivi, tra cui campioni di calcio e di boxe. Contro di loro erano schierati migliaia di soldati dell’esercito brasiliano.
Dopo anni di epiche battaglie, “Joca” e i suoi vennero sconfitti fra il 1973 e il 1974, e sparirono nel nulla al termine di un imponente rastrellamento della soldataglia golpista (circa 20mila bestie in divisa). Come in altri territori dell’America latina, di questi giovani oppositori non si seppe più nulla.
Finché all’inizio del nuovo millennio, in una fossa comune vicino al fiume Araguaia, venne ritrovato uno scheletro con le mani mozzate. C’è chi ritiene che quei resti possano appartenere al giovane calabrese.
La storia di Joca, del rivoluzionario italiano Libero Giancarlo Castiglia, è  quella di uno dei pochi (ma “erano pochi, furono folla ad un tratto”, ricordano  i versi di un poema di Paul Eluard) che ci hanno insegnato che è preferibile morire per qualcosa piuttosto che vivere per niente.
Matteo Sepulveda&Dora Tosta

Per saperne di più su “Joca”, sui suoi compagni, sulla sua vita e sulla sua lotta, leggete: